attualità, cultura

«Sulla cultura no alla logica dei tagli lineari» Dino Pesole

Non possiamo, non dobbiamo rassegnarci alla logica dei tagli lineari e a rigidi formalismi. Il compito della politica è proprio quello di operare delle scelte e la colpevole assenza, la clamorosa e persistente sottovalutazione dell’enorme potenziale che la cultura può offrire allo sviluppo del Paese non può essere sottaciuta. Un settore «trascurato per un lungo arco di tempo» dalle istituzioni, un problema che non nasce certo con questo Governo ed è la conseguenza di perduranti «incrostazioni burocratiche», della foresta di norme e autorizzazioni che frenano le scelte governative.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, prende la parola al termine dell’animata sessione mattutina agli Stati Generali della cultura. Ad ascoltarlo in platea, in prima fila il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi e i ministri della Giustizia, Paola Severino, e dell’Interno, Anna Maria Cancellieri. Napolitano prova anche in qualche modo a farsi interprete dei malumori che aleggiano in sala, sfociati anche nelle contestazioni ai ministri presenti al dibattito. Le proteste sono legittime, ma serve razionalità. Prima di tutto vanno chiariti i veri confini della questione. Non è corretto parlare di «emergenza cultura». Siamo in presenza di una ben più grave ed evidente trascuratezza che si protrae da un lungo arco di tempo.
I margini di intervento sono strettissimi. Napolitano richiama con decisione la necessità di finanziamento del nostro debito pubblico, che impone di impegnare ben 80 miliardi l’anno solo per interessi passivi («non possiamo giocare con il rischio fallimento»). E tuttavia pur nelle ristrettezze di bilancio, non tutte le spese possono essere collocate sullo stesso piano. Occorrono investimenti pubblici e privati. La cultura è la nostra risorsa naturale.
Ed è qui che Napolitano coglie i limiti e l’inadeguatezza delle scelte operate negli ultimi anni. Occorre sapere dire molti no, «ma di certo alla cultura bisogna dire molti sì». Il presidente della Repubblica fa suo il contenuto del «Manifesto per la cultura» lanciato dal Sole 24 Ore e ribadisce che l’investimento in questo settore strategico resta «il motore moltiplicatore dello sviluppo». Napolitano parla di vero assillo, di preoccupazione costante: come rilanciare la crescita e l’occupazione. Le responsabilità vanno individuate a tutti i livelli, dal governo nazionale e locale ai diversi soggetti della società civile. Spicca «la scarsa consapevolezza del nostro patrimonio». Basta rileggere quel che c’è scritto all’articolo 9 della Costituzione, uno dei principi fondamentali della Carta. «Una scelta meditata, lungimirante che abbraccia in due righe tutti gli aspetti che affrontiamo. Dobbiamo rendere omaggio a questi signori».
E come valutare quell’«oscuro estensore di norme» che in uno degli ultimi provvedimenti anticrisi aveva soppresso d’un colpo ben dodici istituti di ricerca? Tentativo poi finito in un cassetto, ma che rappresenta la spia «di cosa possa essere la peggiore mentalità burocratica nelle scelte del governo, che devono essere libere da queste incrostazioni». L’appello è forte, appassionato. «Dobbiamo salvaguardare una quota consistente di risorse per la cultura, la ricerca e la tutela del patrimonio e del paesaggio». È anche, certo non solo, questione di risorse: abbiamo una tradizione ed un prestigio nella ricerca che molti ci invidiano. Occorrono capacità progettuali e operative. Certo non tutto è difendibile: nelle nostre istituzioni, in tutti i settori occorrono scelte non conservative per le strutture e le realtà che sono venute incrostandosi. Guai se dovessero prevalere «atteggiamenti difensivi in termini di categorie».
In un quadro assai poco incoraggiante, Napolitano coglie comunque «segni di evoluzione nuova: diminuiscono le spese per consumi diretti ma non diminuisce la spesa culturale». Al governo Monti va il riconoscimento per aver contribuito a ripristinare la perduta credibilità internazionale del nostro Paese. Ma troppo poco è stato fatto per questo fondamentale settore in funzione dell’indispensabile sostegno alla crescita.
Il Sole 24 Ore 16.11.12
******
«Ricerca, 120 milioni per fare rete» , di Carmine Fotina
Si è fatto troppo poco e un cambio di passo diventa ora la priorità. Dal Governo, attraverso gli interventi di quattro ministri agli Stati generali della cultura, giunge l’ammissione di una politica per la cultura poco coraggiosa, in un clima che a tratti si fa teso per le numerosi interruzioni che arrivano dalla platea, con le proteste e la richiesta di interventi concreti da parte di lavoratori della cultura e ricercatori.
