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Le ragazze di San Gregorio: “Ricostruiremo il nostro paese”, di Francesca Comencini

ARRIVO nella conca dell’Aquila di notte e ho paura. Mi accosto con l’auto a un piccolo gruppo di persone per chiedere come arrivare a San Gregorio, dove mi aspetta Chiara, una ragazza del paese che desidera parlarmi. Al rumore della macchina le persone sussultano, terrorizzate, poi si scusano e ridono, nervose. “Abbiamo paura di tutto”.

Alla tendopoli di San Gregorio la notte fa freddo. Ci si muove alla luce della torce. Chiara somiglia al suo nome, ha un incarnato pallido e sottili capelli biondo rame. È esile, nervosa, sorridente, euforica. Fuma una sigaretta dopo l’altra. Ha ventinove anni, è stata eletta rappresentante del paese, che vuol dire sindaco. San Gregorio non è un comune a sé ma l’ultima frazione dell’Aquila. È stato completamente raso al suolo, ci sono state dieci vittime. Chiara vuole parlare del suo paese, vuole farlo insieme alle sue amiche.

Mentre camminiamo per arrivare alla roulotte dove dobbiamo incontrarci con le altre le chiedo se la notte riesce a dormire, e mi dice, a mezza bocca, di no, che ha paura di un’altra scossa, più forte, che squarci la terra. Ma lo dice a denti stretti. La paura e il disagio non vanno nominati, si deve avere forza, e lei, come le altre, mostra euforia, ride spesso. Sono in piedi le donne di San Gregorio, vogliono farlo sapere.

Ci sediamo intorno ad un tavolo di plastica vicino alla roulotte della signora Gloria, ci raggiungono le altre, si forma un gruppo, sempre più numeroso, tutto al femminile. Solo dopo, silenziosi, arrivano anche i fratelli, i fidanzati, i padri, ma rimangono in disparte, sono più timidi. Sul tavolo spuntano bottiglie di liquore di genziana fatto in casa, salvato da una cantina. Sarebbe vietato farlo, la pianta è protetta, ma loro lo fanno ancora, perché così facevano i loro nonni.

Posano sul tavolo pezzi di scottex a mo’ di tovaglietta e vi tagliano la pizza pasquale, fatta nel forno a legna. “Iniziamo a prepararla quindici giorni prima della Pasqua, per questo era già pronta prima del terremoto”, spiega Marianna, giovane laureata in geologia che di mestiere qui a San Gregorio fa la commessa. “Mio padre è andata a riprenderla in casa, la pizza di Pasqua, anche se è pericoloso”.

Iniziano a parlare del legame con il loro paese, e mai, in vita mia, mi pare di aver capito così bene come il perimetro di un luogo, le proporzioni di una piazza, la facciata di una chiesa, la prospettiva di una montagna vista dalla cornice di una finestra siano necessarie all’anima, come la bellezza semplice e umile, possa avere un ruolo così primario, come il cibo, come un tetto sulla testa, nel definire la geografia interiore delle persone.

Sono ragazze giovani, non sono nostalgiche. Ma rivogliono il loro paese, disperatamente. Non vogliono nuove città, lo dicono e lo ripetono, rivogliono San Gregorio, non così com’era, è ovvio, ma con la sua anima salvata, custodita e riconosciuta. Lorella, un’altra ragazza laureata in Storia dell’arte e che di mestiere fa la cameriera, dice che ha fatto la sua tesi su un manoscritto antico ritrovato a Paganica. Tutto riporta alle radici, sempre. Michela, che vive a Milano, è tornata qui il giorno seguente il terremoto, e ora vive nella tendopoli, con le altre. Si conoscono da quando sono nate, e stanno insieme ogni minuto, non riescono a separarsi mai, da quella notte tremenda.

La notte è sempre più gelida, ma le lingue si sciolgono, i racconti si fanno più allegri. La tendopoli è stata montata nel luogo dove ogni anno in agosto si svolge la sagra del paese. Anche allora, come adesso, si mangia tutti insieme intorno a grandi tavoli, seduti sulle panche, e una vecchina dopo due giorni di tendopoli ha chiesto: “Ma quando finisce ‘sta festa?”.

