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“Stalking, due arresti al giorno. Parte a razzo la nuova legge”, di Alessandra Arachi

Siamo un popolo di stalker. Ce ne siamo accorti da quando esiste il nuovo reato che ha, appunto, un nome inglese: lo stalking. I molestatori che minacciavano, ingiuriavano e perseguitavano non se li filava nessuno. Da quando invece, una ventina di giorni fa, è entrato in vigore il decreto legge che ha messo tutti insieme questi reati (creando lo stalking) gli inquirenti si sono attivati. E gli arresti si susseguono a ritmo frenetico. Circa quaranta in una ventina di giorni. Praticamente due al giorno. In una caccia senza confini: da Trento a Caltanissetta, passando per L’Aquila, Sanremo, Sassari, Catanzaro, Ascoli Piceno, Milano, Bologna, Savona, Bari, Ravenna, Genova, Arezzo, San Benedetto del Tronto, Treviso, Arezzo, Sorrento.

Il decreto legge del governo è diventato operativo il 25 febbraio. E il 2 marzo Stefano Savasta, cinquantenne di Milano, ha varcato le soglie del carcere inaugurando la serie di arresti: alla sua «ex» recalcitrante aveva fatto bere del tè condito con interiora di topo morto. Il 4 marzo è toccato ad un sessantacinquenne di Sorrento: il suo desiderio maniacale per una donna lo ha portato a perseguitarla ovunque e sfregiarla anche con una lametta. Il 5 marzo un altro arresto a Milano, il 7 a Sanremo, l’8 a Genova. Poi la serie è diventata esponenziale. Ed è schizzata su con un picco altissimo, come fosse un sismografo impazzito. Ed ecco che soltanto negli ultimi due giorni sono finiti nelle carceri italiane una dozzina di stalker. E se soltanto si volesse proseguire, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta su chi sbattere nelle patrie galere.

Almeno a giudicare dagli ultimi dati Istat che ci segnalano che dal 2002 al 2007 sono stati ben due italiani su dieci a rimanere vittima dello stalking. La maggior parte sono donne. La stragrande maggioranza degli stalker sono partner o, preferibilmente, ex. Ma non soltanto. La nuova legge sullo stalking non si limita a punire i delitti a sfondo sentimentale, passionale o sessuale. Persecuzioni, molestie, ingiurie e minacce vengono perseguite a trecentosessanta gradi. Si tratti di aggressioni o di persecuzioni telefoniche, sms compresi. Ce n’è di lavoro, volendo. E Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità, su questo tasto ha intenzione di continuare a lavorare. È stata lei che ha fortemente voluto l’introduzione di questo reato. È sempre lei che adesso annuncia la creazione di un nuovo gruppo di carabinieri dedicati soltanto allo stalking.

Spiega, infatti: «Abbiamo firmato un protocollo d’intesa con il ministero della Difesa, seguito dalla convenzione con il mio ministero e il comando generale dell’Arma così da creare questo gruppo. Ovvero una dozzina di carabinieri scelti tra ufficiali e sottufficiali che lavorerà preso il ministero per dedicarsi allo stalking». Non è soltanto una storia di semplici persecuzioni e molestie verbali. Troppo spesso la follia che acchiappa la mente per motivi di gelosia o di cieca vendetta, degenera nelle tragedie più buie. Ce lo spiegano ancora i dati del nostro Istituto di statistica. Sono numeri che fanno venire i brividi. Dicono che ben il 39% dei delitti commessi tra partner o ex partner erano crimini ampiamente annunciati. Per capire: la vittima era stata esplicitamente minacciata di morte. Com’è successo ad Ozieri, Sassari, dove un uomo di 34 anni è stato arrestato per aver più volte minacciato di morte la sua ex convivente di 31 anni e anche suo fratello.

Ma pur senza arrivare all’omicidio la violenza è pane quotidiano per il nostro popolo di stalker. Pensiamo ad Ivano Biffi, 38 anni, ex portiere della Sanremese, oggi pizzaiolo. Il 7 marzo, finalmente, è stato portato dietro le sbarre. Ma nel frattempo aveva avuto il tempo di provocare un trauma facciale all’ex moglie. Come mai? Non voleva che la donna si ricostruisse un’altra vita, al di là di lui. Oltre la violenza fisica, c’è anche una grande componente di violenza psicologica. Ad Asiago, Vicenza, le minacce violente e ripetute di Enzo Mussarra, 47 anni di Messina, stavano impedendo alla sua ex fidanzata di poter condurre una vita normale. La sua esistenza era diventata un alternarsi di stati di ansia e di paura. Come quasi sempre succede alle vittime degli stalker.

