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“Quei ragazzini che respingiamo”, di Gian Antonio Stella

Non l’hanno mica chiesto al piccolo Alidad, perché fosse scappato dal Paese degli aquiloni e dell’orrore. Avrebbero saputo che suo papà era stato assassinato dai talebani, che a 9 anni era scappato con la mamma e i fratellini in Iran, che aveva impiegato mesi e mesi per arrivare clandestinamente lì al porto di Ancona e insomma aveva diritto a essere accolto. Come rifugiato politico e come bambino. Ma non gliel’hanno chiesto. Come non lo chiedono ogni giorno a decine e decine di altri. L’hanno caricato su una nave e spedito via: fuori! A dodici anni.

Eppure le leggi italiane e quelle europee, come sarà ribadito oggi in un convegno a Venezia con Massimo Cacciari, Gino Strada, i rappresentanti di Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie, sarebbero chiarissime: non si possono respingere alla frontiera tutti quelli che arrivano così, all’ingrosso. Certo, il questore (anche senza il via libera del magistrato, secondo l’interpretazione più dura) può decidere il «respingimento con accompagnamento alla frontiera nei confronti degli stranieri che sottraendosi ai controlli di frontiera, sono fermati all’ingresso o subito dopo», ma con eccezioni. Le regole «non si applicano nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». Ovvio: non si possono ributtare le vittime in pasto ai carnefici. Così come la Francia, per fare un solo esempio tratto dalla storia nostra, non riconsegnò il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, agli assassini fascisti di Giacomo Matteotti.

Sui minori, poi, l’articolo 19 del Decreto legislativo 28 gennaio 2008, che neppure la destra al governo ha toccato (anche per rispettare la convenzione di New York sui diritti del fanciullo) è netto. Punto primo: «Al minore non accompagnato che ha espresso la volontà di chiedere la protezione internazionale è fornita la necessaria assistenza per la presentazione della domanda. Allo stesso è garantita l’assistenza del tutore in ogni fase della procedura per l’esame della domanda…». Punto secondo: «Se sussistono dubbi in ordine all’età, il minore non accompagnato può, in ogni fase della procedura, essere sottoposto, previo consenso del minore stesso o del suo rappresentante legale, ad accertamenti medico-sanitari non invasivi al fine di accertarne l’età». Punto terzo: «Il minore deve essere informato della possibilità che la sua età può essere determinata attraverso visita medica, sul tipo di visita e sulle conseguenze della visita ai fini dell’esame della domanda. Il rifiuto, da parte del minore, di sottoporsi alla visita medica, non costituisce motivo di impedimento all’accoglimento della domanda, né all’adozione della decisione».

E allora, chiede l’avvocato Alessandra Ballerini che con un gruppo di altri legali ha preparato un esposto alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, come può l’Italia ignorare nei fatti, nei porti di Ancona, Bari, Brindisi o Venezia, quanto riconosce sulla carta? Come si possono respingere le persone caricandole sbrigativamente sulle navi, dalle quali sono sbarcati appesi sotto i Tir o assiderati nelle celle frigorifere, senza controllare neppure se sono in fuga da dittatori sanguinari? Come si possono buttar fuori uomini, donne, bambini senza neppure farli parlare con un interprete o un avvocato, così come dicono ad esempio decine e decine di testimonianze raccolte da giornalisti e operatori sociali quali Alessandra Sciurba, tra i disperati accampati nella baraccopoli di Patrasso? Risposta standard: mica li rimandiamo in Afghanistan o in Iraq, li rimandiamo in Grecia da dove erano venuti. Vero, in astratto. In realtà, spiega la denuncia, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati consiglia ufficialmente «i governi dei Paesi che hanno sottoscritto il Regolamento di Dublino di non rinviare i richiedenti asilo in Grecia» perché lì «nell’assegnazione dello status di rifugiato non sono garantite al momento le più basilari tutele procedurali». I numeri, accusa il Consiglio Italiano per i Rifugiati, dicono tutto: «La percentuale di riconoscimenti dello status di rifugiato in Grecia è prossima allo zero: nel 2007 è stata dello 0,4%, nel 2006 dello 0,5…». Le obiezioni di quanti sbuffano sono note: «Troppo comodo, spacciarsi tutti per rifugiati politici!». Sarà… Ma anche ammesso che qualcuno faccia il furbo facendosi passare per un perseguitato, le regole internazionali vanno rispettate.

E queste regole dicono che ogni singola persona ha diritto a essere «pesata». Succede? Prendiamo Venezia. Partendo dalle parole della Responsabile del Consiglio Italiano Rifugiati, Francesca Cucchi, a un convegno di qualche mese fa. Come mai le autorità portuali avevano denunciato dal gennaio 2008 ad allora 850 clandestini se il Cir era stato informato solo di 110? E gli altri 740? Tutti caricati sulle navi e ributtati indietro senza controllare se avessero o meno diritto allo status di rifugiati? Una cosa è certa: ammesso (e non concesso) che alcuni si spaccino per rifugiati, certo è che nessun adulto può spacciarsi per un bambino. Ed era un bambino quell’Alidad Rahimi scacciato a 12 anni dopo che ne aveva passati tre a sfuggire attraverso l’Iran e la Turchia e la Grecia ai talebani che gli avevano ammazzato il padre ed era sbarcato solo per poche ore ad Ancona dentro la pancia di un camion. Era un ragazzino Alisina Sharifi che a 14 anni era scappato ai guardiani della fede afghani ed era arrivato in Italia semiassiderato per essere buttato fuori appena ripresi i sensi. Era un ragazzino Salahuddin Chauqar, scappato dall’Afghanistan quando aveva sette anni e arrivato dopo mille odissee, nascosto in un Tir, a Venezia: «Il ricorrente continuava a ripetere di avere 15 anni e di voler chiedere asilo ma i poliziotti lo costringevano a firmare due fogli a lui incomprensibili (…) Il ricorrente veniva poi condotto a forza in una cabina di ferro all’interno di una nave diversa da quella con la quale era arrivata e rinchiuso con altri 3 minorenni, fino all’arrivo a Patrasso». Certo era più comodo commuoversi per il piccolo Marco in viaggio «dagli Appennini alle Ande»…

