partito democratico

"L’unità di crisi del Pd marcia compatta", di Rudy Francesco Calvo

Il Partito democratico vuole mostrarsi unito di fronte alla crisi esplosa nel Pdl. Prima di tutto, mette in chiaro le priorità: le istituzioni non sono di proprietà di Berlusconi, quindi il presidente della camera non si tocca; quanto sta accadendo è «di assoluto rilievo politico e istituzionale» e quindi il premier ha il dovere di riferirne in parlamento. Insomma, «non si pensi che ad agosto si possa andare a tarallucci e vino su una faccenda di questo genere», ha detto Bersani in aula.
Concetti che il segretario e i capigruppo democratici hanno ribadito anche di fronte a Napolitano, nel corso di un incontro chiesto nel pomeriggio di ieri. Il capo dello stato ha chiarito la necessità da parte sua di rimanere fuori dalle discussioni interne ai partiti, salvaguardando però al contempo «la continuità della vita istituzionale». Compresa, si presume, la presidenza della camera.
I dem sono disponibili anche a ragionare sugli scenari futuri. E lo fanno in maniera compatta, evitando strappi. Bersani garantisce una gestione collegiale della crisi: ieri mattina deputati e senatori sono stati convocati sin dalle primissime ore a Montecitorio per definire la linea e in serata è tornato a riunirsi il “caminetto”, riesumato per l’occasione. Il metodo scelto dal segretario è apprezzato dalla minoranza, che chiede però qualche garanzia sul merito della linea. La disponibilità a una fase di transizione che eviti le elezioni anticipate, che «farebbero precipitare il paese in un baratro», e segni la fine definitiva del berlusconismo, non è messa in discussione da nessuno.
Ma se Massimo D’Alema chiede al partito un passo in più, esplicitando l’apertura a un «patto costituzionale» con Fini sulla legalità e la difesa del parlamentarismo, contro un Berlusconi che vuole «andare a votare a ottobre per ottenere il presidenzialismo», dall’interno di Area democratica sia Dario Franceschini che Walter Veltroni invitano a una maggiore cautela, per impedire che sia messo in discussione il bipolarismo. Non può essere quello tedesco, insomma, il modello da seguire, ma occorre lasciare agli elettori la scelta della maggioranza e del premier, anche attraverso le primarie. Avverte però Rosy Bindi: «Il bipartitismo su cui si reggevano Veltroni e Berlusconi è stato superato per quanto ci riguarda con l’ultimo congresso». Bersani ha stoppato le discussioni: «Non è il momento di parlare di legge elettorale. Ma pensate davvero che i nostri elettori accetterebbero di andare a votare senza poter scegliere il governo?».
Almeno per il momento, insomma, la difesa del bipolarismo rimane una priorità anche per il segretario. E se si aprirà un dibattito per superare il porcellum, il Pd porterà almeno inizialmente come proprio contributo il modello di massima approvato dall’ultima assemblea nazionale, che prevede collegi uninominali con doppio turno e recupero proporzionale dei migliori non eletti. «Noi siamo pronti a sostenere un governo di transizione – spiega Bersani – che lavori all’emergenza sociale, alla riforma elettorale e alla bonifica delle norme che favoriscono la corruzione. Dopodiché ognuno farà la sua proposta al paese in un sistema bipolare e si aprirà una fase nuova». La «sostanza», comunque, è che «la barca del governo non può andare avanti con delle falle così evidenti». Bersani continua a guardare alla Lega come il principale anello debole della maggioranza, anche perché per il momento senza il consenso del Carroccio nessun governo avrebbe i numeri per passare al senato. Per questo, mette sul piatto la disponibilità del Pd a discutere di federalismo, spiegando che il partito presenterà la propria piattaforma già all’interno della relazione di minoranza ai decreti attuativi. «Pensiamo di avere una chiave per realizzare un federalismo possibile».

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