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“Laureati sotto l’effetto recessione”, di Federico Pace

La crisi stringe il cerchio. Dentro ci sono tutti. Anche loro. Anche i laureati. C’era da immaginarselo. Una spia significativa di questo fenomeno arriva da uno dei “polmoni di lavoro” più moderni dell’università. Sono infatti sempre meno le imprese che si rivolgono alla banca dati di Almalaurea, il consorzio universitario che coinvolge 52 atenei italiani, dove sono contenuti i curriculum di un milione e duecentomila laureati. Un grande bacino di talenti che in un anno ha ceduto alle imprese ben 460 mila profili di studenti usciti dalle aule universitarie. Il dato acquista rilievo particolare perché sono proprio le università il canale che le imprese, negli ultimi anni, hanno mostrato di privilegiare quando devono entrare in contatto con le migliori risorse.

A gennaio e febbraio 2009, rispetto all’anno scorso, le necessità dei direttori del personale sono scese di un corposo 23 per cento. E a vedere diminuire la richiesta sono tutti. Anche quei laureati che sono considerati da sempre la punta di diamante, quelli che le imprese vedono come più preparati e adatti a fare il loro ingresso in azienda. I laureati del gruppo economico statistico hanno subito una flessione del 35 per cento mentre la domanda di ragazzi e ragazze con studi di ingegneria alle spalle è scesa del 24 per cento.

La lunga discesa degli occupati. I dati sono quelli di Almalaurea che verranno presentati a Bari il 12 marzo insieme all’undicesimo Rapporto 2009 sulla condizione occupazionale dei laureati che ha coinvolto 300 mila laureati di 47 università italiane di cui 140 mila laureati post-riforma. “Ciò che deve essere scongiurato – dice Andrea Cammelli, direttore del consorzio – è che una preziosa e qualificata risorsa rischi di essere schiacciata fra un sistema produttivo che non assume e un mondo della ricerca priva di mezzi”.

Se il dato relativo alla banca dati è una sorta di istantanea di quel che sta accadendo in questo preciso momento, le cose non migliorano di molto se si cerca di andare a capire qualcosa di più nel medio periodo. Negli ultimi sette anni, dicono gli autori del Rapporto, la percentuale dei laureati (del vecchio ordinamento) che ha trovato impiego, ad un anno dal conseguimento del titolo, si è contratta di oltre sei punti percentuali passando dal 57,5 per cento del 2001 al 51,4 per cento del 2008. Il tasso di disoccupazione nell’ultimo anno è poi aumentato di tre punti percentuali. Ed è immaginabile che nel prossimo anno i valori saranno ancora più critici.

Essere atipici. Anche adesso che tutti abbiamo fatto il callo alla precarietà, sorprende il dato relativo alla persistenza della natura atipica dei contratti di lavoro che legano i laureati alle imprese. Si dice che la condizione “precaria” soprattutto per i laureati, per i giovani, sia una condizione temporanea e di passaggio. Ma così non è. E ancora una volta, purtroppo, ne è arrivata una prova. Più di un quarto (il 26,8 per cento) di quelli che lavorano da cinque anni si ritrova in mano solo un contratto atipico. E se è vero che nel tempo si riduce tale quota (a un anno dal conseguimento è quasi il doppio), è però innegabile che la proporzione di quelli che rimangono intrappolati tra contratti di collaborazione e rapporti a tempo sembra essere al di sopra di quanto sopportabile da una società che vuole crescere e offrire occasioni ai suoi cittadini.

Gli stipendi più leggeri. Negli ultimi quattro anni il guadagno mensile netto, rivalutato ai valori attuali, è sceso del sei per cento. Nel 2005 quelli che si erano laureati cinque anni prima, guadagnavano 1.428 euro in un mese, dopo tre anni si sono dovuti accontentare di 1.343 euro con una perdita del potere d’acquisto pari al 6 per cento. Per quanto riguarda le differenze territoriali, lo stipendio netto di chi lavora al nord Italia si attesta a 1.392 euro mentre nelle regioni centrali scende a 1.314 euro e al Sud scivola a 1.118 euro. Disparità però che, al netto del diverso costo della vita territoriale, sono pari al 2 per cento.

