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Scuola, On. Ghizzoni: “le iscrizioni come un referendum, bocciata la riforma Gelmini”

“Le scelte delle famiglie parlano chiaro e sono una bocciatura a tutto campo delle politiche del governo sulla scuola ed una netta sfiducia dell’operato del ministro Gelmini. I nodi sono finalmente arrivati al pettine e adesso il ministro si trova ad un bivio. O dichiara esplicitamente l’impossibilità di non poter soddisfare le richieste delle famiglie oppure deve fare marcia indietro sui tagli e rifinanziare la scuola pubblica. Altre vie non esistono. L’unica cosa certa è che ben nove famiglie su 10 non potranno avere le 30 ore settimanali richieste al momento dell’iscrizione. Le scelte delle famiglie – sottolineano – sono state uno referendum spontaneo sulla riforma Gelmini e i genitori non hanno lasciato spazio a dubbi. La riforma Gelmini è stata bocciata e – conclude – il ministro ne dovrebbe trarre le conseguenze”.

Lo dichiarano le deputate del Pd, componenti della commissione Cultura della Camera, Maria Coscia e Manuela Ghizzoni.

2 Commenti

  1. La redazione dice

    “Il Pd all’unisono: bocciata la Gelmini”, di Virginia Lori

    Nonostante la Gelmini, il tempo pieno è ancora molto desiderato dalle famiglie italiane. E chi lo aveva difeso, nei lunghi mesi di lotta, ora può puntare il dito contro il ministro della Pubblica istruzione. «Ecco i risultati della Gelmini», ha detto Anna Finocchiaro. «I genitori si sono saputi orientare perché conoscono le difficoltà delle famiglie: il papà lavora, magari anche la mamma. I bambini a scuola sono in un posto sicuro e socializzano meglio». «Sono tutte cose -continua la Finocchiaro- che noi in aula abbiamo detto, ma il ministro ha praticato un rigorosissimo silenzio ed una volontà cieca. E questi sono i risultati…».

    Nel Pd per una volta non ci sono distinguo. «Le scelte delle famiglie parlano chiaro e sono una bocciatura a tutto campo delle politiche del governo sulla scuola ed una netta sfiducia dell’operato del ministro Gelmini», spiegano le deputate del Pd della Commissione Cultura Maria Coscia e Manuela Ghizzoni. «I nodi sono finalmente arrivati al pettine e adesso il ministro si trova ad un bivio. O dichiara esplicitamente l’impossibilità di soddisfare le richieste delle famiglie oppure deve fare marcia indietro sui tagli e rifinanziare la scuola pubblica. Altre vie non esistono». «Le scelte delle famiglie – concludono – sono state uno referendum spontaneo sulla riforma Gelmini e i genitori non hanno lasciato spazio a dubbi. La riforma è stata bocciata e il ministro ne dovrebbe trarre le conseguenze». «Ora il ministro Gelmini ci deve spiegare dove troverà le risorse per garantire la mensa, le 30 ore, nonché il tempo pieno che i genitori hanno scelto», dice Antonio Rusconi, capogruppo Pd in commissione istruzione al Senato. «C’è solo un modo: ridurre i tagli. Oppure tali costi ricadranno sui Comuni già in difficoltà dopo il taglio dell’Ici».

    Polemico l’Unicobas «Sul tempo pieno Berlusconi e Gelmini bluffavano spudoratamente, ovvero mentivano sapendo di mentire». «Tutti ricordano – insiste il segretario Stefano D’Errico – che al momento della discussione parlamentare della riforma e nei momenti topici delle lotte, premier e ministro si sono sperticati nel dire che il tempo pieno sarebbe cresciuto con l’impiego delle risorse liberate dai tagli». Ma «ora che sono stati rese note le cifre relative alle preferenze delle famiglie per il tempo scuola relativo al prossimo anno per la primaria il ministero stesso fa sapere che solo il 27% sarà autorizzato: ben 300 mila famiglie resteranno senza tempo pieno».

    Dal Pdl grande silenzio. A difendere le scelte del governo si leva la voce del deputato Marco Marsilio: «Trovo surreale l’opera di mistificazione che sta portando avanti il Pd sul tema della scuola. Non c’è nessun referendum popolare e nessuna bocciatura nella scelta delle famiglie per il tempo pieno. Anzi, viene premiata l’idea di scuola voluta del centrodestra».

