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“Gli uomini perbene”, di Federica Fantozzi

Stieg Larsson li chiamerebbe “Uomini che rispettano le donne”. Sono i promotori di un appello contro la violenza lanciato nella tragica estate 2006 di Hina, la giovane pakistana uccisa dal padre a Brescia, e rimodulato sulla cronaca recente. Tra le firme Goffredo Fofi e Gad Lerner, Giacomo Marramao e Nanni Balestrini, Piero Fassino e Franco Giordano. La segretaria generale della Cgil Tessile Valeria Fedeli ha chiesto al sindacato nazionale di sottoscriverlo. Il sindaco e la giunta di Sesto San Giovanni lo hanno fatto proprio e proposto a tutti i cittadini maschili.

Dietro c’è l’associazione Maschile Plurale, nata un anno fa per «reinventare l’identità maschile e la mascolinità» sforzandosi di avvicinare Marte a Venere. Una mosca bianca, nel mare magnum delle organizzazioni anti-violenza, che senza dubbio piacerebbe allo scrittore svedese, autore del best seller «Uomini che odiano le donne».

Singoli e gruppi al maschile che nel tempo hanno costruito una rete a livello locale, tra amicizia e idee comuni, e poi hanno giudicato i tempi maturi per emergere con un «progetto sociale». Significativo il testo: è «giunto il momento di una presa di parola pubblica e assunzione di responsabilità da parte maschile». Di qui sedute di autocoscienza collettive, iniziative politiche, presentazioni culturali, un appuntamento nazionale a Pinerolo il 21-22 marzo.

Non sono numeri enormi: un centinaio gli iscritti, un migliaio le firme, molti più simpatizzanti e internauti. Racconta Alberto, da Genova: «L’appello ci ha fatto vedere una realtà più grande di quanto immaginassimo di uomini su questa posizione». Ora hanno uno strumento per condividerla. Conferma Gianguido Palumbo, uno dei fondatori: «C’è stato un tam tam. Il sollievo di poter confrontare dubbi, riflessioni, modi di vita». Capita, come racconta Alberto, di uomini che «usufruendo di questa piccola comunità siano riusciti a incanalare una tendenza alla violenza che sentivano dentro di sé, senza venire condannati». Ma se è ben accetta la curiosità (che soprattutto è femminile), Palumbo mette in guardia dal «voyeurismo»: «Una trasmissione televisiva ci ha chiesto di filmare un incontro di autocoscienza maschile. Li abbiamo mandati al diavolo».

Palumbo fornisce un identikit degli aderenti. Età: dai 40 ai 60, maggioranza over 50. «Siamo non dico reduci ma militanti di una sensibilità sociale che ha fatto gli Anni ‘70». Generazioni toccate dal femminismo: non pervenuti ragazzi di oggi. Professioni varie: insegnanti, professionisti, impiegati, pensionati, qualche operaio. Credenti e non, etero e omosessuali. Pochi militanti o iscritti a partiti, tutti di sinistra. Dal Pd agli attuali extraparlamentari: «Nessuno di destra e c’è un motivo. La politica è anzitutto cultura. Il rapporto con il mondo attraverso l’identità sessuale fa parte integrante di te e conduce a una certa militanza. Un associato di An mi farebbe piacere, ma sarebbe in crisi con la sua tradizione».

Omogeneità territoriale: da Nord a Sud. A Torino c’è «Il cerchio degli uomini», con attività teatrali e «lavoro sul corpo». A Pinerolo «Uomini in cammino», comunità di cattolici di base gestita da Beppe Pavan, ex prete poi sposatosi, ex operaio. A Roma e Bologna le presenze più strutturate. A Ragusa è nato il nucleo «Non più sole».
Orazio Leggiero fa parte di «Uomini in gioco»: da 7 anni si incontrano tra Bari e Monopoli, a casa dell’uno o dell’altro. «Ci vediamo 4 volte al mese – racconta – E scegliamo il tema da affrontare a livello emozionale, perché è lì che noi siamo carenti. Parliamo del rapporto con i genitori, i figli, la violenza in generale». Perché un gruppo maschile si incontra per dibattere un problema non suo? «Non vogliamo scimmiottare le femministe, ma si deve partire dal proprio vissuto di genere». Gli amici vi prendono per matti o vi invidiano? «Avvertiamo un certo disagio, interesse inconfessato. Ma spesso si uniscono a noi. C’è sofferenza diffusa».