Quelli del 3+2 e i “triennali”. Il rapporto di Almalaurea ne ha coinvolti poco più di 30 mila. E, pure se sono tra coloro che mostrano le migliori performance di studio (un voto medio di 109 su 110) e molti di loro trovano impiego, si deve constatare che solo il 28 per cento di loro ha un posto stabile mentre il 49 per cento fa i conti con un contratto atipico.
Difficile comprendere a fondo i dati dei neolaureati di primo livello, ovvero quelli della laurea triennale (un campione pari a 105 mila laureati). Soprattutto in considerazione del fatto che molti di loro proseguono il corso di studi. Se si escludono quelli che continuano a studiare, si scopre che il 69% per cento di chi consegue il titolo trova un impiego entro un anno. Ma il 47 per cento di loro ha un contratto precario e solo il 40 per cento riesce ad approdare alle spiagge sicure (e remote) della stabilità.

Accesso al credito e al capitale umano. Per rilanciare e tornare a dare un’occasione ai migliori talenti italiani, dicono gli autori della ricerca, è necessario “favorire l’accesso delle imprese, incluse quelle piccole e medie, alle risorse umane più giovani e di qualità formatesi all’università”. In questo modo, in un quadro nazionale in cui le risorse destinate all’istruzione e alla ricerca sono da tempo insufficienti, il capitale umano di alto livello rimane ancora ridotto e prevalgono le piccole e piccolissime imprese, il governo potrebbe perseguire il duplice obiettivo di “sostenere l’iniezione di risorse umane di più elevata qualità nel sistema produttivo, e assicurare alle nuove generazioni, quelle più capaci e preparate, un futuro lavorativo incoraggiante nel proprio Paese”.

La Repubblica, 10 marzo 2009

1 Commento

  1. Redazione dice

    Vi proponiamo un ulteriore approfondimento tratto da L’Unità di oggi

    Università, un laureato italiano su due è precario

    Bravissimi, laureati e specializzati con i migliori voti. Conoscono bene l’inglese, e in molti hanno già fatto un’esperienza di studio o lavoro all’estero. Sono i neo dottori italiani, lavoratori atipici e tendenzialmente in fuga dal nostro paese.

    Un laureato italiano su due, infatti, ad un anno dal titolo – sia pre che post riforma universitaria – ha un posto di lavoro precario.
    Sono tra gli studenti più brillanti ma quasi il 49 per cento dei neo-dottori anche dei bienni specialistici, non trova gratificazione nel mercato italiano. Si sono laureati presto, con un voto medio di 109 su110, il 12 per cento ha seguito programmi di studio all’estero e oltre il 70 per cento sa bene l’inglese.
    Il rischio, comunque, è quello che vadano ad ingrossare le fila dei cervelli in fuga dall’Italia.
    Lo dice il XI rapporto «Almalaurea» sulla condizione occupazionale dei laureati italiani presentato martedì a Roma.Lo studio ha coinvolto quasi 300 mila laureati di 47 università tra quelli pre e post-riforma, il cosiddetto 3+2, compresi 30.355 laureati specialistici del 2007 intervistati ad un anno dalla laurea.

    Stando ai dati di Almalaurea, dunque, ad un anno dal titolo è precario il 42,7 per cento dei laureati pre-riforma, il 46,8 per cento di quelli triennali, il 49,1 per cento di quelli specialistici e il 44,7 per cento degli specialistici a ciclo unico, mecidina, per fare un esempio. Il guadagno supera di poco i mille euro, con un picco di 1.140 per i laureati specialistici a ciclo unico.

