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"Poveri agricoltori", di Carlo Petrini

«La recente conclusione a Bruxelles dei negoziati sulla nuova PAC, delude chi ha a cuore l’ambiente e l’agricoltura sostenibile di piccola scala. L’Europa sembra rimanere ancorata ai vecchi schemi del liberismo e delle lobbies multinazionali ». Siamo uniti nella diversità o diversi nell’unità? La recente conclusione a Bruxelles dei negoziati sulla nuova Politica Agricola Comune, la Pac, pur con qualche interessante novità delude chi ha a cuore l’ambiente e l’agricoltura sostenibile di piccola scala, ma più di tutto ci pone domande sull’Europa. Ci interroga sulle prospettive future, su che cosa è comune e su che cosa non lo è.

La riforma che dovrebbe orientare la qualità del nostro cibo, un possibile e auspicabile ritorno alla terra delle nuove generazioni, la cura dell’ambiente e dei territori, ha perso un’occasione storica. È stata dibattuta come non mai, partecipata dalla società civile e dalle associazioni che hanno fatto sentire forti e chiare le loro istanze, ha coinvolto per la prima volta il Parlamento europeo per dar voce ai cittadini. Ma gli obiettivi di una politica agricola più verde, equa e in grado di destinare fondi pubblici (il 40% del budget europeo) in favore di beni pubblici come il paesaggio, la qualità dei suoli e la salute, sono stati in gran parte non raggiunti oppure demandati a decisioni degli Stati membri.

Ecco, al di là delle considerazioni su che cosa è stato deciso, è importante vedere che cosa invece non è stato deciso, lasciando libertà di scelta ai singoli Stati: la questione sul supporto ai piccoli agricoltori; la riduzione dei pagamenti più corposi (il 20% delle aziende prendeva l’80% dei sussidi) o del tetto massimo percepibile in un anno; la facoltà di dedicare buona parte delle risorse destinate allo sviluppo rurale – cioè a pratiche ecologiche, sociali e produttive all’avanguardia – in favore delle rendite fondiarie (i pagamenti diretti in funzione di quanta terra si possiede) o per forme assicurative private che possono diventare deleterie.

Ora ai cittadini toccherà fare pressione sui loro Governi, il lavoro non è finito. Ma a cosa serve una Politica Agricola così importante in termini di budget e di argomenti, che dovrebbe sin dal nome essere Comune, se comune non lo è? Se non è in grado di proporre idee forti, che paghino con i nostri soldi qualcosa per cui tutti potremo avvantaggiarci? Qualcosa che ha a che fare con i beni comuni? C’è chi ha fatto notare che s’intravede nella mancanza di certe decisioni una sorta di “de-europeizzazione”.

È questione non da poco, perché ci sono diversi “fronti” che la Pac dovrebbe avvicinare, su cui dovrebbe mediare o essere dirimente in favore dei cittadini. Il primo lo potremmo chiamare “agroindustria contro piccola agricoltura”. Ci si può accapigliare all’infinito se era meglio o no obbligare tutte le aziende a destinare una piccola percentuale dei loro terreni al mantenimento di aree con funzione ecologica (3, 5 o 7%? Per la cronaca ha “vinto” il 5), ma di cosa stiamo parlando di fronte al fatto che da un lato abbiamo aziende che percepiscono 300.000 euro all’anno di sussidi mentre per i piccoli agricoltori gli Stati possono scegliere di dare un contributo annuo fino a 1.250 euro? Cosa cambiano queste cifre nell’economia di un’azienda? Lecentinaia di migliaia di euro mantengono in piedi un sistema monoculturale e non sostenibile; il migliaio sembra invece un “regalino” che certo non cambia il lavoro e la vita di una piccola azienda. È vero, ai piccoli agricoltori sono stati tolti molti obblighi burocratici, ma un aiuto concreto è un’altra cosa. In proporzione il contributo che loro restituiscono in cibo sano e buono, in cura del territorio e in beni di tutti è infinitamente più prezioso di mille euro all’anno. Da questo punto di vista la riforma Pac sembra abbia “cambiato affinché nulla cambiasse”: il grosso della torta continua ad andare ai grossi.

Un altro fronte sono le agricolture degli Stati membri di lungo corso contro quelle degli ultimi arrivati, i Paesi dell’Est. Queste ultime sono agricolture fragili, meno moderne e per questo ancora ricche di diversità naturale e produttiva: hanno diritto di crescere, ma anche di essere in qualche modo tutelate. Si parlava di “convergenza interna” per equiparare i sussidi, ma anche in questo caso alla fine decideranno i singoli Stati.

Poi c’è la questione “Europa contro Paesi in via di sviluppo”. In questo caso, se si guarda fuori dai confini continentali, ecco che magicamente torna l’unione: non è stato previsto nessun meccanismo di monitoraggio sugli effetti delle politiche commerciali della Pac – come i sussidi alle esportazioni o prezzi artificiosamente bassi – nei confronti dei piccoli agricoltori in Asia e in Africa.

Sono rimasti tutti uniti anche per annacquare le misure di “inverdimento” o “greening” delle pratiche agricole. È importante che il concetto sia stato introdotto, ma sono state anche previste così tante eccezioni nei regolamenti attuativi che il 60% delle terre coltivate europee alla fine potrebbe esserne esentato. Un buon indirizzo, ma un obbligo soltanto sulla carta.