Corriere della Sera, 16 marzo 2009

1 Commento

  1. Daniela dice

    La violenza sulle donne, la persecuzione, le botte, lo stupro sono vecchi come il mondo. Sono convinta che andava riconosciuto il reato di stalking, ma è solo occuparsi di una parte del problema.
    Se non affronteremo complessivamente il problema attraverso una educazione alla affettività tra uomini e donne, attraverso una educazione al rispetto e al riconoscimento dell’altro, se non incideremo con misure importanti sulla comunicazione e sulle azioni che permettono la sopraffazione di un genere sull’altro, avremo solo sfiorato la punta dell’iceberg.
    Ce lo dimostra questa indagine del Telefono Rosa che raccoglie gli sos delle donne .

    Telefono rosa: nel 2008 aumentate le violenze domestiche
    di Bruna Iacopino

    I dati resi noti oggi dall’Associazione nazionale Telefono rosa dovrebbero portare a nuovi livelli di allarme per quanto concerne la sicurezza delle donne. Infatti, pur non contraddicendo quelli relativi agli stupri, forniti quasi un mese fa dal Minitero delle pari opportunità che evidenziava un calo considerevole, pari all’8,4% nel 2008, ripsetto al 2007, evidenziano un aspetto troppo spesso dimenticato, o comunque taciuto dalla maggior parte dei media: il fenomeno delle violenze domestiche.
    Stando alle segnalazioni ricevute lo scorso anno, in concomitanza con il ventennale dell’associazione, risulta infatti un sensibile aumento del fenomeno della violenza all’interno delle mura domestiche: 1.744 richieste di aiuto ( di cui 1.457 italiane e 287 straniere) contro le 1.492 del 2007. Nel 52% dei casi l’autore della violenza è dunque il marito o il partner, in ogni caso una persona conosciuta. La violenza sulle donne non è dunque diminuita, ma aumentata, il punto è che ha molta meno visibilità.
    Casi simili difficilemnte possono approdare alle pagine della cronaca o infiammare i palinsesti televisivi: la privacy in questi casi è condizione indispensabile affinchè altre donne trovino ill coraggio di denunciare apertamente.
    Un’indagine Istat condotta nel 2007 su un campione di 25.000 donne aveva evidenziato che solo il 7,5% delle donne che subivano violenza all’interno delle mure domestiche aveva anche il coraggio di denunciare, mentre nel caso di stupro subito dal marito o dal partner la percentuale si abbassava al 5,3%.
    Un altro dato preoccupante approda alle agenzie giusto la scorsa settimana, e proviene direttamente dal CSM.
    In seguito alla segnalazione dell’associazione “ Donne in rete contro la violenza” il CSM è stato costretto ad aprire un fascicolo di inchiesta.
    In seguito ad uno studio condotto su 28 città italiane a partire da Milano, Roma, Palermo e Napoli fino a piccoli centri come Tivoli, risulterebbe infatti che le donne che subiscono maltrattamenti o violenze sessuali in famiglia vengano spesso scoraggiate a denunciare tali episodi dalle forze di polizia che dovrebbero invece tutelarle.
    Nella delibera del Csm si sottolinea, dunque, come ci sia una “insufficiente sensibilita’ da parte delle forze di polizia nel momento della raccolta della denuncia per maltrattamenti in famiglia”. E il fenomeno si manifesta “con il tentativo di dissuadere la donna a presentarla, con la minimizzazione della vicenda e la comunicazione dell’iniziativa al soggetto denunciato per attuare un tentativo di conciliazione inopportuno anche per possibili ricadute negative sul piano della protezione della vittima”.
    Con dati simili impossibile giocare la carta del sensazionalismo, mentre continua a rimanere invece alta l’attenzione sul binomio “rumeni-stupratori” e si moltiplicano le illazioni su possibili complici, coperture, confessioni e smentite da dare in pasto ad un pubblico ormai assuefatto alla notizia formato televisivo.

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