    Tra i laureati pre-riforma tra il 2000 ed il 2008 la quota di chi ha trovato posto ad un anno dal titolo è scesa di 6,1 punti, dal 57,5 per cento al 51,4 per cento, e di analoga identità – spiega il rapporto – risulta anche l’aumento del tasso di disoccupazione. Ad un anno dal titolo è precario il 42,7 per cento del totale, solo a 5 anni le cose migliorano.
    Tra i dottori del 2003, ad esempio, il tasso di occupazione è oggi dell’84,6 per cento la stabilità coinvolge il 70 per cento degli occupati. A guadagnare di più sono i laureati dell’area medica, in media 2.026 euro
    Ma i laureati specialistici, messi a confronto con quelli pre-riforma hanno performance decisamente più brillanti. Il voto medio di laurea è 109 contro il 102 dei dottori pre-riforma, il 70 per cento si è laureato in corso contro il 9,5 per cento.

    Stagisti e con esperienze all’estero
    Il 56 per cento ha svolto stage durante l’università, il 12 per cento è stato all’estero con programmi europei, il 75,5 per cento conosce bene l’inglese. «Eppure questi giovani- spiega Andrea Cammelli, presidente di Almalaurea- rischiano di diventare potenziali cervelli in fuga perché incastrati tra aziende che non assumono e la mancanza di finanziamenti alla ricerca». Un laureato specialistico su due è atipico ad un anno dalla laurea, solo il 27,8 per cento ha un lavoro stabile. Il 22 per cento continua a studiare. Il guadagno netto mensile è di 1.117 euro, anche meno dei laureati di primo livello. la laurea, comunque, è efficace nell’87% per cento dei casi.

    Laureati triennali
    Tra i 105.439 laureati del 2005 intervistati ad un anno dal titolo da Almalaurea il 47 per cento ha un lavoro atipico, il 40 per cento stabile. Il guadagno medio è di 1.128 euro. Per l’87 per cento la laurea è stata efficace.
    Laureate con figli. A cinque anni dal titolo le laureate pre-riforma del 2003 che lavorano sono il 73,9 per cento quelle senza figli sono l’83,6 per cento.

    Licenziati con laurea
    Stop alla crescita laureati. Dal 2000 ad oggi l’Italia ha licenziato un numero di laureati doppio.
    Sono stati oltre 300mila nel 2007 rispetto ai poco più di 152mila nel 1999. Ma la crescita, raggiunto il massimo nel 2005, pare si sia arrestata. Il numero di laureati risulta sostanzialmente stabile negli ultimi due anni ed è destinato a contrarsi per effetto del calo degli immatricolati, scesi, negli ultimi cinque anni, di oltre il 9 per cento.

    Possibili soluzioni
    «Garantire al mondo delle imprese l’accesso al credito è certamente un’azione urgente», ma «occorre anche favorire l’accesso delle imprese, incluse quelle piccole e medie, alle risorse umane più giovani e di qualità formatesi all’università» – suggerisce il direttore di Almalaurea, Andrea Cammelli.
    Dunque, per evitare «una ulteriore fuga di cervelli- dice Cammelli- servono apposite agevolazioni rivolte direttamente alle aziende, alle loro associazioni o a specifici studi o organizzazioni di consulenza e servizio alle imprese stesse».
    Il governo potrebbe così «cogliere un duplice importante obiettivo: sostenere l’iniezione di risorse umane di più elevata qualità nel sistema produttivo e assicurare alle più giovani generazioni, quelle più capaci e preparate, un futuro lavorativo incoraggiante nel proprio paese. Evitando, ancora una volta, che un patrimonio di studi e di conoscenze, costato caro al paese, sia costretto a cercare la propria realizzazione al di là delle alpi».
    Un auspicio che si ricollega anche alla crisi in corso. «Uscirne- chiude Cammelli- sarà un’operazione complessa, ma sappiamo anche che sarà realizzabile solo attraverso l’impegno comune delle forze più vitali del paese».

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