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“La morale del cemento”, di Francesco Merlo

Chi ha letto il racconto di Gateano Salvemini, che si salvò dal terremoto di Messina appeso a un davanzale, sa che dai sismi e dalle loro tragedie si possono trarre motivi per potenziare la ricerca, l’attività e la strategia anche intellettuale di un popolo. Pure Benedetto Croce perse i genitori in un terremoto e ne trasse un carattere italiano di grande equilibrio, di prudenza e di stabilità. Insomma i terremoti fanno purtroppo parte della storia del nostro paese e del paesaggio delle nostre anime, magari nascosti negli anfratti del carattere nazionale. Non sono emergenze, sono violenze naturali antiche che si affiancano alle violenze sociali, alle mafie, al brigantaggio, alla corruzione.

E però in Italia la magistratura ha giustamente avuto una grande attenzione vero il fenomeni della mafia e della corruzione: abbiamo dedicato seminari, libri, studi, campagne politiche e morali e sono nati persino dei partiti antimafia e anticorruzione. Ebbene, sarebbe ora che l’Italia si dotasse di una squadra di moralisti antisismici, di legislatori antisismici, di un pool di pubblici ministeri che mettano a soqquadro i catasti, gli assessorati all’urbanistica, le sovrintendenze, gli uffici tecnici, i cantieri. Non è possibile che ad ogni terremoto il mondo scopra stupefatto che l’Italia, l’amatissima Italia, è un Paese senza manutenzione.

A leggere i giornali internazionali di questi giorni si capisce subito che un terremoto in Italia non ha lo stesso effetto di un terremoto in Giappone. Anche quando non vengono colpite le città d’arte, come Firenze o Perugia, l’Italia in pericolo coinvolge di più di qualsiasi altro luogo. In gioco – ogni volta ce ne stupiamo – ci sono infatti la nostra bellezza e la dolcezza del vivere italiano, e poi i musei, il paesaggio… È solo in questi casi che ci accorgiamo come gli altri davvero ci guardano: non più sorrisi e ammiccamenti, ma dolore e solidarietà per un paese che è patrimonio dell’umanità.

Ebbene è la stampa straniera a ricordarci che ci sono città italiane incise dalle faglie, e dove le bare per i morti e l’inutile mappa dei luoghi d’incontro dei sopravvissuti sono i soli accorgimenti antisismici previsti. Ci sono città dove la questura, la prefettura, gli ospedali sono ospitati in edifici antichi che sarebbero i primi a cadere. Dal punto di vista sismico, della vulnerabilità sismica, non esiste un sud e un nord d’Italia, non esiste un paese fuori norma contrapposto a un paese nella norma. L’Italia, come sta scoprendo il mondo, è tutta fuori norma. Nessuno costruisce nel rispetto degli obblighi di legge che – attenzione! – non eviterebbero certo i terremoti che uccidono anche in Giappone e in California, anche dove la legge è legge. Neppure lì i terremoti sono prevedibili. Non ci sono paesi del mondo dove le catastrofi naturali non procurano danni agli uomini e alle cose.


Ma le norme antisismiche sono al tempo stesso prudenza e coraggio di vivere, sono la stabilità di un paese instabile, la fermezza di una penisola ballerina, sono come le strisce pedonali e la segnaletica stradale che non evitano gli incidenti ma qualche volta ne contengono i danni, ne limitano le conseguenze, ti mettono comunque a posto con te stesso e con il tuo destino. Colpisce invece che la sfida alla natura in Italia sia solo e sempre verbale: “immota manet” è il motto della città dell’Aquila ed è un paradosso, un fumo negli occhi, un procedere per contrari, una resistenza al destino che ne rivela la completa, rassegnata accettazione: la sola immobilità dei terremotati è la paura, è la paralisi.