    L’Unità, 3 marzo 2009

  2. La redazione dice

    Mancano i maestri per il tempo pieno

    O il governo decide di allargare i cordoni della borsa e di ampliare gli organici degli insegnanti elementari a scapito dei tagli oppure il 90% delle famiglie interessate potrebbe non poter accedere alla «formula oraria» (24, 27, 30 o 40 ore settimanali) e al relativo «modello pedagogico», scelto per il proprio pargolo. Questa è la sostanza di una guerra di cifre che ieri ha contrapposto le opposizioni e i sindacati da una parte e il ministero dell’Istruzione dall’altra.
    La madre di questa controversia è il dato – diffuso due giorni fa dal ministero medesimo – sulle preiscrizioni di un campione di 900 classi elementari. Dicono i dati – elaborati da «Tuttoscuola», che ha fatto deflagrare la disputa – che «solo il 3% delle famiglie ha scelto le 24 ore, il 7% le 27 ore (una percentuale vicina a quanti nel corrente anno hanno questo modello orario), il 56% le 30 ore, il 34% le 40 ore (rispetto al 27% dell’anno in corso)».
    La questione che si pone è che l’amministrazione scolastica potrebbe non riuscire ad onorare le scelte delle famiglie. Gli organici dei docenti, infatti, secondo i regolamenti vigenti, sono stati calcolati su classi standard da 27 ore settimanali. Le classi da 24 ore, in questo schema, dovrebbero consentire un certo risparmio di insegnanti che andrebbe a compensare le esigenze delle classi da 30. Va da sé, quindi, che – nello schema del ministero – le classi da 24 e quelle da 30 sono strettamente connesse: tante delle une e tante delle altre.
    Le previsioni, invece, sono state travolte dai fatti: la formula «30 ore» è stata scelta dal 56% delle famiglie, cioè 300 mila unità. Ma, stando così le cose, 280 mila circa non potranno essere accontentate. Vuol dire – dunque – che più del 90% di quante hanno fatto richiesta per le 30 ore potrebbero non trovare risposta alle proprie istanze.
    Il problema è poi aggravato dal dato sul «tempo pieno», cioè le 40 ore settimanali. Le disposizioni ministeriali assicuravano che questa formula sarebbe stata mantenuta nella consistenza attuale, e cioè nel 27% delle classi (soprattutto al Nord). Ora, invece, stando al sondaggio, l’opzione sarebbe stata scelta dal 34% delle famiglie per i loro bambini: un 7% in più che, proiettato su una platea di 700 mila allievi già in tempo pieno, vuol dire almeno altri 50 mila ragazzi.
    Si potrebbe pensare che almeno i ragazzi che hanno scelto il modello base (chiamiamolo così) delle 24 ore non abbiano nulla da perdere. Invece non c’è pace neppure per loro, perché la richiesta è stata così bassa che potrebbe diventare difficile, in molte scuole, creare una classe di ragazzi che hanno scelto questa gabbia oraria.
    Insomma, un rompicapo. «Il ministero – dice il direttore di Tuttoscuola, Giovanni Vinciguerra – potrebbe uscirne facendo un grande sforzo organizzativo ed economico. Intanto deve attendere i dati completi sulle preiscrizioni per ragionare su numeri reali. Dopo di che è evidente che, nel momento in cui farà la circolare definitiva sugli organici, dovrà prevedere un assetto del personale docente pensato non più su classi da 27 ore, ma da 28, forse da 29». Il che, beninteso, significa un incremento di organico, piccolo o grande che sia. «Come farà questo governo – si chiede l’ex ministro Beppe Fioroni -, con i tagli economico-finanziari e le scelte fatte, a garantire gli standard di qualità a cui i genitori erano abituati?».
    Mariastella Gelmini, in questo frangente, ieri è apparsa di una serafica tranquillità: «Grazie a un migliore impiego delle risorse, non ci saranno problemi di sorta e sarà possibile rispettare la scelta delle famiglie».

    La Stampa, 3 marzo 2009

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