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“Con 460 milioni si dava casa a 15mila sfollati”, di Claudia Fusani

Non è la «lista di nozze» di cui parla il premier Silvio Berlusconi per far sponsorizzare da benefattori e amici stranieri la ricostruzione delle opere d’arte. Piuttosto è la «lista dei sogni», quello che sarebbe stato possibile costruire subito, o quasi, con i 460 milioni di euro che lo Stato avrebbe potuto risparmiare con un unico election day per il voto amministrativo e quello referendario. Case, soprattutto, e poi strade, scuole, libri, giusto per fare qualche esempio. Cose concrete, il quotidiano che gli aquilani hanno perso nella notte tra il 5 e il 6 aprile. Una lista dei sogni, appunto, perché la Lega ha puntato i piedi e ha «convinto» il Pdl a dire no all’election day.

Quattrocento sessanta milioni sono, tanto per cominciare, il 4 per cento di una ricostruzione che è stata stimata dal ministro dell’Interno tra i 10-12 miliardi. Un buon modo per cominciare ad orientarsi in una terra che ancora trema duecento volte al giorno. Quattrocentosessanta milioni potrebbero essere la risposta abitativa per almeno i due terzi di quei 20 mila aquilani rimasti senza casa perché inagibile, distrutta o crollata. La Provincia ieri mattina si è riunita per un consiglio straordinario. Il presidente Stefania Pezzopane (Pd) ha tentato con tecnici e assessori una prima stima dei danni e ha concluso la riunione con la seguente certezza: «Con 460 milioni risolvo tutti i problemi della Provincia, dalle strade alle scuole».

Nel dettaglio la lista dei sogni della Provincia prevede: 25 milioni per rimettere a posto le strade; 60 milioni per le scuole superiori e professionali (quelle di competenza della Provincia) di cui 5 solo per il Conservatorio dove insegnano docenti che arrivano da tutta Italia; cento milioni per gli edifici di proprietà e le sedi storiche della Provincia; 15 milioni per recuperare il fondo librario andato perduto e restaurare la collezione di quadri di Patini, quotatissimo pittore abruzzese.

Ma sono le case il vero nodo della ricostruzione e l’emergenza per questa gente. L’ultima stima del sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso parla di «20 mila persone senza casa», abitazioni distrutte, da ricostruire. È un terzo della popolazione della città di L’Aquila che conta 60 mila abitanti. Tabelle alla mano di ingegneri e architetti è possibile fare una botta di conti al metro quadrato. Speculazioni e bolle edilizie a parte, oggi una casa costa mille euro al metro quadrato al metro e può costarne anche 800 se si tratta di edilizia popolare. Con queste premesse si arriva a stimare che una casa di cento metri quadrati, ampiezza media per una famiglia di tre persone, può costare dagli 80 ai 100 mila euro.

Significa che con i famosi 460 milioni che lo Stato “sta per buttare giù dalla finestra dandola vinta alla Lega questa volta sì ladrona” come dice Pezzopane, potevano essere costruite 4.600 abitazioni da centomila euro o 5. 800 da ottantamila euro. Contando che in ognuna di queste case possono abitare fino a tre persone, all’incirca quindicimila aquilani avrebbero potuto risolvere il problema abitativo. Il più urgente.

Ma è un libro dei sogni, appunto. Perché quei soldi saranno invece spesi per allestire i seggi del referendum.

L’Unità, 17 aprile 2009

4 Commenti

  1. Daniela dice

    Ora la partita sembra essersi chiusa con il referendum fissato per il 21 giugno ma ugualmente la cosa non mi convince anche perchè a ben riflettere c’è stata una tale serie di cose dette o non dette a partire da Fini che dice che è uno spreco (sommessamente e pacatamente) Berlusconi che dice di essere “in mano” alla Lega e non può decidere con coscienza altrimenti cade il Governo (ma dov’è questo Governo forte, tanto decantato….il Governo del fare???!!!).
    Non ci resta che prendere nota che la Lega nord è un partito che si è potuto permettere, proprio adesso che c’è il terremoto, di anteporre il proprio interesse all’interesse nazionale. A tal punto che Bossi e i suoi ministri non si sarebbero fatti scrupolo di mandare in crisi il governo mentre ancora decine di migliaia di abruzzesi vivono nelle tendopoli.
    Che gente responsabile!

  2. Ric. Pre. dice

    Dovreste rinviare il referendum al prossimo anno e intanto fare una legge in parlamento. Che senso ha fare un referendum che produrrebbe una legge demenziale per sollecitare il parlamento a farne un’altra? Se ne faccia un’altra fin da subito e il referendum non lo si celebri proprio.

    Tra l’altro questo referendum è stato una cosa piuttosto stupida: è servito a far cadere il governo Prodi, riportare al potere Berlusconi, spendere un sacco di soldi e magari far venir fuori una legge elettorale che terrà al potere Berlusconi per altri 15 anni (quando probabilmente sarà solo la Natura ad allontanarlo da palazzo Chigi).