I ministri difendono le ragioni delle scelte fin qui operate alla luce delle difficoltà delle finanze pubbliche, poi provano a fornire almeno primi segnali incoraggianti. Francesco Profumo, titolare dell’Università, istruzione e ricerca, e Corrado Passera (Sviluppo economico), in modi diversi aprono all’idea proposta dal Sole 24 Ore di creare un’Agenzia privata per l’esportazione della produzione creativa italiana, da finanziare con i proventi delle licenze sui nostri maggiori marchi culturali. Profumo annuncia un bando di gara del valore di 120 milioni per progetti di eccellenza nel campo della ricerca, con l’obiettivo di creare una rete tra università e mondo privato e facilitare la nascita di imprese innovative. Il bando, spiega, si colloca proprio «dentro l’idea proposta anche dal Sole-24 Ore di una Agenzia per la creazione e l’innovazione. In attesa di una struttura di questo tipo, intanto, si può partire con questo bando». Per altre iniziative, secondo Profumo, bisogna ragionare per elaborare un piano quinquennale e, nell’immediato, puntare sulla legge di stabilità: «Chiederò che al Senato sia data un’attenzione particolare al tema della formazione così come accaduto finora per le famiglie».
«Lavoriamoci» esordisce il ministro Passera in riferimento all’idea dell’Agenzia. «Si può fare, in un’ottica di sistema». Quanto al ruolo del pubblico, «possiamo attivarci per allargare al tema specifico della cultura le responsabilità dell’Ice, anche con persone dedicate». Ma ancora molto altro, riconosce, si può fare. Cita la leva fiscale, da usare con più intelligenza, «con meccanismi come il tax shelter che ha permesso di attivare nel cinema investimenti che altrimenti non sarebbero arrivati», e la Rai, da sollecitare attraverso il contratto di servizio, perché conceda più spazio ai temi culturali. Di strada da recuperare ce n’è tanta. «Riconosco che è una vergogna l’attuale situazione delle risorse alla cultura» dice Passera. Poi il pensiero si allarga e precisa le ragioni «insuperabili» di questa impasse. «In un certo senso mi trovo a giustificare una cosa che è sbagliata, perché in questi nove mesi ci siamo trovati a gestire un’emergenza clamorosa, fino al rischio di vederci commissariati. Non abbiamo dato la necessaria importanza alla cultura ma, passata l’emergenza, bisogna fare molto di più». Nel ruolo più delicato il titolare della materia, il ministro dei Beni e le attività culturali, Lorenzo Ornaghi, accusato da alcuni giovani in platea di esporre il tema come un mero economista, ma anche incalzato dalle domande del direttore del Sole-24 Ore, Roberto Napoletano, e dagli interventi dell’archeologo Andrea Carandini, di Ilaria Borletti Buitoni (Fai), Lamberto Maffei (Accademia Lincei) e Carlo Maria Ossola (Collège de France). «In questo momento difficile per il Paese, il ventaglio delle scelte ragionevoli si riduce, per la cultura dobbiamo fare le scelte migliori» ragiona Ornaghi, ammettendo che le risorse del suo ministero «dopo una lieve crescita quest’anno torneranno a diminuire leggermente nel prossimo anno». È inutile però il rivendicazionismo fine a se stesso: «La soluzione – per il ministro – è uscire dalle lamentele, fare un’operazione di buon uso delle risorse e puntare sulle cooperazioni con gli altri ministeri, con gli enti territoriali, con il privato sociale e le associazioni».
Ma non basta. Vanno spese, e bene, le risorse che, anche per la cultura, arrivano dalla Ue. Il ministro responsabile è Fabrizio Barca (Coesione territoriale) che rivendica la riprogrammazione di risorse che in passato sono state gestite male, malissimo, dalle Regioni. Le risorse sprecate per Pompei, in questi anni, sono diventate la metafora della nostra perdita di credibilità all’estero. «Ma siamo finalmente riusciti a cambiare passo – dice Barca –. Abbiamo stanziato 150 milioni e siamo sicuri che stavolta funzionerà, anche perché un prefetto vigilerà sull’andamento dei progetti così da preservarli dalla criminalità». «Sono stati aggiudicati sei bandi – aggiunge il ministro – e posso annunciare che entro dicembre avremo i cantieri aperti, in tempo per tornare a Pompei a gennaio con il commissario Ue Hahn per dare una nuova immagine del Paese».
