Giorno: 25 luglio 2014

"Tregua, l’ultima speranza", di Adriano Sofri

LA tregua e la pace sono due modi per così dire filosofici di immaginare e maneggiare il mondo. Non è detto che stiano in successione fra loro, così che la tregua preceda e prepari la pace. Spesso, sempre più spesso, la tregua sostituisce la pace, la rattoppa e si rassegna alla sua assenza. A unire comunque i due termini sta la dipendenza comune dalla guerra. Tregua e pace appaiono i due modi di opporsi alla guerra, e la guerra appare come la tentazione, se non la condizione, prevalente della convivenza umana. LE CRONACHE di questi giorni rinunciano a star dietro al fantasma della pace, e inseguono invece le peripezie delle tregue auspicate, mancate, firmate e violate: la spola di Kerry fra Egitto Israele e Palestina, gli appelli e gli orpelli telefonici attorno all’Ucraina, le cerimonie retoriche e diplomatiche ginevrine sulla Siria… Non si riesce a far rispettare una tregua di 5 ore, e si vorrebbe ottenere una pace? Ci si può spingere a pensare che la pace sia meno ardua che una modesta tregua, e …

"Riforme radicali per la svolta in Europa", di Guido Tabellini

Gli ultimi dati deludenti sulla crescita nell’area euro e in Italia confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, l’inadeguatezza della strategia di politica economica seguita finora in Europa. Ogni Paese deve risollevarsi da solo, con riforme dal lato dell’offerta per riacquistare competitività, e con politiche di bilancio restrittive per riassorbire il debito pubblico. Ma il problema oggi nell’area euro è la carenza di domanda interna, non la competitività, e la stagnazione impedisce il rientro dal debito. Alla fine del 2013, i consumi privati dell’intera area euro erano del 2% sotto i livelli raggiunti a fine 2007; gli investimenti privati erano sotto del 20%; solo le esportazioni sono salite di quasi il 10% negli ultimi sei anni. Questo problema può essere risolto solo a livello europeo: i governi nazionali non hanno strumenti efficaci per stimolare la domanda aggregata, perché hanno le mani legate dal patto di stabilità e non hanno sovranità monetaria. Dal punto di vista tecnico, la soluzione sarebbe semplice e non avrebbe grosse controindicazioni. Ogni Paese dell’area euro dovrebbe tagliare le imposte di un …

"Se all’Europa manca la Francia", di Cesare Martinetti

C’era una volta un Paese che faceva l’Europa e quando il suo presidente prese per mano il cancelliere tedesco sui campi dove fino a qualche decina di anni prima i loro padri si erano sparati da trincee impastate di fango e di sangue (era il 1984) tutti capirono che la storia aveva davvero fatto un salto. Quel Paese appare oggi come il fantasma del suo passato. La Francia è incerta, lacerata, indebolita, incapace di interpretare il suo ruolo. Ma se è vero che l’Europa non dipende più da Parigi, è anche vero che è impossibile fare l’Europa senza. Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, l’ha detto chiaro e tondo in un’intervista di questi giorni a Les Echos e Handelsblatt con il collega francese Michel Sapin: «Noi sappiamo che riusciremo a far progredire l’Europa e soprattutto la zona euro solo se Francia e Germania esprimeranno soluzioni comuni… Dovremo trovare soluzioni comuni per 28 paesi, ma questo è possibile solo se Francia e Germania sono unite». L’insistenza di Schauble sottolinea per l’appunto il soggetto che manca in …

"Ma ora è tempo di valori comuni", di Michele Ciliberto

Come ci ha spiegato alcuni secoli fa un signore nato a Firenze, in politica sono necessarie sia la fortuna che la virtù. E non è detto che la virtù funzioni allo stesso modo in situazioni differenti: un uomo apparso virtuoso in una determinata situazione può rivelarsi inetto se viene meno il “riscontro” con il tempo. Sono insegna- menti, anzi principi, validi ieri come oggi. Il nostro presidente del Consiglio ne è un esempio. Ha saputo cogliere l’occasione offertagli dalla fortuna e l’ha rivolta a suo vantaggio. L’Italia, in uno dei momenti più tragici della sua storia do- po la costituzione dello Stato nazionale, cercava una parola e una prospettiva di speranza, sia a destra che a sinistra; e l’attuale presidente del Consiglio è apparso in grado di dirgliela, ottenendo così una straordinario credito da parte degli italiani, come hanno mostrato le ultime elezioni europee. Non è stato un risultato improvvisato o casuale, anzi. La virtù del presidente del Consiglio è consistita nell’aver percepito prima di altri l’esaurimento di una intera stagione della storia della Repubblica …

"Il footing dell’ostruzionismo", di Francesco Merlo

Che nel museo della rottamazione vada a finire anche l’ostruzionismo parlamentare non è un colpo di stato ma una festa di liberazione. Dopo sessant’anni infatti la scienza del perdere tempo, dell’imbrigliare per imbrogliare, dell’emendare per impantanare non è più un’arma in difesa dello Stato di diritto e delle istituzioni. L’OSTRUZIONISMO non è più la reazione estrema ma nobile alle violazioni delle libertà personali, alle leggi-truffa, ai soprusi della polizia di classe, a tutte le mille diavolerie antidemocratiche della Prima repubblica. E che non sia in gioco la democrazia, che la decisione di contingentare i tempi per votare al più presto la riforma del Senato non sia né un attentato alla Costituzione né un anticipo di autoritarismo lo si capisce dal tono scanzonato e irreale di quel corteo di protesta che al grido grillesco rilanciato via Facebook “dittatura dittatura, così uccidono la democrazia”, ieri si è incamminato dal Senato verso il Quirinale. Più che una marcia, sembrava un footing dietetico, ovviamente legittimo come protesta pacifica, ma certo era paradossale vedere i fanti della democrazia liquida difendere …

"Il grande gioco delle parti", di Stefano Folli

La versione più rassicurante (forse, chissà, anche la più vera) vuole che il premier Renzi sia alquanto compiaciuto per l’ostruzionismo dei Cinque Stelle, arricchito ieri sera dalla breve marcia sul Quirinale insieme ad altri esponenti dell’opposizione. Il premier ritiene infatti di ricavarne un considerevole aumento di popolarità. Il ragionamento ha una sua logica. Come dire: più si scatena la protesta disordinata contro la riforma, più rifulge il dinamismo innovatore del presidente del Consiglio. Peraltro il merito del disegno di legge costituzionale è già quasi dimenticato, seppellito sotto gli ottomila emendamenti e ucciso nello scontro delle opposte propagande. Per cui anche la ghigliottina che ora calerà sugli ostruzionisti sembra un po’ la scena di una commedia in cui ciascuno recita la sua parte e incarna un certo ruolo. Renzi veste i panni del decisore che non guarda in faccia a nessuno. L’uomo forte che non esita quando si tratta di rimuovere i sassi lungo il proprio cammino, fossero pure i dati del Fondo monetario: «Che la crescita sia dello 0,3 o dello 0,8 o dell’1,5 per …