Ridono, mostrano un’allegria nervosa, e quando spuntano le lacrime, non si mostrano. Parlano del nipote di una di loro che ha due mesi e verrà battezzato nella tendopoli. Poi di un’altra nipote, rimasta sotto le macerie. Parlano dei vivi e dei morti, uguali, insieme. Mi chiedono di aiutarle a far adottare San Gregorio, di parlarne, e lo faccio, ora, come posso, come so.

Mi dicono che nel pomeriggio sono state messe in salvo le campane della chiesa, completamente crollata. La signora Lola, mamma di Marianna, mi racconta che è stato suo nonno, tornato dall’America dove era emigrato, a pagarne una, rinunciando a comprare i vestiti e le scarpe per i suoi otto figli. L’ha battezzata Concetta, perché qui ogni campana ha un nome.

L’indomani le vedo, le due campane messe in salvo, adagiate con delicatezza dai pompieri sul suolo di questa piazza dove non ci sono che ammassi di pietre. Sembrano due neonate stese in una culla, tenere e fragili. Nel paese solo macerie, polvere nell’aria. Lo starnazzare impazzito di una gallina, l’abbaiare di un cane, il cinguettio assordante degli uccellini, riempiono un silenzio che rendono ancora più immenso. È qui che le ragazze vogliono essere filmate, qui vogliono parlare di loro, di San Gregorio, della loro forza e del loro attaccamento indomito a questo luogo.

Chiedo come mai gli uomini siano così silenziosi, forse sono intimiditi da una regista donna, azzardo, o forse sono più schivi, forse San Gregorio è un paese di donne forti. Chiara dice che non lo sa, ma sorride e mi fa l’occhiolino, sussurrando, fiera: “Chissà come mai sono stata eletta io rappresentante del paese”. Le loro voci di donne riempiono questa piazza distrutta, i loro sorrisi ricuciono le pietre, i loro piedi tengono insieme la terra che continua a tremare.

Io le ascolto e le filmo meglio che posso, ammiro il loro struggente amore per questa terra, così privo di nostalgia, così attuale, complesso e intelligente. Mi fanno pensare all’Arturo de “L’isola di Arturo” di Elsa Morante quando parla della sua isola e ripenso all’incipit del libro: “Quello che tu credevi un piccolo punto della terra,/ fu tutto. /E non sarà mai rubato quest’unico tesoro /ai tuoi occhi gelosi dormienti…/ Stella sospesa nel cielo boreale / Eterna: non la tocca nessuna insidia”.

San Gregorio, Onna, Paganica, L’Aquila, stelle sospese tra un cielo boreale e un suolo di rocce cattive, piccoli punti sulla terra che oggi per noi sono tutto, che si sparga ovunque il coraggio delle vostre donne, e che vi benedica il loro amore.

La Repubblica, 12 aprile 2009

1 Commento

  1. Daniela dice

    C’è un collegamento tra questo bel pezzo di Francesca Comencini e quello che vi suggerisco di leggere

    L’insegnamento dell’Abruzzo e la memoria fragile dell’Italia
    di Caldaretti, Sergio

    Il rischio sismico si combatte non solo con una buona edilizia, ma con una buona urbanistica.
    Paolo Berdini sul manifesto del 7 aprile sottolinea la mancanza di ogni sensibilità politica del governo Berlusconi verso il tema della “messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio”; e, per questo, fa riferimento al piano casa in via di definizione, che tende solo ad “aggiungere”. A mio avviso, questa insensibilità non è carattere esclusivo dell’attualità, ma permane nel nostro paese da lungo tempo; e non è da imputare solo alla sfera politico-amministrativa ma è un carattere consolidato della nostra cultura. È molto diffusa la tendenza ad attribuire alla natura maligna una pervicace ostinazione nell’infierire sull’indifeso popolo italico, sottoponendolo ad ogni sorta di vessazione con terremoti, frane, alluvioni, incendi, e così via. Il problema è che un terremoto o una frana in un deserto non fanno notizia perché producono danni molto limitati, mentre una parte di collina densamente edificata che viene giù dopo qualche giorno di pioggia riempie di costernazione i mezzi di informazione quanto i cuori degli individui per l’enormità degli effetti sulle persone e cose che su quella collina si erano insediate. Non è dunque, di per sé, il fenomeno naturale a provocare danni, ma il suo impatto sui contesti insediativi che si trovano sul suo percorso; danni che sono tanto più elevati quanto minore è la capacità di resistenza dell’insediamento all’impatto.

