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“I ragazzi dell’Onda nascosta”, di Marco Rossi Doria

Nel mezzo dell’autunno italiano, mentre un’onda di ragazzi riempiva le strade a difesa di istruzione e formazione pubblica, altre migliaia di ragazzi continuavano a lavorare nei bar e nelle officine; servivano a tavola, fabbricavano pantaloni, camicie e borse in piccole manifatture nascoste nei vicoli o in periferia. Per sei o settecento euro al mese. O decidevano di prendere il treno come avevano fatto i loro nonni per entrare in una fabbrica lontana, tornando ogni sera in un appartamento diviso con gli amici del quartiere con cui si erano dati reciproco coraggio per partire. Diciassette, diciannove, ventuno anni. Pochi parlano di questa onda silenziosa, fatta da ragazzi e ragazze di un’altra Italia.

Nel mezzo dello stesso autunno, una sera veniva fatto fuoco su quattro ragazzini davanti a una sala giochi, a cinque chilometri dal centro della terza città italiana, probabilmente da parte di altri ragazzi, legati alla malavita organizzata. E qualcuno per un giorno si è chiesto come mai. Ma né i giornali né le tv si sono interrogati più di tanto sulle persone dell’età dei ragazzi dell’onda o più piccoli che sono parte di tribù adolescenziali e giovanili senza rete e fuori controllo e troppe volte già in balia dei miti e dei comportamenti ispirati al crimine organizzato. Fatti di modelli e riti che tanto più attraggono quanto più forniscono una sponda identitaria, un’appartenenza.

C’è un mare fatto da centinaia di migliaia di ragazzi italiani che hanno lasciato presto la scuola o l’hanno fatta male o comunque sono andati presto a lavorare. Spesso in regime di precarietà, di bassi salari, con mansioni a basso contenuto di sapere e di apprendimento e con quasi nessuna prospettiva di futura formazione. Al Nord come al Sud, questi nostri giovani concittadini producono ricchezza. Senza avere in cambio alcuna reale prospettiva di «sviluppo umano» che ogni paese civile dovrebbe dare ai suoi figli nati meno fortunati. Ve ne sono, inoltre, alcune migliaia che ogni giorno vivono nella immediata vicinanza di mercati illeciti o criminali, in prossimità di armi da fuoco e di alcool. E di sostanze che generano comportamenti incontrollabili e danni duraturi, ottenibili a costi irrisori.

Di chi sono figli questi nostri giovani concittadini con poca scuola? Sono quasi tutti figli di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. E non sono pochi. Secondo l’Istat i minori poveri in Italia sono 1 milione e 809 mila, il 17% del totale; ma di questi, 1 milione e 245 mila risiede nel Mezzogiorno. E’ il 70 percento del totale dei bambini e ragazzi poveri italiani, uno su tre dei minori meridionali, concentrati nelle grandi aree urbane.

La nostra scuola o non li conquista o comunque non riesce a favorire la loro emancipazione dall’esclusione precoce. Proprio no. E’ fatta per gli altri. Nonostante i molti sforzi di tanti di noi. E la scuola pubblica, per essere tale, non può essere più difesa così com’è. Deve cambiare. Sono i fatti ad esigerlo. Il «Social situation report 2007» della Unione Europea ce lo conferma: la nostra scuola rimane di classe. Più che altrove. I figli di chi ha fatto l’università e ha un lavoro sicuro hanno sempre più possibilità di completare bene l’intero corso degli studi. Tale possibilità va moltiplicata per 2,1 per la Germania, per 2,4 per il Regno Unito, per 2,8 per l’Olanda, per 3,3 per Spagna e Francia, per 3,6 per la media dei 25 paesi dell’Unione Europea. Ma in Italia la possibilità del figlio di chi ha studiato e ha un buon lavoro di finire bene scuola e università è di ben 7,7 volte quella del figlio di chi ha in tasca la terza media! E l’istruzione ancora serve a vivere meglio. E’ il primo fattore a determinare buon lavoro e guadagno. E’ il primo antidoto alle dipendenze, alle malattie mal curate, alla violenza recata e subita, alle povertà.