******
“Dalla platea critiche ai ministri: servono più fondi”, di Nicoletta Cottone
Applausi per Amato quando ha criticato il degrado romano e platea in piedi per il Capo dello Stato.
Una platea gremita di operatori del settore, artisti, studenti, rappresentanti delle istituzioni, quella del teatro Eliseo di Roma, che ha ospitato ieri gli Stati generali della cultura, evento organizzato dal Sole-24 Ore, dall’Accademia dei Lincei e dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana. Accorsi tanto numerosi che è stato necessario aprire anche la sala del teatro Piccolo Eliseo per accoglierli. Ottomila persone hanno seguito l’evento, 7mila in diretta web e mille nelle platee dei due teatri. È emersa un’Italia che vive sulle spalle di un grande passato, che deve riscoprire la centralità della cultura come motore dello sviluppo economico-sociale del Paese.
Un evento aperto al mondo della cultura dal quale è emerso evidente il malumore del settore verso le scelte in campo culturale del Governo. Tanto che i discorsi dei ministri Lorenzo Ornaghi, Francesco Profumo e Fabrizio Barca sono stati più volte interrotti dalla platea con richieste di concretezza e manifestazioni di ansia sul futuro.
«Ministro perché non ci dice cosa sta succedendo? Siamo stanchi di sentire solo parole», ha detto uno spettatore dalla terza galleria del teatro Eliseo al ministro della Cultura Ornaghi. Per il ministro il nodo è il «buon uso delle risorse».
Anche il ministro Profumo è stato interrotto più volte: da una studentessa che chiedeva certezze per il suo futuro, da una signora che criticava i soldi dati alla scuola privata, da un uomo sulla riforma Fornero.
Più tardi è la volta del ministro della Coesione territoriale, Fabrizio Barca. «Una platea che sembra il Sulcis», ha detto il ministro, interrotto dalle domande del pubblico, presenti anche gli occupanti del Teatro Valle. Barca ha detto che ciò che «unisce il Sulcis al mondo della cultura sono i tanti progetti fatti in passato. Progetti cattivi e inesistenti». Ha sottolineato che quella del pubblico è «una vivacità che segnala il ritorno di domanda e di voce». Ha detto che «il confronto informato è il sale della democrazia, aiuto per noi e per il prossimo governo». Applausi hanno invece accompagnato l’intervento di Giuliano Amato, presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani. Scroscianti quando ha detto che non è giusto far degradare i beni storici e artistici, esporli all’abbandono, al turismo di massa, alla devastazione.
Nel mirino «i pullman che sconvolgono il traffico romano, che sconnettono i sampietrini, che impediscono la vista». Cose che non accadono «in nessuna città d’arte che abbia il rispetto di sé».
Standing ovation per il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Applausi continui, fin dal suo arrivo in sala e poi nel corso del suo intervento, quando ha preso la parola per nulla intimidito dai battibecchi del pubblico con i ministri. Applausi quando ha detto «basta tagli lineari», «la politica deve scegliere»: «Devono essere detti più sì per cultura, ricerca e tutela del patrimonio». Che si ripetono mentre il presidente parla a braccio su appunti presi dopo aver ascoltato tutti, e va diretto al punto: in Italia, dice, «esiste da decenni, una sottovalutazione clamorosa della cultura, della formazione, della ricerca da parte delle istituzioni rappresentative della politica, del Governo, dei governi locali, ma anche della società civile».
Ricorda la necessità per il Paese di «fare i conti con un indebitamento pubblico tremendo», dice che «non possiamo giocare con il rischio di fallimento», ma invita a salvaguardare dai tagli i settori già troppo provati della cultura. Conquista il pubblico parlando di innovazione, sburocratizzazione e anche di un miglior uso delle scarse risorse disponibili. Dice che esiste «una questione di soldi, ma anche di capacità progettuale, organizzativa, gestionale».
Le sue parole, hanno commentato alcuni spettatori, rappresentano una speranza di riscossa per la cultura italiana.
******
“Impresa e ricerca insieme: meno burocrazia e fisco”, di Carmine Fotina
Non è solo questione di risorse. Le leve per passare dalla cultura a una vera industria culturali sono molteplici, non sempre onerose. C’è il fisco, ovviamente, ma c’è anche tanta semplificazione nelle idee che arrivano dagli operatori economici e della ricerca.
