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“E il giudice lasciò libero Alexandru. ‘Non è pericoloso, può restare in Italia’”, di Carlo Bonini

Nella parabola violenta del cittadino romeno Alexandru Loyos Isztoika, predatore seriale e ora stupratore confesso, il destino ha voluto ci fossero due donne. L’ultima, un’adolescente di 14 anni che porterà per sempre con sé i segni della sua furia, ha avuto la forza di riconoscerlo e fermarlo, forse per sempre. La prima, un giudice onorario di Bologna che di nome fa Mariangela Gentile, lo aveva riconsegnato il 15 luglio del 2008 alla libertà del marciapiede, liquidandone con un tratto di penna, perché “insignificanti”, i precedenti di polizia e due condanne definitive che ne avevano fatto un uomo da riconsegnare immediatamente oltre frontiera.

Bologna 15 luglio 2008, parco della Caffarella 15 febbraio 2009, dunque. Sette mesi perché dell’incipit di questa storia si consumasse l’esito. Un esito prevedibile. Perché – si scopre ora – già in quell’estate di un anno fa della storia di Alexandru Loyos Isztoika era scritto l’approdo. Arriva a Bologna seguendo la riffa che tocca ai cittadini comunitari trattenuti dalle questure che non dispongono di Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Il questore di Viterbo, Raffaele Micillo, lo ha fermato perché un decreto del prefetto di Roma ordina che Isztoika venga immediatamente allontanato dal nostro Paese. Chiede al ministero dove possa parcheggiarlo in attesa che venga messo su un aereo per Bucarest. La scelta, casuale, cade su Bologna. Il fascicolo personale che lo accompagna nel suo viaggio verso l’Emilia è alto una spanna.

È arrivato in Italia nel 2006 – almeno così dice – e, tempo un anno, è già una foto segnaletica annotata da almeno quattro alias: “Alexandr Loais Isztoika”, “Loaios Isztoika”, “Loyos Iszoika”, “Laios Stoika”. Ciondola tra Primavalle, La Storta, Ottavia, periferia nord di Roma dove, il 27 settembre del 2007, viene arrestato una prima volta per rapina e lesioni. Torna immediatamente in libertà. Per tre soli giorni. Il tempo di finire nella caserma dei carabinieri di La Storta, dove viene denunciato a piede libero per ricettazione. Neppure dieci giorni e, l’11 ottobre, ha di nuovo le manette ai polsi. I carabinieri di Ottavia lo arrestano in flagranza per furto aggravato. E questa volta paga dazio. Il tribunale di Roma, il 9 dicembre, lo condanna infatti a due mesi e 20 giorni di reclusione, che sconta. Il tempo di uscire e il 3 febbraio 2008, è nella caserma dei carabinieri di Trastevere, arrestato in flagranza per furto. Il tribunale di Roma lo condanna a cinque mesi di reclusione, che passano in giudicato e che questa volta, però, non sconta.

Per il prefetto di Roma ce ne è abbastanza per rispedirlo a casa. “Il soggetto in questione – scrive nel decreto di allontanamento del 2 maggio 2008 – ha tenuto comportamenti che costituiscono una minaccia concreta, effettiva e grave per i diritti fondamentali della persona, ovvero per l’incolumità pubblica. La sua ulteriore permanenza sul territorio nazionale è incompatibile con la civile e sicura convivenza”. Tre arresti, due condanne definitive e una denuncia a piede libero per reati che si somigliano come gocce d’acqua e si ripetono con cadenza mensile.

L’espulsione appare scontata. Appare. Una volta a Bologna, assistito dall’avvocato Immacolata Troiano, il romeno convince il giudice Mariangela Gentile ad annullare il decreto di allontanamento con tre paginette di motivazione. Gli argomenti – si legge nel provvedimento – sono tre. Il primo: “Prima che il decreto prefettizio venisse emesso, il cittadino straniero non era mai stato destinatario di provvedimenti di allontanamento”. Il secondo: “I fatti non circostanziati, ma solo genericamente indicati nel decreto prefettizio, non appaiono sufficienti ad integrare l’ipotesi della minaccia concreta, effettiva e grave ai diritti fondamentali della persona o dell’incolumità pubblica”. Il terzo: “La precisazione relativa alla sentenza emessa dal tribunale di Roma l’8 febbraio 2008 non fornisce al giudicante l’indicazione di fatti circostanziati idonei a giustificare l’allontanamento”. Insomma, Isztoika può tornare sul marciapiede perché è solo la prima volta che lo si vuole espellere. Perché tre arresti, due condanne definitive e una denuncia a piede libero non sono indizi “sufficienti” e “circostanziati”.

Al romeno non deve sembrare vero. Torna a Roma, nella sua Primavalle, dove si rimette a fare quello che ha sempre fatto. Tanto che il 10 ottobre viene di nuovo arrestato dai carabinieri per furto aggravato. In carcere non rientra neanche questa volta. La notte tra il 14 e il 15 febbraio scorsi è nel parco della Caffarella. Il giudice Mariangela Gentile ora dice: “Ho una paura terribile. Ma per il nostro tribunale due sentenze non bastano per dichiarare la pericolosità sociale di un uomo. Né tantomeno delle denunce. Noi siamo magistrati cauti. Certo, con il senno di poi mi dispiace”.