L’Italia subito dopo la vittoria della Repubblica, mostrò di esistere anche perché la sua parte migliore, di ogni colore politico, del Nord e del Sud, riconobbe nel libro di Carlo Levi – «Cristo si è fermato ad Eboli» – che vi era una parte d’Italia chiusa nella miseria, esclusa dalle possibilità, che doveva ricevere risposte. Oggi le risposte le si devono ai bambini e ai ragazzi figli di poveri. E del Mezzogiorno in particolare. Ci vuole una grande politica. Che metta insieme le esperienze migliori di scuola, volontariato, banche, imprese. Che ripristini, certo, la forza della legge. Che deve tornare a difendere i diritti e a presidiare i limiti e a essere visibile ai ragazzi di tanti quartieri pieni di rischi. Ma che offra anche scuola innovata, vera formazione. E lavoro dove si produce, si guadagna e si impara anche.

L’Unità 05.02.09

2 Commenti

  1. Federica dice

    Siamo un Paese socialmente immobile, che deprime i talenti (soprattutto quelli dei giovani), psicologicamente depresso.
    Il PD dovrebbe assumere questo programma: levare le incrostazioni che impediscono la mobilità sociale, promuove vere politiche di pari opportunità (vale a dire creare una rete di sostegno per chi nasce in condizioni di svantaggio, che è cosa ben diversa dall’assistenzialismo), permettere ai giovani di dimostrare quanto valgono, sollecitandoli ad “intraprendere”.
    Solo così possiamo ridare fiducia al nostro Paese. Ci sono riusciti negli Stati Uniti: perché non possiamo farlo anche noi?

  2. Redazione dice

    Allarme Università: fuggono le matricole, di Flavia Amabile
    La Stampa 05.02.09