Alessandro Laterza, presidente della commissione Cultura di Confindustria, presenta un pacchetto di proposte molto precise. «Parto dal sistema delle detrazioni per le erogazioni liberali, che oggi, numeri alla mano, non risulta invitante. In base agli ultimi dati disponibili, del 2010, dalle imprese sono arrivati solo 26 milioni, soprattutto di banche, assicurazioni, grandi compagnie pubbliche o parapubbliche. Dai privati cittadini ed enti non commerciali solo 29 milioni, quasi tutti dalle Fondazioni. Cifre non irrilevanti ma inadeguate a una realtà come quella italiana che, solo per fare un esempio, conta 11mila mostre all’anno».
E non è difficile capire i motivi di una performance così contenuta. «Le procedure – aggiunge Laterza – sono scoraggianti, la prima proposta riguarda il modo in cui possiamo semplificare al massimo, e democratizzare anche, la partecipazione a quanto può risultare un investimento, non una spesa, in beni e in attività culturali». Del resto, aggiunge Laterza, non si può pensare di ricorrere sempre e comunque alle sponsorizzazioni, «che sono integralmente deducibili ma alla fine si rivolgono quasi esclusivamente ai grandi musei».
Il tema fiscale occupa un posto centrale. «Le agevolazioni per ristrutturazioni edilizie, così come concepite – prosegue Laterza – non valorizzano edifici di interesse culturale o vincolato. E che dire dell’Imu? Mi sembra insensato farla pagare per strutture di rilevanza storica. Si tratta di un tema che va considerato al pari del fatto che tutto ciò che riguarda sia i manufatti sia i beni archeologici oggi non è oggetto di alcuna forma di agevolazione anche dal punto di vista degli sconti sull’Iva. Eppure è sufficiente un repertorio, di quanto può essere oggetto di incentivi o agevolazioni».
Quello di Ilaria Capua, biologa e veterinaria dell’Izs delle Venezie, è invece un vero appello a salvare i ricercatori – quelli che chiama «veri eroi della patria» – dalle sabbie mobili della burocrazia e, talvolta, dell’indifferenza. «Di solito mi occupo di virus e di emergenze – esordisce –. Oggi però voglio raccontarvi che c’è un’altra emergenza in Italia che riguarda la cultura scientifica». «Ho un gruppo di 70 persone e mantengo 45 precari della ricerca – racconta –. Lo faccio con moltissimo orgoglio, con fondi che arrivano da tutto il mondo: dal l’Unione europea, dalla Fao, da aziende che ci finanziano per fare ricerca».
È un’esperienza sul campo, da ricercatrice premiata a livello internazionale, quella di Ilaria Capua. «Quello che vi chiedo – dice appellandosi al presidente Napolitano e ai ministri – è di aiutarci. Aiutateci a lavorare bene. Noi siamo impigliati nelle lunghezze e nella colla della burocrazia.
Molto spesso non riusciamo neanche a spendere i soldi disponibili». A lei, a Ilaria Capua, si rivolgerà nel suo intervento il presidente Napolitano, per esaltare «le energie vive dell’Italia, talenti e prestigio di cui molti, ad ogni livello nella sfera istituzionale e nel l’opinione diffusa, non si rendono conto».
Il Sole 24 Ore 16.11.12

1 Commento

  1. giacmo dice

    VITALIZI REGIONALI, FATTA LA LEGGE TROVATO L’INGANNO
    16 nov – Il decreto
    Monti “anti Fiorito”, che stabiliva l’impossibilità di ricevere il vitalizio per i consiglieri regionali che non hanno compiuto 66 anni e fatto almeno 10 anni di mandato, è stato aggirato (e votato) dal Parlamento per la conversione in legge con il seguente codicillo: “Le disposizioni della presente non si applicano alle Regioni che abbiano abolito i vitalizi”. Formalmente, tutte lo hanno fatto. Ma quindi che bisogno c’era di inserire questa specifica?
    — per esempio:_La
    risposta è che la legge consente di sostituire i vitalizi con trattamenti pensionistici contributivi. Ora, grazie a questa aggiunta, le Regioni potranno erogare gli assegni pensionistici integrativi senza più i vincoli dei vitalizi, che non si chiamano più così. E’ stato Sergio Rizzo sul Corriere della Sera a raccontare dei vari tentativi di modificare il decreto da parte dei parlamentari, 280 dei quali hanno in passato occupato un posto in un consiglio
    regionale

I commenti sono chiusi.