partito democratico

“Il fatalismo e l’animo. Il bivio del PD”, di Concita De Gregorio

«Spassionatezza»:è il sentimento che prova oggi l’elettorato di centrosinistra. Nel saggio «Un’anima per il Pd» Luigi Manconi parte da qui per suggerire la strada da seguire: ogni scelta maggioritaria non sconfessi la minoranza.

Dico subito che sono entusiasta del libro di Luigi Manconi Un’anima per il Pd. Questa perciò non è una recensione tecnica, ammesso che ne esistano (non credo). È una recensione militante, è un invito a leggere, condividere, prestare, eventualmente fotocopiare e comunque far circolare anche a memoria e a voce le domande che Manconi pone, le sue risposte. Credo che ogni discussione sul futuro del Partito democratico, del ruolo e del senso dell’opposizione ad un’idea maggioritaria di governo (non tanto e non solo a Berlusconi: al berlusconismo e ai suoi mille rivoli) debba ricominciare da qui. Provo a spiegare perché.
Il sottotitolo del libro (ed. Nutrimenti, 152 pagg. 12 euro) è «La sinistra e le passioni tristi». La «spassionatezza»: cioè la coscienza di ciò che si è perduto in energia ed emozione, il rincrescimento per il declino di quel che è stato forte, il rimpianto di ciò che si è consumato. Quella specie di fatalismo che nelle conversazioni comuni si nutre dell’intercalare del «tanto, ormai». L’oggetto di cui si tratta è l’identità del Pd, la sua anima. Ce l’ha un’anima il Pd? È, sarà capace di riempire quel senso di vuoto e di sgomento che si impadronisce dei suoi elettori ogni volta che i parlamentari e i dirigenti sono chiamati ad esprimere una posizione chiara e netta su un tema che ci riguarda e ci appassiona? Vediamo.
LA MASSIMA AGENZIA ETICA
Al centro del libro sta incardinato un capitolo dal titolo «la loro morale e la nostra». Trascrivo. «La sinistra italiana nel suo complesso sembra essere priva di una propria e autonoma etica. Per eccesso di pragmatismo o ridondanza di retorica, per debolezza di carattere o per infantilismo sentimentale la sinistra tutta risulta afflitta da un complesso di inferiorità nei confronti delle culture e delle morali più fortemente strutturate. In Italia quelle di ispirazione cattolica». La chiesa come Massima Agenzia Etica. Su questioni come fecondazione assistita, testamento biologico, interruzione di gravidanza ma anche immigrazione e intolleranza etnica, impoverimento di nuovi gruppi sociali. Nel tempo, dalla scomparsa della Dc in poi, la Chiesa è divenuta Esclusiva Autorità Morale: rafforzandosi in questo ruolo proprio mentre, per paradosso, gli stili di vita dei cittadini anche cattolici si discostavano sempre più dalla dottrina.
Ecco quindi che anche tra cattolici c’è chi interpreta la «morale pratica» e chi ripropone quella confessionale. Le posizioni di Ignazio Marino e Paola Binetti sul testamento biologico, per esempio. Dunque che fare? Scegliere una via ed escludere l’altra? No, dice il capitolo intitolato «perché non posso vivere senza Paola Binetti». I codici morali debbono convivere in un costante palestra di confronto. La scelta, di volta in volta da compiersi a maggioranza, non comporterà la sconfessione dell’opzione minoritaria: affermerà piuttosto che ciascun valore è in sé assoluto e non suscettibile di negoziati.
Manconi indica la via dell’inclusione. Un «partito grande a struttura coalizionale». Un partito come una famiglia allargata: coi nonni, i nipoti, i figli acquisiti, i fratelli e i cognati. Il ragionamento si rivolge ora alla Sinistra, ai radicali e ai verdi, all’Italia dei valori, al centro. Con notazioni anche molto critiche ma con una visione prospettica alla quale, francamente, non si vedono alternative se l’obiettivo è (sempre che l’obiettivo davvero sia) quello di costruire una forza democratica capace di governare il Paese. L’orizzonte è quello del «bene possibile» (molto meglio del «male minore»): tarare le aspettative sulla base delle risorse a disposizione. Partecipare a un destino condiviso e costruire un’identità comune sulla base delle scelte, attraversando le incertezze e le paure. Sulle cose, sui fatti della vita.