  3. La redazione dice

    “Election day, la confessione: «Bossi ha minacciato la crisi»”, di Marco Bucciantini

    Nel piccolo e fiero campo tenda di Poggio Picenze si inaugura la prima scuola di fortuna dopo il terremoto: ci sono 27 bambini, 5 maestre, 221 giornalisti accreditati, 19 telecamere, ci sono quattro preti, un ministro quasi puntuale e un sindaco stanco e dignitoso che impreca: «Non li volevo tutti questi giornalisti fra i piedi». La scena è ferma. Si aspetta il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che arriva all’una, con tre ore di ritardo, maglioncino nero, completo blu, e si prende la ribalta con un candore fanciullesco: «Avessimo accorpato il referendum alle elezioni europee, la Lega avrebbe fatto cadere il governo».

    Tecnicamente si chiama ricatto, ordito da un partito che vede il referendum come l’estrema unzione. Romanticamente si chiama occasione persa: l’election day avrebbe fatto risparmiare allo Stato 460 milioni: sarebbero tornati utili nella ricostruzione dell’Abruzzo.

    «Erano molti di meno», dice Berlusconi, ma non è convinto. Lo è però della decisione presa: «Dovremo ospitare il G8 alla Maddalena, c’è l’emergenza economica e c’è il terremoto: non potevamo permetterci la crisi di governo. Non è stata una debolezza di fronte alla Lega, la scelta mi è parsa naturale». Vallo a spiegare al Pd, a Fini, al Taddei, sfollato e arrabbiato, che rinfaccia alla Gelmini questo spreco di denaro.

    Parla dunque di soldi e di minacce, di soluzioni naturali e per aggiungere ingenuità tiene per mano due scolaretti vestiti con maglie da calcio e da rugby. I bambini lo ascoltano, le telecamere lo inquadrano, il sindaco Nicola Menna non capisce cosa c’incastri con la scuola, ma non ha più voce per protestare («l’ho persa nelle nottate in tenda, non abbiamo le stufette, fra un freddo boia»). Chissà quante stufette e quante case ci venivano con 400 milioni… «Vi darò una sistemazione entro la fine dell’estate – assicura il premier che poi però si prende un autunno di tempo -«Per l’inverno avrete tutti una casa, chi se la rifà da solo avrà un terzo di contributi dallo Stato». Non cerca scorciatoie: «Qualcuno della mia età si sarebbe trovato in difficoltà con sette schede in cabina…», lo dice così, come chi si era convinto che fare tutto in un giorno era più giusto, più solidale, ma che ha dovuto pagare il “pizzo” per tenere aperta la bottega del governo.

    I bambini vanno «in classe» alle dieci, quando il sindaco suona la prima campanella dopo quel giorno. Lucian Sescu è al primo banco con Francesca. Quando si annoia, disegna delle bandierine con la matita blu. In questo fiume di annunci e promesse, quello che accade è una cosa concreta: la scuola per gli sfollati. I bambini della tendopoli sono divisi in tre gruppi: materne, elementari dal 1° al 3° anno, elementari del 4°-5° anno. «Siamo qui, dobbiamo fare» – con queste parole ha ricominciato la maestra. Alle 13 e 10, quando arriva «il presidente del Milan» – come dice Marco, i bambini sono sfiniti dal caldo, dall’attesa, dal prete che improvvisa la messa e dal comizietto della Gelmini.

    Francesca ha scritto un pensiero nella pagina del nuovo quaderno: «Per Loris e Alena». Sono i bambini della V elementare di Poggio Picenze che non risponderanno più all’appello. Berlusconi gira per il campo, alla ragazza di colore dice che «sarebbe bello poter prendere il sole quanto te… stringimi forte, chiamami papà…», alla quasi coetanea 76enne che lo raccomanda di «lasciare spazio ai giovani», risponde: «Signora, pensi per lei». Al bambino macedone che gli chiede un autografo dà un consiglio che provoca una lieve intossicazione aziendalista: «Non rivenderlo a meno di 20 euro». Il quaderno di Lucian è pieno di piccole bandiere blu, ripassate più volte.

    In serata, dopo l’ufficio politico Pdl a Palazzo Grazioli, arrivano le parole del ministro della Difesa Ignazio La Russa: «Abbiamo deciso di affidare a Berlusconi la decisione di procedere con il voto il 21 giugno oppure di rinviare di un anno il referendum».