    Questa banale constatazione si insinua sempre nell’imponente dialettica mediatica che si innesca a valle di un disastro; accanto alle accorate proteste sui ritardi nei soccorsi e sull’inefficienza del sistema di gestione dell’emergenza, qualcuno si spinge infatti ad adombrare una qualche disattenzione verso i complessi rapporti tra caratteri del sistema naturale e azione dell’uomo, attribuendo a quest’ultima un ruolo non secondario nel determinare i disastrosi effetti che le televisioni mostrano. Da qui, è breve il passaggio a invocare un drastico cambiamento nelle politiche per il territorio, che dovrebbero incardinarsi, neanche a dirlo, sul principio della prevenzione. A sostegno, quattro conti che dimostrano l’enorme differenza tra quanto si è speso nei decenni passati per le ricostruzioni e quanto si sarebbe speso per mettere in sicurezza il territorio.

    In particolare, dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia constatazioni così banali hanno aperto qualche varco. Proprio in quel periodo ho iniziato ad occuparmi, da urbanista, dei temi legati alla mitigazione del rischio sismico, e ho così attraversato con questo sguardo i molteplici disastri che si sono succeduti nel nostro paese con un ritmo incalzante e drammatico e le reazioni che ne sono scaturite. A valle di quei due eventi si è in effetti sedimentata una certa attenzione su questi temi, sia nel contesto scientifico che nell’azione politica; ne sono testimonianza le attività del Gruppo nazionale per la difesa dai terremoti e dell’Istituto di geofisica e vulcanologia, volte a definire tecniche e procedure di mitigazione, e le sperimentazioni condotte in alcune regioni per trasferire queste indicazioni in termini normativi e gestionali. Le ricerche portate avanti sulle risposte dei sistemi costruttivi ad un terremoto hanno portato a definire nuovi protocolli di sicurezza, recepiti poi da leggi e circolari.

    Nel contesto scientifico che si occupava della questione si è innescato un deciso dibattito tra chi interpretava la mitigazione del rischio sismico in termini di “sicurezza” dei manufatti, e chi (in particolare, gli urbanisti) invece attribuiva centralità ad una visione della città e del territorio come sistemi complessi, e dunque riteneva che una strategia di mitigazione dovesse andare oltre l’attenzione al singolo elemento per considerare le infinite interazioni di diversa natura che si esplicano in un contesto insediativo. Una semplice constatazione dava forza a questa seconda tesi: anche se si fosse riusciti, imponendo determinate regole, a far costruire i nuovi manufatti con tecnologie adeguate a resistere al sisma, permaneva comunque l’impossibilità concreta (anche in termini economici) di “mettere in sicurezza” tutti i manufatti esistenti.

    A questa fase “dinamica” ha poi fatto seguito un progressivo affievolirsi delle attività; non che tutto si sia fermato, piuttosto l’attenzione è andata sfumando, e con lei il “senso del problema”, la sua coscienza collettiva. Gli eventi più recenti, forse perché non così disastrosi come quelli della fine degli anni ’70, sono passati senza trovare sedimento, sia nella sfera politica che nella memoria individuale e collettiva.
    Temo che, oggi, il problema non sia (solo) il governo Berlusconi, ma qualcosa di più immanente e sedimentato: l’incapacità di una collettività di conservare memorie, e di farne discendere prospettive e strategie d’azione. (…) In conclusione, ritengo che sia essenziale una sensibilizzazione a livello individuale e collettivo. Ciò rimanda a due grandi obiettivi di portata ben più ampia: la riappropriazione della coscienza collettiva del territorio e la centralità dell’approccio politico-strategico nell’interazione tra contesti locali e contesto globale. Obiettivi che dovrebbero essere inseriti senza indugio in un programma volto a ridefinire riferimenti costitutivi e strategie della malconcia sinistra nostrana.
    Il Manifesto 12.04.09

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