Anche se si registrano alcuni aspetti positivi, come il già citato snellimento burocratico o l’aumento di risorse per i giovani agricoltori, questa è una Pac che lascia l’amaro in bocca. L’Europa sembra rimanere ancorata ai vecchi schemi del liberismo e delle lobbies multinazionali, senza il coraggio di proporre veri cambiamenti legati a prospettive nuove, mondiali, moderne. Quest’Europa ha generato una Politica Agricola Comune che ha poco di comune, che sembra nascondersi dietro le frammentazioni invece di imporre a tutti un indirizzo alto e nobile, severo e nell’interesse pubblico.

In tema di cibo e agricoltura, questa stessa Europa ci spinge a ripartire dalle nostre diversità per raggiungere un’unità che evidentemente è ancora tutta da definire. Mentre i piccoli agricoltori lottano da soli, i giovani hanno difficoltà a tornare alla terra, l’agroindustria continua a dominare e lo sviluppo di nuovi paradigmi sociali, economici, culturali, agricoli e alimentari, è lasciato tutto in mano a quei cittadini e contadini europei (loro sì!) dotati di tanta buona volontà e di copiose fresche idee. A ben pensarci, forse, sono proprio loro gli unici che ci fanno intravedere come sarà la vera «unione europea » del futuro.

La Repubblica 28.06.13

1 Commento

  1. Attilio dice

    “Poveri agricoltori” titola un articolo a firma di Carlo Petrini, pubblicato su La Repubblica del 28 giugno.

    “Poveri agricoltori”, scrive Carlo Petrini, costretti a subire una Pac che delude profondamente chi ha a cuore l’ambiente e l’agricoltura sostenibile. Una Pac che non supporta i piccoli agricoltori, che sposta risorse dal pilastro riservato allo sviluppo rurale in favore di quello legato ai pagamenti diretti, che invece di un greening duro e puro ci consegna un verde sbiadito.

    Una Pac, prosegue Carlo Petrini, dominata dalle lobbies e dalle multinazionali, che “ha poco di comune e sembra nascondersi dietro le frammentazioni invece di imporre a tutti un indirizzo alto e nobile, severo e nell’interesse pubblico”. Una Pac che disattende completamente le speranze della società civile.

    Coloro che hanno espresso un giudizio, magari sofferto, ma sostanzialmente positivo, sull’accordo Pac, comprese le Organizzazioni agricole, apparterrebbero quindi alla “società incivile”?

    Appellarsi alla società civile è un espediente retorico usato da chi ha vuole contrabbandare le proprie personali opinioni per opinioni della generalità della popolazione. La società civile è un conglomerato d’interessi contrapposti, alcuni persino inconciliabili. Nessuno è titolato ad interpretare la volontà di tutta la società civile. Nemmeno Slow Food.

    E’ vero però, come sostiene Carlo Petrini, che la nuova Pac sarebbe potuta essere migliore. Che si sarebbe potuto, ad esempio, fare di più per i piccoli agricoltori. Il mantenimento dell’agricoltura di piccola scala in determinati territori è essenziale. Alle piccole aziende occorre garantire sostegni adeguati, in quanto il loro permanere in certe zone difficili è troppo oneroso in relazione alle minori produzioni ottenute. Ma la nuova Pac deve occuparsi anche, e forse soprattutto, di sostenere la funzione produttiva dell’agricoltura e di rendere sostenibile l’attività agricola anche sotto il profilo economico.

    Nell’attuale scenario globale, in cui il cibo è diventato ad essere una risorsa strategica, la funzione produttiva dell’agricoltura è tornata ad essere prioritaria. E non è proprio il caso di scambiare per industriale, come fa Carlo Petrini, quel segmento di aziende agricole più strutturate che garantiscono una fetta importante della produzione agricola. Tagliare le gambe a queste imprese sarebbe come segare il ramo su cui poggia la gracile produttività dell’agricoltura italiana che garantisce solo il 60-70% del fabbisogno nazionale di generi di prima necessità come cereali, latte e carne.

    Gli agricoltori sono anche degli imprenditori che devono stare sul mercato e confrontarsi con la concorrenza internazionale e non possono lavorare in perdita. La Pac deve perciò sostenere il reddito degli agricoltori nel momento in cui i cittadini chiedono loro di svolgere anche funzioni di valenza “sociale” che incidono sui costi di produzione. La produzione di beni ambientali da parte dell’agricoltore, in maniera continuativa e diffusa, è possibile a condizione che l’attività agricola sia sostenibile anche sotto il profilo economico.

    Scriveva Bruno Le Maire, già Ministro dell’agricoltura francese, una frase su cui gli ambientalisti dovrebbero meditare: “I nostri agricoltori sono sottoposti a una concorrenza globale spietata. Se non saremo ragionevoli nelle nostre richieste, avremo salvato una certa idea di agricoltura, ma gli agricoltori saranno spariti”.

    Infine, sarebbe davvero ora che la si smettesse di accusare l’Europa di aver mancato l’obbiettivo, come sostiene Carlo Petrini, “di una politica agricola più verde”.

    L’agricoltura europea è l’agricoltura più eco-sostenibile al mondo. Da oltre un decennio la Politica Agricola Comune ha inserito nei suoi principi il rispetto degli ecosistemi, vincolando la quasi totalità dei suoi interventi al rispetto delle regole di cross compliance in materia ambientale, gestione agronomica e sicurezza alimentare. Senza contare le notevoli risorse destinate alle misure agro ambientali nell’ambito dei fondi comunitari per lo sviluppo rurale.

    Gli agricoltori stanno facendo sforzi enormi per coniugare agricoltura ed ambiente. Possono ancora migliorare, ma la rotta è tracciata. Sarebbe ora che se ne prendesse atto.

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