Per un fenomeno in riemersione, che sia «quantitativa o culturale»: «Ormai – si legge nell’appello – opinione pubblica e senso comune non tollerano più la prevaricazione maschile». Tantomeno se l’”allarme straniero” serve a rimuovere gli stessi comportamenti «di noi maschi occidentali». Massimo Greco, caposala al Policlinico di Tor Vergata, ha gestito un corso di formazione per infermieri che si relazionino con vittime di abusi. 60 iscritti. Il punto: «Le ricerche mostrano che gli operatori sanitari a volte non capiscono il problema della donna, o scattano stereotipi del tipo “guarda come era vestita”». Si impara a individuare una vittima che ha paura di denunciare: lesioni da difesa, come il livido della presa di mani o tagli sulle braccia, i movimenti, il silenzio. Visti dalle ambulanze, i maltrattamenti crescono? «Cresce il coraggio di andare in ospedale. Tante donne non sanno che anche nel matrimonio può esserci stupro che richiede il medico». L’interrogativo finale è perché uomini rispettosi delle donne sentano il bisogno di impegnarsi in prima linea: «Noi non abbiamo mai alzato le mani – dice Leggiero – Ma questo non ci assolve del tutto». È il senso di colpa maschile? «Direi introiettato nel profondo. C’è una colpa collettiva di cui dobbiamo farci in parte carico».

L’Unita, 3 Febbraio 2009

2 Commenti

  1. Daniela dice

    Ho appena ascoltato il TG1
    5 minorenni a Trento hanno violentato una ragazzina di 14 anni. E’ accaduto circa 1 mese fa, i cinque ragazzi hanno bevuto e hanno fatto bere la loro compagna poi a turno hanno abusato di lei, dice il giornalista, la giovane ha denunciato solo oggi la violenza.
    Poi il servizio continua con interviste sull’uso dell’alcool nei minorenni. Aspetto che si dica qualcosa anche sulla violenza, una condanna, una domanda su come mai a Trento, sulla giovanissima età dei violentatori…..niente, assolutamente niente. L’informazione ha fatto il suo dovere, ha deciso d’imperio di catalogare le violenze in serie A e B. Grande risalto a quelle perpetrate da stranieri, minimizzazione alle violenza da parte di italiani. Et voilà les jeux sont faits! Al servizio di xenofobia e razzismo. Ma non solo, non dimentichiamoci che questa informazione fa malissimo alle donne e alla idea che poi non sia così grave una violenza sessuale.

  2. redazione dice

    Oggi l’Unità ha dedicato ampio spazio all’argomento.
    Ecco gli altri interventi

    Molti i casi, ma poche le denunce. Spesso l’incubo è a casa

    3 giorni. Ogni tre giorni in Italia una donna muore per la violenza maschile. Una statistica da brivido
    1 milione di donne ha subito violenza; 126 sono state uccise
    6,5 milioni di donne hanno subito almeno una volta forme di violenza fisica o sessuale
    25 novembre, questa la data scelta come giornata mondiale contro la violenza sulle donne
    14 milioni le donne che, a causa di una situazione familiare o sociale negativa, rischierebbero la salute e spesso la vita stessa. Infatti, nella maggior parte dei casi, le violenze culminano con la morte della donna oggetto delle negative attenzioni.
    69,7% degli stupri avviene ad opera del partner o di un familiare. Nella stragrande maggioranza dei casi non viene denunciato

    Combattiamo l’idea della donna-preda
    di Abdon Alinovi

    La sequenza degli stupri che affligge il bel Paese registra un picco alto, dal Capodanno e nella stessa Capitale. Si è aggiunto il caso clamoroso di Guidonia ed ora quello nel piacentino, dove gli autori dell’odioso delitto sono stati due branchi di giovani di nazionalità romena. A Guidonia la giusta indignazione popolare rischiava di finire in un linciaggio senza la robusta tenuta dei carabinieri. È legittimo il dubbio che allo sdegno si sia mescolata l’ostilità xenofoba.
    Resta la necessità di riflettere sopra un delitto che si è diffuso senza confronto con il passato per numero e frequenza. Certo, il delitto si inscrive nel grosso capitolo della violenza contro la donna. L’allarme della stampa è giustificato. Si deve insistere non solo con l’informazione ma con l’impegno volto alla formazione di un’opinione pubblica che sappia valutare i rischi gravi di regressione culturale e morale.