    La delusione Il diploma perde fascino: non è più una garanzia per trovare il posto di lavoro subito e ben retribuito.
    La crisi Sono sempre meno le famiglie in grado di mantenere gli studi ai figli:e le «lauree brevi» non funzionano.
    Guido Fabiani Rettore Roma Tre: “Soltanto la qualità attira gli studenti”
    La crisi è soprattutto al Sud: le regioni del Nord-Ovest sono in controtendenza
    Si salvano gli atenei privati con un boom alla Luiss e alla Bocconi
    Che cosa accade nelle università? Nulla di buono si direbbe a giudicare dagli ultimi dati sugli iscritti diffusi dal Ministero dell’Istruzione. A fine novembre del 2008 a decidere di affidare il proprio futuro ad un corso in un ateneo sono stati in 312.104, il 3,27 per cento in meno rispetto allo scorso anno, il calo più consistente degli ultimi sette anni. Negli ultimi quattro anni almeno cinquantamila diplomati hanno preferito il lavoro allo studio.
    L’università è in crisi, insomma. E ad essere in difficoltà sono soprattutto le statali perché nelle facoltà private il numero degli iscritti è rimasto più o meno invariato da un anno all’altro ed è addirittura aumentato in alcuni templi come la Bocconi (il 5,1% in più) o la Luiss (il 14,7% in più).
    Il calo è ormai costante dal 2002 in poi, anno dell’introduzione della formula del 3+2, delle lauree brevi. E quindi se a luglio si sono diplomati in 470 mila e sono ogni anno di più i giovani che terminano gli istituti superiori sono sempre di meno quelli che scelgono di continuare gli studi all’università. Che cosa fanno? Vanno all’estero, cercano lavoro, forse nulla. A essersi persi per strada in questi anni sono un bel po’ di ragazzi. Dopo una crisi nella prima metà degli anni Novanta, la propensione a proseguire gli studi era di nuovo aumentata dal 1999. Tanto per dare un’idea, nel 2001 i giovani passati dalla scuola all’università sono arrivati al 72,7%. Quest’anno sono scesi a poco più del 66%.
    Il calo non è uguale in tutt’Italia né in tutte le facoltà o indirizzi di studio. In aumento gli iscritti nel Nord Ovest, (l’1,21%). Va male invece al Sud, dove il 6% in meno di giovani ha deciso di puntare alla laurea dopo il diploma. Siamo intorno al 3,91% nel Nord Est, dove Verona ha perso circa 600 iscritti (il 10,4%) e Padova oltre mille, il 9,5% in meno. Non c’è da stare più allegri nella capitale degli universitari, Bologna, dove si sono persi il 3,5% di iscritti. In Veneto aumenta solo Venezia con il 9,4% di Ca’ Foscari e il 10,3% della Iuav. E in Emilia aumenta solo Parma con il 4,9% in più. Crollano le iscrizioni all’Università per stranieri di Perugia (il 38,6% in meno) e anche a Roma e nel Lazio non va granché bene. La Sapienza resta l’Ateneo più numeroso d’Italia (23.710 matricole) ma perde il 6,4% di iscritti. A Tor Vergata il calo è dell’8,3% e persino alla Lumsa, università privata e cattolica, le matricole sono il 13,6% in meno.
    Aumentano gli iscritti alle lauree scientifiche: sono soltanto il 3% del totale di chi decide di andare all’università, ma aumentano dell’1,4%. I più numerosi restano gli iscritti in Scienze dell’economia e della gestione aziendale con il 12% di immatricolati ma sono lo 0.3% in meno rispetto allo scorso anno. Al secondo posto le matricole di Giurisprudenza che calano del 2%. Sono in aumento, invece, corsi di studi più tecnici che rientrano nella fascia dell’«Ingegneria industriale» o delle «Professioni sanitarie».
    Che cosa accade allora nelle università? «C’è una forte crisi – spiega Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil -. Non rappresentano più uno sbocco verso un mercato del lavoro in grado di soddisfare in termini di competenze. Sempre più giovani la vedono come qualcosa di inutile e preferiscono orientarsi verso qualcos’altro. A incidere in termini negativi è anche la crisi economica. Sono sempre di meno le famiglie in grado di permettersi di mantenere un figlio per un certo numero di anni agli studi universitari. Sarebbe necessario un profondo processo di riforma e di sicuro i tagli previsti dal ministro Gelmini renderanno anche più profonda la crisi degli atenei».
    Daniele Checchi, professore di Economia politica alla Statale di Milano, spiega il calo andando indietro nel tempo fino al 2002, quando furono introdotte le lauree brevi. «Quell’anno i tassi di immatricolazione erano cresciuti moltissimo. Rendendo più breve la durata dei corsi, in tanti avevano pensato di poter riuscire a laurearsi. Con il passare degli anni, invece, si è capito che non era così facile come si credeva e quindi il numero degli iscritti è costantemente andato diminuendo. C’è anche un effetto dovuto alla crisi economica, gli incentivi previsti dal ministro Gelmini avranno effetto solo a partire dal prossimo anno».
    All’Istat avevano previsto il calo già alla fine dello scorso anno scolastico. Ma immaginavano una diminuzione ancora più consistente, intorno al 5% circa. «Dopo una stagione di forte crescita delle immatricolazioni, dopo la riforma del 2002 la perdita è stata lieve ma costante. E’ la disillusione o fenomeno che ha coinvolto maggiormente gli studenti italiani rispetto all’università», spiega Paola Ungaro, responsabile del settore istruzione dell’Istat.
    Guido Fabiani è rettore dell’Università Roma Tre. Mentre nel resto della capitale i dati sulle iscrizioni portano ovunque il segno meno, persino nelle private, lui può esibire un aumento del 9%, circa 500 studenti in più.
    Sembra che a Roma la sua sia l’università più gettonata.
    «E’ il risultato di un lungo lavoro compiuto, ad esempio sul piano delle infrastrutture e dei servizi. Possiamo offrire un posto a sedere a tutti gli studenti che frequentano, abbiamo migliorato molto le nostre biblioteche e disponiamo di una rete informatica superiore a molti atenei in Italia. Il wireless, ad esempio, copre il 90% dell’ateneo».
    Siete riusciti anche ad aumentare il numero di iscritti in corsi di studio come Economia o Giurisprudenza che nel resto d’Italia vanno piuttosto male.
    «Nelle facoltà più richieste governiamo l’accesso, abbiamo un tetto programmatico di matricole. A Giurisprudenza è di 1200 e a Economia di 800. Gli studenti sanno che all’interno di queste cifre possiamo garantire la massima qualità della formazione».
    A vostro vantaggio avete l’età: Roma Tre è l’ateneo più giovane della capitale.
    «Siamo nati sedici anni fa e abbiamo speso ogni euro dei finanziamenti avuti in passato».
    E ora che il ministero ha tagliato i fondi?
    «Adesso viene il difficile. Nel 2010 avremo seri problemi, dovremo chiudere prima la sera, risparmiare sull’elettricità e il riscaldamento».
    Si può sempre provare a cercare finanziamenti privati.
    «E dove sono in Italia i privati che investono nelle università? Non c’è un solo soggetto privato che abbia investito un euro se non in università socio-umanistiche private. L’unico esempio di ateneo scientifico su cui i privati hanno puntato è la Cattolica a Milano. Non esiste una sensibilità da parte dei privati, la voglia di investire nel futuro dei giovani, questo è bene che il ministero lo sappia».

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