Corriere della Sera, 31 marzo 2009

2 Commenti

  1. Daniela dice

    Solo alcuni anni fa questa notizia avrebbe fatto il giro di tutti i telegiornali Rai e Mediaset, ci sarebbero stati approfondimenti e trasmissioni dedicate, i giornali avrebbero fatto la loro parte con inchieste, interviste e foto.
    Oggi nulla e allora permettetemi di pubblicare la notizia per dare voce ai morti invisibili del terzo millennio

    Quattro barconi in difficoltà, due sono affondati. Erano diretti in ItaliaUna nave italiana porta in salvo 350 clandestini. Continuano gli sbarchi
    Ecatombe al largo della Libia
    Trecento migranti dispersi
    La Cei segue la situazione con “grande pena”: “Chi arriva sia accolto”
    Maroni: “Finirà il 15 maggio, quando entrerà in vigore l’accordo con Tripoli”

    TRIPOLI – Nuova tragedia dell’immigrazione tra l’Africa e l’Italia: due barconi carichi di clandestini sono affondati. A bordo c’erano centinaia di disperati e quasi tutti sono dati per dispersi dai guardacoste libici che hanno condotto le operazioni di soccorso. Si parla – a quanto riferito alla Reuters da funzionari locali – di quattro imbarcazioni in difficoltà non lontano dalla costa della Libia. Di queste, due sono sicuramente affondate e secondo l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) sarebbero disperse almeno 300 persone. Delle altre due, si conosce la sorte solo dei 350 clandestini a bordo di un’imbarcazione alla deriva tratti in salvo da un rimorchiatore italiano.

    Le imbarcazioni. Secondo quanto ha reso noto l’agenzia egiziana Mena, tutti i clandestini – molti dei quali di nazionalità egiziana – erano diretti in Italia. Una delle imbarcazioni era partita da Sid Belal Janzur, un sobborgo di Tripoli e dopo tre ore di navigazione il battello è affondato 30 chilometri al largo della Libia. Delle altre i libici affermano di non avere certezza del luogo di partenza.

    Gli sbarchi continuano. L’ennesima tragedia sulla rotta tra Libia e Sicilia non ferma i viaggi verso l’Italia: oltre 400 extracomunitari sono approdati nelle ultime ore sulle coste della Sicilia orientale, dopo i 222 giunti ieri a Lampedusa. Il primo barcone si è arenato nella serata di ieri sulla spiaggia di Scoglitti, una frazione di Vittoria (Ragusa). A bordo c’erano 153 immigrati, tra cui 29 donne che, dopo le procedure di identificazione, sono stati portati nella palestra comunale di Pozzallo. Una carretta di circa 20 metri con a bordo 249 persone, tra le quali 31 donne – tre incinte – e otto minori è approdata invece all’alba a Portopalo di Capo Passero, nel siracusano.

    Un arresto. Gli extracomunitari, in gran parte somali ed eritrei, sono stati scortati in porto dall’unità navale delle Fiamme gialle e da una motovedetta della Guardia costiera. Un giovane somalo di 24 anni è stato arrestato dalla Guardia di finanza, con l’accusa di essere lo scafista che ha condotto l’imbarcazione, partita dalle spiagge libiche.

    Maroni: “Finirà il 15 maggio”. Gli sbarchi, assicura il ministro dell’Interno Roberto Maroni, “termineranno il 15 maggio prossimo, quando entrerà in vigore l’accordo siglato dal governo italiano con quello libico sul pattugliamento congiunto delle coste”.

    La Cei: “Chi arriva sia accolto”. I vescovi italiani seguono “con grande pena” le notizie sugli ultimi naufragi di clandestini. Il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha ribadito che “chi arriva sul suolo nazionale va accolto e accompagnato”, trattato come una persona.

    Tensione a Lampedusa. A Lampedusa, intanto, si registra una nuova fuga dal Centro di identificazione ed espulsione: una ventina di migranti sono riusciti ad allontanarsi dal Centro, prima di essere bloccati qualche ora dopo dai carabinieri. Due di loro, sorpresi a rubare all’interno di alcune villette disabitate, sono stati arrestati; altri cinque sono stati denunciati per violazione di domicilio. Episodi che fanno salire nuovamente la tensione sull’isola, dove in questi momenti si trovano complessivamente 720 extracomunitari distribuiti tra il Cie di contrada Imbriacola e l’ex base Loran di Capo Ponente.

    Emergenza sanitaria. Ieri il sindaco, Dino De Rubeis, aveva lamentato la mancanza di assistenza medica adeguata per i 222 migranti sbarcati nel pomeriggio. Affermazioni seccamente smentite dal responsabile del Dipartimento immigrazione del Viminale, Mario Morcone: “Il sindaco dice il falso. Sul molo, hanno operato quattro medici e un infermiere e l’ambulanza che il dipartimento libertà civili ha acquistato e che è costantemente a disposizione delle necessità sull’isola”.

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