    Considero tuttora emblematica la vicenda complessa e sconcertante della ragazza di Montalto di Castro. Nel marzo 2007, una sedicenne uscita dalla discoteca del paese per rincasare fu assalita e violentata sulla strada da otto giovanotti, sortiti dallo stesso locale. Le cronache registrarono marginalmente il caso. Ma il clamore fu suscitato dall’incredibile deliberazione del Comune che elargiva trenta mila euro, su richiesta delle otto mamme, per la difesa degli imputati in una “faccenda più grande di loro” (parole del Sindaco).
    La protesta si levò alta, ma tutta al femminile, ed alcune parlamentari chiesero le dimissioni di quel Sindaco. Questi, nel riferirsi ad Anna Finocchiaro, la apostrofò pubblicamente con le parole: “…talebana del…”. Il pressing di un personaggio altolocato del suo partito lo indusse alla revoca e ad un’untuosa, ipocrita autocritica che, invece, si rivelò un’autoaccusa. Si ricompose, comunque, il coro del consenso paesano. Fu archiviata “l’imprudenza”, la “scivolata”.

    Quella rozza reazione aveva rivelato una precisa mentalità: la Finocchiaro si era “impicciata di una ragazzotta di poco conto” solo per fanatismo femministico, senza tener conto, per dirlo con le parole dei predatori, che “…aveva provocato con la sua minigonna nera e poi era ubriaca…”, aggiungendo così alla selvaggia violenza altre turpi offese. Solitaria, al maschile, si levò su questo giornale la mia protesta: la vittima era stata trascurata. Immaginai che la sventurata ragazza fosse figlia di uno dei miei figli e questo mi aiutò a capire.
    Evocai anche il nome di Luigi Petroselli che era stato animatore di lotte civili ed aveva portato in alto il nome di Montalto, prima di ascendere in Campidoglio. In suo nome chiesi a vari enti misure riparatrici. Invano. Ecco perché sui casi recenti di Roma e del Lazio non mi sembra che l’accento vada posto sulla pubblica sicurezza. Ad Alemanno occorre chiedere un atto di coraggio civile; il Comune assuma la difesa delle cittadine colpite, anche in nome della dignità e civiltà della Capitale. Sarebbe un segnale forte. Lo spirito pubblico sarebbe chiamato a proteggere le vittime, a condannare la concezione della donna-oggetto, la donna- preda.

    Questo è il punto dolente. La frivolezza del Grande Deviatore nei confronti dell’universo femminile fa tutt’uno con la sua rozza ironia: “…un soldato per ogni bella ragazza…?”. Parole che rivelano la mentalità partecipe della subcultura comune: ” l’uomo cacciatore per natura…e per natura la donna bella provoca, deve dunque sapersi guardare da sé…”. Cioè, deve rinunciare alla rischiosa minigonna, all’allegria in discoteca….

    In Parlamento, finalmente, pare ci si muova. Non si tratta tanto di inasprire le pene, quanto piuttosto di restringere le maglie sulle attenuanti. Inoltre, occorrerebbe migliorare la normativa, determinando l’obbligatorietà della cura e dell’assistenza alla vittima da parte degli enti pubblici competenti. La delibera revocata nel Comune di Montalto di Castro non deve essere neppure ipotizzabile perché antigiuridica; al contrario, occorre obbligare l’ente locale ad attuare i provvedimenti necessari per la possibile riparazione del danno materiale e morale.
    Persone esperte, per il patimento subito o per competenza scientifica, affermano che il trauma agisce in tutto il corso della vita della donna, anche con possibilità di disabilità in alcune funzioni.
    Più in generale, occorrerebbe una svolta culturale in tutta la società, per suscitare una concezione universale di gioiosa limpidezza e naturalità nel rapporto uomo-donna.

    L’Unità, 3 Febbraio 2009

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