La Repubblica, 19 febbraio 2009

2 Commenti

  1. patrizia dice

    Io provo un senso di disagio, quasi rabbia, perchè da qualsiasi parte si cerchi di capire quello che sta succedendo contro le donne, da qualsiasi prospettiva non si riescono a vedere vie d’uscita.
    Susanna Camusso dice che i rumeni violentano perchè vedono che anche in Italia gli uomini lo fanno, addirittura i mariti, i compagni e quindi perchè non dovrebbero farlo loro?
    Potrebbe essere un’analisi giusta, ma come ne usciamo?
    Io penso che non sia razzista pretendere che almeno questi stranieri che abitualmente in Italia delinquono vengano spediti a casa loro.
    Cominciamo da lì.
    Non riusciamo a identificarli? Prendiamogli le impronte quando entrano in Italia, agli adulti, non ai bambini.
    Qualche mese fa sono stata a new York.
    Al posto di frontiera in aereoporto mi hanno preso le impronte, se non volevo farmele prendere potevo anche rinunciare al viaggio.
    Ieri ho sentito la voce della mamma della ragazzina di Bologna violentata sotto casa, mentre stava aspettando un amico.
    Questo uomo è passato di lì, l’ha vista e l’unica cosa che gli è venuto in mente è stato di violentarla. Come si fa a non pensare a qualcosa di animalesco?
    Credo che l’unica via d’uscita sia che gli uomini, quello che non pensano che violentare o riempire di botte una donna sia una cosa quasi normale, questi uomini comincino a farsi sentire.
    Fra pochi giorni sarà l’8 Marzo, mi piacerebbe che questi uomini cominciassero a farsi sentire, anche in pubblico, forse non servirà a molto, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

  2. La redazione dice

    “La Camusso: si sentono padroni delle donne”, Daniela Monti

    Dal delitto di Giovanna Reggiani allo stupro di Guidonia. La violenza sulle donne – mentre camminano per strada, rientrando dal lavoro o sottobraccio al fidanzato – messa in pratica con una bestialità che, forse, ci si era illuse facesse parte del passato. Le associazioni femministe sono compatte: «L’ emergenza è dentro casa, l’ orrore vero sta lì». Gli episodi di Roma e Bologna e Milano raccontano però anche un’ altra realtà: la violenza degli immigrati, lo stupro di donne e ragazzine incrociate per caso, con rom e nordafricani nella parte dei carnefici. Bisogna farci i conti. Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil, in prima fila tre anni fa alla marcia delle ventimila che a Milano, con lo slogan «Usciamo dal silenzio», alzò la voce per difendere la legge 194, misura le parole, cammina sui vetri. Il binomio stupro-immigrati non le piace. Però. Solo una coincidenza, la sequenza drammatica di stupri commessi da immigrati, oppure bisogna avere il coraggio di ammettere che c’ è dell’ altro? «Un uomo che considera la sharia il suo punto di riferimento oppure che viene da Paesi in cui non c’ è una cultura del rispetto difficilmente potrà avere nei confronti di una donna, che ritiene se stessa libera, una relazione di riconoscimento – riflette -. Il problema culturale c’ è. Ciò non fa di lui un violentatore, è evidente. Però voglio dire dell’ altro. Questa cultura del non rispetto, invece di essere stroncata, arginata, marginalizzata, trova da noi una sorta di alimento: in Italia non c’ è fermezza nel combattere la violenza sulle donne. Le donne nelle nostre case vengono picchiate. E se è questa l’ aria che si respira, chi viene qui ha la percezione che sia permesso, sì, sia permesso stuprare o picchiare una donna». Susanna Camusso parla di «complicità maschili» e qui torna fuori l’ anima femminista che, di fronte al problema irrisolto dello stupro, contesta agli uomini – troppi, indipendentemente da razze ed etnie – di non aver saputo fare i conti con la propria sessualità, e con la libertà delle donne. Poi torna agli immigrati: «L’ integrazione non si fa ammettendo, in fondo in fondo, che ciascuno possa fare quello che vuole in nome della propria storia, cultura, tradizione – dice -. La sinistra troppe volte non ha alzato la voce per paura di essere accusata di razzismo». E le donne? «C’ è un clima che non mi piace – dice la Camusso -. Cupo, triste. Il tema della violenza è il più difficile da affrontare, raramente c’ è la ribellione, più spesso il senso di colpa. Ma ora sento solo paura e un futuro che ci vedrà sempre più chiuse in casa». Ma le ronde non sono la soluzione: «Siamo un Paese che non ha una legge sessuale all’ altezza, partiamo da lì. Non dalle ronde che, oltre a essere insopportabili, mi sembrano una dichiarazione di resa dello Stato. Mettiamo più lampioni, più servizi attivi di notte, diamo alle donne la certezza di non essere sole, per la strada». Violenza sulle donne e violenza sulle donne immigrate. Sono loro la parte più debole? «Hanno consentito alle comunità di stranieri di diventare le padrone dei destini dei migranti, gli uomini fanno da rete di complicità contro le donne, andrebbe scoperchiato questo sistema – chiude -. Ma sarebbe sbagliata l’ idea che dentro le comunità migranti avvengano chissà quali soprusi. Le dinamiche di violenza sulle donne sono le stesse ovunque».

    Corriere della Sera, 19 febbraio 2009

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