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“La politica miope di chi risparmia sulla scuola”, di Benedetto Vertecchi

Sono trascorsi poco piùdi quarant’anni dalla pubblicazione, nel 1971, di Descolarizzare la società, il saggio in cui Ivan Illich tratteggiava uno scenario caratterizzato dalla progressiva riduzione della presenza della scuola nel mondo contemporaneo. All’educazione scolastica si sarebbero sostituite altre forme di comunicazione, tramite le quali sarebbe stato assicurato il passaggio dei repertori di conoscenze dalle generazioni più anziane verso quelle più giovani. Il libro di Illich suscitò un dibattito molto vivace, che periodicamente si riaccende quando le politiche scolastiche dei diversi Paesi lasciano intravedere scelte che vanno nella direzione della descolarizzazione o in quella della ripresa e dell’adeguamento dell’idea di scuola e delle pratiche dell’educazione al presentarsi di nuove esigenze. La prima posizione, quella favorevole alla descolarizzazione, trovò maggiore consenso dove prevalevano politiche di conservazione, o esplicitamente reazionarie. Le proposte di Illich furono considerate l’inizio di una nuova stagione educativa in Paesi (per esempio, nell’America latina) in cui il sistema scolastico era del tutto insufficiente, ma nei quali non c’era alcuna propensione ad un maggiore impegno di risorse per l’istruzione. L’atteggiamento nei Paesi che avevano compiuto scelte impegnative per lo sviluppo dei sistemi scolastici furono, invece, sostanzialmente negative. In Italia, due attenti interpreti delle trasformazioni in atto nell’educazione, come Lucio Lombardo Radice e Aldo Visalberghi, non esitarono a porre in evidenza il carattere intrinsecamente regressivo delle proposte di Illich, che privavano la scuola di una funzione essenziale, quella di collegare l’istruzione (ossia le pratiche volte ad assicurare il passaggio sistematico di repertori conoscitivi) alla socializzazione (consistente nel porre in comune elementi culturali non limitati a insiemi ordinati di conoscenze, ma capaci di consentire la condivisione di simboli che consente di esprimere il proprio pensiero e di comprendere quello espresso da altri). Va notato che i ritorni di fiamma delle proposte esplicitamente o implicitamente orientate alla descolarizzazione sono intervenute per sostenere politiche volte a ridurre la spesa per il funzionamento del sistema scolastico, per lo più amplificando, senza che fosse possibile riferirsi a esperienze obiettivamente verificate, la valenza a fini educativi dei nuovi mezzi per la comunicazione offerti dallo sviluppo della tecnologia. In altre parole, la descolarizzazione ha assunto implicazioni ideologiche, mediate da soluzioni rivolte in apparenza a modernizzare l’educazione. Si è trattato, e si tratta, di implicazioni centrate sulla contrapposizione manichea delle soluzioni che possono assicurare una riduzione dei costi a quelle che richiedono necessariamente investimenti di maggiore consistenza. Quello che ne deriva è un manicheismo miope, perché i risparmi che si ritiene di poter realizzare nell’immediato sono la premessa per perdite ben maggiori a medio e a lungo termine. L’asprezza che stanno assumendo i toni del dibattito educativo in Italia vede da un lato il governo schierato a favore di una descolarizzazione avvolta da fastosità modernizzatrici e dall’altro i sostenitori di un modello di educazione scolastica che ha le sue origini nell’affermazione del diritto all’educazione enunciato oltre due secoli fa, in piena rivoluzione, dall’Assemblea nazionale francese. La descolarizzazione corrisponde a un’ipotesi di disgregazione sociale, mentre il diritto all’istruzione corrisponde a un’assunzione di consapevolezza e di progettualità collettiva che investe il profilo culturale della popolazione. Gettare discredito sulla scuola, ridurne il tempo di funzionamento, svalutare il lavoro degli insegnanti, subordinare la didattica a operazioni di contabilità minuta sono passaggi preliminari che hanno come sbocco processi di descolarizzazione. Quel che i sostenitori di una modernizzazione funzionale solo a obiettivi di contenimento della spesa non considerano è che le politiche scolastiche hanno successo solo quando raccolgano consenso, almeno di parte della popolazione, sugli intenti da perseguire. Non starò qui a ricordare che la politica scolastica in Italia sta andando in controtendenza rispetto a quanto avviene in altri Paesi industrializzati. Voglio invece ricordare che l’obiettivo del contenimento del sistema scolastico costituiva un punto centrale nella riforma del 1923, che reca il nome del ministro Gentile. La parola d’ordine che si voleva affermare era «poche scuole ma buone». Il risultato fu che pochi anni dopo la sua emanazione la domanda sociale costrinse il governo fascista a rivedere proprio il criterio del contenimento.
L’Unità 29.11.12

1 Commento

  1. ecco la risposta di Augias sulla Repubblica di mercoledì alle “due orette” di Monti
    ” Il presidente del Consiglio Mario Monti ha certamente commesso una gaffe parlando con tanta approssimazione delle ore di insegnamento e del loro possibile aumento.Non tanto perchè ha sbagliato i conti trattandosi di sei ore e non di due;nemmeno per aver calcolato solo il tempo di permanenza a scuola o le orette “frontali” cioè di insegnamento diretto agli allievi. La gaffe è più profonda e più grave. E’ come se il prof. Monti non si sia ancora reso conto che parlare della scuola significa mettere il dito in una piaga della nostra società;un’istituzione scassata che si regge ormai quasi solo sulle competenze di chi vi insegna. Con le sue parole ha colpito una categoria, preziosa, che è stata offesa e villipesa dagli ultii governi.Alla quale sono state imposte delle Ministre (dalla Moratti alla Gelmini) chiaramente inadeguate all’incarico: che ha dovuto subire delle riforme per più di un aspetto demenziali. Monti ha parlato di una scuola dove non c’è solo il problema delle basse retribuzioni ma anche quello della scarsa considerazione;anche perchè il favore è chiaramente andato alle scuole private e confessionali.Trovo esagerato il commento del sindacato Cgil-Flc che ha tirato in ballo “un governo autoritario espressione dei banchieri”.Vecchie demagogie sindacali. Verrebbe da dire magari fossero i banchieri. Ci sarebbe almeno una logica.anche se bancaria,un obiettivo preciso.Temo che sia peggio e cioè approssimazione,inesperienza. Come il viceministro Michel Martone :”laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati”. Come la ministra Fornero. ” Non siate troppo choosy” .E ora come Mario Monti ” che mai saranno due orette in più”?”

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