Da sempre i terremoti intrigano i filosofi e gli scienziati. Si sa che dopo un terremoto aumentano i matrimoni e le nascite che sono beni rifugio, e si formano nuove classi sociali, si riprogetta la vita come insegna appunto Salvemini. Ma le catastrofi attirano gli sciacalli, economici certo ma soprattutto politici e morali. Ricordo che, giovanissimo, nel Belice vidi arrivare i missionari delle più strane religioni, i rivoluzionari seguaci di ogni utopia e i ladri d’anima…

I soli che in Italia non arrivano mai sono gli antisismici d’assalto; le sole competenze che ai costruttori non interessano sono quelle antisismiche; e a nessun italiano viene in mente, invece di ingrandire la terrazza, di rafforzare le fondamenta della casa.
Siamo i più bravi a rimuovere, a dimenticare i lutti, a non tenere conto che la distruzione come la costruzione crea spazi e solidarietà. L’Italia sembra unirsi nelle disgrazie. Nelle peggiori tragedie ci capita di dare il meglio di noi: sottoscrizioni, copiosissime donazioni di sangue, offerte di ospitalità… Davvero ci sentiamo e siamo tutti abruzzesi. Ci sono familiari volti e lacrime che sono volti e lacrime di fratelli. Sta tremando tutta l’Italia. E anche se non riusciremo a dominare la forza devastatrice della natura, mai più dovranno dirci che questo è un paese fuori dalla legge.
Fosse pure un’illusione piccolo borghese, da impiegati del politicamente corretto, abbiamo bisogno di applicare tutti insieme la tecnica antisismica e di misurare il ferro che arma il cemento: abbiamo bisogno di costruttori, di sovrintendenti, di legislatori e di giudici di ferro.

La Repubblica, 8 aprile 2009

2 Commenti

  1. La redazione dice

    Ma la metà dei ricercatori sui terremoti è precaria

    Nell’unità aquilana dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) sono al lavoro 19 persone, 8 delle quali precarie. Sono partite verso L’Aquila, all’indomani della violenta scossa di terremoto, e sono al lavoro per verificare la faglia che si è mossa, controllare acque e pozzi per vedere che non vi siano anomalie, analizzare l’epicentro della scossa, attraverso la rete sismica mobile, tenere i rapporti, infine, con la protezione civile. Fedora Quattrocchi, che dell’unità al lavoro nella sede «terremotata» dell’Aquila è «quasi dirigente», non ha dubbi: «Con il decreto Brunetta, un lavoro di questo tipo non sarebbe possibile farlo». Eppure all’Ingv, l’istituto a cui è affidata la sorveglianza sulla sismicità del territorio nazionale, i precari costituiscono una buona metà della pianta organica (556 sono le unità a tempo indeterminato, 415 i precari a vario titolo) perciò il decreto Brunetta che stabilisce la non rinnovabilità dei contratti da luglio mette a rischio l’attività stessa dell’istituto. Qualche esempio? Nella Sala sismica di sorveglianza (al lavoro tutti i giorni, 24 ore su 24) è precario il 20 percento del personale; per la Rete sismica mobile, che si attiva in fasi di calamità, il 30 percento del personale è precario: «I ricercatori partiti per installare le stazioni mobili di monitoraggio nelle zone vicino a quelle colpite dal sisma, sono precari», spiega un sismologo dell’istituto. Il presidente Enzo Boschi preferisce comprensibilmente evitare le polemiche in un simile frangente, e non si lascia sfuggire che poche parole di «orgoglio» per i ‘suoi’ precari. In una lettera al governo datata 1 ottobre 2008, Boschi chiedeva di sanare la situazione per consentire all’Istituto di «assorbire i propri lavoratori precari, che costituiscono uno strumento irrinunciabile per le attività dell’ente e un patrimonio per il paese». Il 12 febbraio scorso i dipendenti dell’istituto scioperavano e manifestavano davanti alla sede della Protezione civile, «contro la precarietà». Nessuna risposta. E oggi, è anche dalla situazione in cui versa l’istituto che si vede quanto a cuore il governo ha le questioni della prevenzione.

    Il Manifesto, 8 aprile 2009

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