Luigi Manconi (nato a Sassari il 21 febbraio 1948), commentatore per l’Unità, è professore di Sociologia dei fenomeni politici allo Iulm di Milano. Nel suo nuovo libro «Un’anima per il PD. La sinistra e le passioni tristi» (Nutrimenti, pp. 152, euro 12) cerca risposta a questo interrogativo: come focolarini, comunisti, riformisti, ecologisti, cattolici popolari, radicali, extraparlamentari, socialisti, Partito umanista, Opus Dei, devono stare dentro e intorno al Partito democratico.

da L’Unità del 12.4.2009

1 Commento

  1. Alessandro dice

    Sarà proprio il caso di leggere il saggio di Manconi: forse ci aiuterà a capire come fronteggiare l’emorragia di voti di cui parla Mannheimer sul Corriere della Sera di ieri.
    “A un anno dalle politiche il Pd perde un voto su tre. ”
    Attratti da Fini Il partito di Franceschini è sceso al 24-25%: voti in partenza verso l’Idv ma anche il Pdl, grazie all’attrazione esercitata da Fini
    Sono trascorsi esattamente dodici mesi da quando, nel­l’aprile 2008, si è votato per le politiche. Cosa faremmo og­gi se si dovesse rivotare? Un quesito del genere, posto qualche giorno fa ad un campione di italiani, mostra, forse più di ogni altra considerazione, quanto l’elettorato sia potenzialmente mobile e quanto lo scenario politico sia soggetto a mutamen­ti, anche in tempi rapidi. Quasi il 20% della popolazione, infat­ti, dichiara che muterebbe il proprio comportamento rispetto ad un anno fa. La quota maggiore è rappresentata da chi dice che se fosse chiamato oggi a votare si rifiuterebbe, rifugiando­si nell’astensione.
    Si tratta dei delusi dalla politica, di chi ha maturato in que­sti mesi la disaffezione nei confronti del partito votato e/o, spesso, dell’intero sistema politico. Questo segmento di citta­dini è più presente tra i residenti nelle zone meridionali che, come si sa, sono sempre tendenzialmente più mobili. Ma la caratteristica più significativa dei «delusi» è il loro orienta­mento politico. La decisione di astenersi, infatti, è più diffusa tra chi nel 2008 aveva votato per il centrosinistra e, in partico­lare, per il Pd. Più del 15% degli elettori dell’anno scorso per Veltroni dichiara oggi di volersi astenere. Ma, per misurare la perdita complessiva subita dal Pd, a costoro va aggiunto un altro 14% che afferma che, in caso di elezioni, opterebbe co­munque per un altro partito.
    Ciò conferma quanto emerge dalle analisi sulle intenzioni di voto, che vedono come tratto caratterizzante il crollo del Pd e il successo del Pdl. Dal 33,1% ottenu­to l’anno scorso, il partito ora gui­dato da Franceschini è sceso oggi al 24-25%. Come si è detto, una buona parte dei votanti di allora si asterrebbe. Ma molti altri sce­glierebbero forze diverse: soprat­tutto l’Idv di Di Pietro, ma, in cer­ti casi, il Pdl, specie grazie all’at­trazione esercitata di Fini su una quota crescente di ex elettori del Pd.
    All’andamento negativo del Pd si contrappone il trend posi­tivo del Pdl. Passo dopo passo, Berlusconi ha conquistato por­zioni sempre più ampie di elettorato, sino a giungere al 42-43%. Le aree di maggior successo sono ancora quelle deli­neate dalle elezioni dell’anno scorso: il Sud, i lavoratori auto­nomi, i meno giovani (tutte categorie nelle quali, non a caso, il Pd ha visto le erosioni maggiori) e, specialmente, le casalin­ghe. Ma si tratta di mere accentuazioni: l’ampiezza del consen­so è tale da rendere il Pdl un partito trasversale, presente in misura significativa in tutti i settori demografici e socioecono­mici.
    A questo segmento di elettorato, per così dire «certo», si può affiancare il mercato potenziale, costituito da chi, pur non scegliendo per ora il Pdl, afferma di prenderlo comunque in considerazione per un eventuale voto futuro. Si tratta di un altro 13% di elettorato, situato perlopiù tra gli astenuti, gli in­decisi e i votanti per la Lega.
    Quest’ultima si conferma al tempo stesso il principale allea­to e il maggior concorrente di Berlusconi, quantomeno sul piano della raccolta dei consensi elettorali. Se il Cavaliere riu­scisse a conquistare parte del proprio elettorato potenziale— sottraendolo soprattutto a Bossi — raggiungerebbe l’obiettivo del 51%, più volte annunciato al congresso. Ciò che spiega in larga misura le frizioni emerse proprio in questi giorni tra Ber­lusconi e il leader leghista.

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