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Vivere ai tempi della crisi

La pizza con gli amici? Un miraggio, perfino per chi è «single e alla soglia dei 50». La spesa si fa solo dove ci sono promozioni, magari «in 2 – 3 posti diversi» e «soprattutto evitando le voglie del momento». Cinema, teatro, viaggi, libri e cd: kaput. La tv al plasma, vista solo nei negozi. E chi spiega: «Vesto e calzo cinese per arrivare alla fine del mese, se vesto italiano non arrivo alla terza settimana». Si taglia tutto, anche l’abbonamento a l’Unità.

Vivere ai tempi della crisi: i nostri lettori ci hanno raccontato a che cosa rinunciano per arrivare alle fine del mese. Susanna rinuncia «al riscaldamento della casa, in camera mia ci sono 13 gradi», ma ha ancora la voglia di dire che «le cose più belle per fortuna sono gratis». C’è chi ha 55 anni e gli «tocca elemosinare anche una misera speranza di lavoro, perché troppo vecchio e non sufficientemente capace di sostenere il ritmo (forsennato) da oggi richiesto».

C’è chi le rinunce le fa, ma soprattutto si preoccupa per le «generazioni future». «I giovani sono condannati a pagare debiti guadagnando poco e senza sicurezze, hanno tanti nemici invisibili o troppo visibili: senza un grido di ribellione – li avverte Ric – il potere continuerà sulla sua maledetta strada». Marti, non più giovanissima (ha una laurea e tre abilitazioni all’insegnamento) ma ancora senza una vita sua, è una altalena tra la ribellione e il disincanto. Urla: «voglio quello che mi spetta!», ma un attimo dopo ammette che lei i suoi tagli per risparmiare li ha cominciati dai «sogni».

C’è chi invece assicura di non dover rinunciare a nulla, perchè ha «sempre vissuto con assoluta sobrietà», non come quei «fessi» che «per inseguire l’effimero» si sono indebitati fino al collo. Sono quelli come Pietro, come l’80enne Renato, quelli che «il consumismo non l’abbiamo mai conosciuto», quelli che una cosa ce l’hanno chiara in testa: «La società sarà anche cambiata, la classe operaia non esisterà più, ma i fregati e chi li frega, questi sono eterni».

C’è chi riesce ancora a vedere il bicchiere mezzo pieno. E azzarda: «La crisi mi ha fatto bene: uso i mezzi pubblici o vado a piedi. Mangiamo solo il primo o solo il secondo (ho abolito l’ammazzacaffè e sto anche meglio).In ferie ci vado in treno e vado a casa di parenti (che mi vogliono ancora bene). Mangio molte uova (che ora pare non abbiano più colesterolo) e verdura che vado a comprare direttamente dal contadino (una volta la settimana). All’ipermercato (una volta al mese) acquisto solo prodotti (necessari) in offerta e capi d’abbigliamento (che mi stanno anche bene). Una volta alla settimana mangio carne e una volta pesce. Ero in sovrappeso ora sono in perfetta forma. Me la cavo».

Si paga cara, la recessione. Non solo dal punto di vista economico. Emidio non ha dubbi: «Si rinuncia alla vita sociale, non si esce più , non si va neanche a trovare un parente, ci si chiude in se stessi, non si ha voglia di vivere, si perde la serenità, non si socializza più. Ecco la rinuncia più grande».

L’Unità, 9 marzo 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    “Quell’Italia che non va alle Maldive”, di Maurizio Chierici

    Appello col cuore in mano: per favore non cambiate stile di vita. Comprate, spendete e la crisi passerà. D’accordo Cavaliere, ma quale vita? Diario di un sabato milanese. Spengo la Tv, ho voglia di amici. Al telefono rispondono le voci delle cameriere: «I signori sono a Crans, festa di compleanno». «Li trova alle Maldive». Devono essere partiti in tanti, sole delle Maldive a prezzi svendita. Sette giorni, 2500 euro. Miserie. L’occasione allunga le file di chi vuol partire, ma non c’è posto per tutti. Si rassegnano a Sharm El Sheikh, Mauritius, Zanzibar, o Cuba se da ragazzi sognavano a sinistra, o Brasile, affari e relax. L’amica manager viaggia col Rotary in Birmania; l’amico ambientalista nei parchi sudafricani. Senza contare il plotone degli sciatori su e giù dalle case in Ticino, banche a portata di mano. Malinconia della solitudine improvvisa. Una certa città è scappata dalla gente che brontola.

    Prenoto il ristorante, almeno quattro chiacchiere con chi fa lo stesso mestiere: «Brutta sera», sospira il proprietario. Ma siamo in quaresima, provo a dire. Sarà, ma non ti posso apparecchiare neanche per il secondo turno. Nell’altro ristorante vengo accolto con spirito di carità. Ascolto le due signore del tavolo accanto: la signora piccola vende borse attorno a San Babila. «Speriamo continui. Il lusso non è mai andato così bene anche se a febbraio deve essere successo qualcosa…». Fanno programmi: venerdì a Saint Moritz per respirare l’aria buona.

    Passeggiando sui marciapiedi bagnati ascolto chi si sdoppia tra lavoro e solidarietà. Non è un fanatico che distribuisce minestre ai tavoli delle mense popolari dove extra e milanesi (che un po’ si vergognano) arrivano puntuali come ospiti prenotati. Pensionati, cassa integrati, precari, profughi call centers ai quali non andrà un centesimo dei miliardi Tremonti. Senza le pensioni di padri e madri chissà la disperazione.
    Ascolto il racconto del compagno dei passi notturni, commercialista con qualche gioco di prestigio per soccorrere partite Iva arrabbiate con le tasse. È cresciuto nel palazzo della borghesia devota che parlava in punta di lingua il dialetto di una Milano che non c’è più. Il suo volontariato pianifica accordi con qualche supermercato, acquisti last minute. Famiglie consociate in cooperative d’emergenza vanno a fare spesa mentre si spengono le luci. Le anime buone dei dipendenti li guidano nell’acquisto di cibi in scadenza: frutta, latte, pasta fresca, pesce molle, stracchini che si sciolgono. Prezzi scontatissimi, tanto la roba domani é fuori scaffale. Riempiono camioncini e partono per strade lontane dove le pentole aspettano.

    «Stiamo aprendo cantieri, opere utili che fanno girare i soldi». Appalti ponte di Messina, appalti metrò Parma, chi può raddoppia le case: opere utili alle vacanze dell’Italia delle Maldive. L’altra Italia (sempre più lontana) deve avere pazienza.

    L’Unità, 9 marzo 2009

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