    L’Unità, 17 aprile 2009

  4. La redazione dice

    “Un premier sotto ricatto”, di Edmondo Berselli

    Nei suoi momenti più avvincenti, quando ogni spiegazione spiegherebbe poco o nulla, Silvio Berlusconi ha in serbo una bugia o una patente verità. Ieri è venuta fuori la verità. Il referendum non si accorpa con le elezioni europee, l’Election Day del 7 giugno non si terrà, perché la Lega ha minacciato di fare cadere il governo. Insomma, il premier ha ammesso il ricatto e ha ammesso di avere ceduto, “a una richiesta precisa”, e dopo un confronto di maniera.

    Nemmeno il premier infatti aveva voglia di una sfida con i leghisti, e i ventilati, e fumosi, progetti di elezioni anticipate con il mirino del Pdl puntato sul 51 per cento appartenevano più alle esercitazioni intellettuali che non ai progetti politici. Tuttavia per riconoscere a fronte alzata di avere “ragionevolmente” alzato le mani di fronte alla minaccia dell’alleato ci vuole qualcosa in più che un atteggiamento di realismo politico.

    Occorre un’autocertificazione della propria funzione insostituibile, la qualificazione del proprio governo come l’unico assetto praticabile in questo mondo empirico, e l’unico capace di rispondere alle esigenze del bene comune, dettate dalla crisi economica e dall’emergenza in Abruzzo. Ora, la funzione provvidenziale di Berlusconi è fuori dubbio, vista la sua assidua presenza sulla scena del terremoto. Tuttavia, se si vuole sfuggire da schemi come “il medioevo più la televisione”, con il sovrano che si esprime fisicamente e mediaticamente nel suo popolo, sarà il caso di prendere nota delle implicazioni politiche della decisione sul referendum: che potrebbe finire con il palliativo del rinvio di un anno, oppure con lo spreco del voto il 21 giugno.

    In quest’ultimo caso ci sarebbe da intendersi su che cosa sia il bene comune. Gettare via 400 milioni di euro, la “Bossi Tax” di cui parla Dario Franceschini, sacrificati sull’altare della stabilità, il grande totem del momentum berlusconiano? E nello stesso tempo cercare con un certo affanno le risorse per la ricostruzione, nelle strettoie della crisi economica, mentre le entrate dello Stato flettono? Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha subito dichiarato che il mancato accorpamento è semplicemente uno spreco, soldi buttati mentre si lasciano correre a casaccio voci di una tantum, contributi forzosi di solidarietà, imposte e accise, “tasse sui ricchi”.

    In sé l’immagine di un governo “bimane”, che con una mano semina soldi dalla finestra e con l’altra li infila nelle tasche dei cittadini per un pugno di euro, è suggestiva. Ma in senso ancora più direttamente legato alla politica, andrebbero osservati anche i musi lunghi di Gianfranco Fini, cioè il capo di un partito che ha appoggiato il referendum, e i cui uomini, confluiti nel Pdl fra vari psicodilemmi di identità e obbedienza, si trovano ora indotti a storcere inutilmente le narici di fronte alla scelta di Berlusconi e Bossi.

    Certo al momento manca una mobilitazione specifica dei cittadini sul tema referendario. Anche per le opposizioni l’interesse verso lo schema bipartitico prospettato dal referendum era tiepido. I dirigenti del Pd convengono nel considerare il referendum come l’innesco di una ulteriore e seria riforma elettorale. Una posizione debole, che tuttavia ha consentito di infilare un cuneo nella coalizione di maggioranza e di segnalare una linea di conflitto.

    Un risultato diverso sarebbe stato pensabile soltanto se Berlusconi avesse avuto in mente davvero la piena normalizzazione del sistema, oppure l’idea di un accordo complessivo su una riforma condivisa, una pacificazione istituzionale con l’apertura di una legislatura costituente. Ipotesi troppo ambiziose. Ci troviamo in una fase non di pace reale, ma di sostanziale appeasement fra la società italiana e il Cavaliere. Non valeva la pena di rompere l’incantesimo, e Berlusconi lo ha confessato allargando le braccia, con la sua sfrontatezza più disarmante, facendo intendere che è il buonsenso a imporre la sua volontà, e che insomma l’opinione pubblica capirà.

    Un certo sentore di politica politicante, questo sì. Ma al di là dell’estetica adesso tocca soprattutto alle opposizioni provare a districare il senso di questa non inutile battaglia. Per mostrare che nessuna decisione è senza prezzi. E che il prezzo della rinuncia berlusconiana si riflette con chiarezza sulla qualità della maggioranza. La pax referendaria fra Bossi e Berlusconi è la prova evidente che il Pdl e la Lega non sono un esercito di idealità, bensì un insieme di interessi e convenienze. Lecite ma con tutte le opacità della bassa fureria. Insomma, i progetti, le ricette, i programmi, le azioni e la propaganda della destra appartengono al migliore dei mondi mediatici possibili. La pratica berlusconiana appartiene invece al mondo inferiore delle complicità. Utile, che si sappia.

    La Repubblica, 17 aprile 2009

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