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25 aprile: nascita della democrazia italiana

Stamane l’on. Manuela Ghizzoni ha tenuto il discorso ufficiale nell’ambito delle celebrazioni del 25 aprile a Novi di Modena. Di seguito pubblichiamo l’intervento.

«Sono onorata e ringrazio l’amministrazione per l’invito a tenere il discorso ufficiale nel giorno della Liberazione.
Quando vengo invitata a celebrare il 25 aprile, o a ricordare vicende del periodo della guerra nei comuni della Prima Zona partigiana (Carpi, Soliera, Campogalliano e Novi), avverto sempre il peso – l’onore sì, ma anche l’onere – dell’eredità morale e civile che deve caricarsi sulle proprie spalle chi parla di Resistenza nel nostro territorio.
Anche per me, che ho le mie radici famigliari in queste terre, non è mai semplice ricordare le vicende belliche nei comuni della Prima Zona, dove è stato pagato un tributo di sangue altissimo negli anni più bui del nostro Novecento, dove ad ogni crocevia c’è un cippo che ricorda il sacrificio di partigiani morti per la libertà, dove la terra su cui appoggiamo i piedi ha accolto corpi senza vita di tanti civili vittime della guerra e delle rappresaglie.
E dove ogni parola rischia per queste ragioni di apparire inadeguata o, viceversa, retorica.
Qui, l’epilogo tragico della guerra successivo all’8 settembre 1943 ha assunto toni aspri, sconosciuti ad altre regioni italiane. Alla ferocia nazifascista si sono contrapposte le forze antifasciste che diedero alla lotta di liberazione una dimensione veramente epica, di massa, di popolo.
Il movimento partigiano nella pianura emiliana ha rappresentato nel panorama italiano una delle esperienze più avanzate dal punto di vista militare, benché il territorio pianeggiante privo di boschi e anfratti non favorisse certo la guerriglia, rendendo quindi ogni azione molto rischiosa.
Eppure, nonostante le condizioni morfologiche non favorevoli, il contesto sociale e il sostegno delle popolazioni civili consentirono alla Resistenza di radicarsi e di diffondersi capillarmente. Nella nostra provincia furono quasi 20.000 i partigiani e i patrioti combattenti riconosciuti; e tra loro figuravano circa 2000 le donne, che svolsero un ruolo fondamentale. Alcune parteciparono attivamente alla lotta armata, molte sostennero le forze antifasciste come staffette e con iniziative di supporto logistico e materiale.
Per tutte loro e per noi, loro figlie e nipoti, la partecipazione alla lotta di Liberazione ha rappresentato un tornante fondamentale nel percorso lungo e accidentato di acquisizione della vera cittadinanza, cioè l’acquisizione dei diritti politici, civili e sociali. A partire dal diritto di voto, che fu esercitato dalle donne per la prima volta nel 1946.
A questo proposito fatemi cogliere l’occasione per ricordare una donna straordinaria che in questi giorni viene commemorata in alcune iniziative, come il bel libro a cura del Centro Documentazione Donna di Modena che ne ricorda la vita e l’impegno politico e civile. Si intitola «Un paltò per l’Onorevole», facendo riferimento al fatto che furono le donne dell’UDI a confezionarle un cappotto nuovo, buono, quando fu eletta deputata nel primo Parlamento repubblicano. E lei lo indossò per entrare a Montecitorio, come simbolo della solidarietà femminile e dei nuovi diritti politici acquisiti dalle donne.
Come avrete capito sto parlando di Gina Borellini, Medaglia d’Oro della Resistenza, che ci ha lasciato nel febbraio di due anni fa ma il cui ricordo è e rimarrà sempre vivo. Perché ha ragione il premio nobel Rita Levi Montalcini quando afferma che dopo la morte del corpo, a noi sopravvivono le nostre azioni, i nostri pensieri e soprattutto i nostri valori. E certo di Gina Borellini restano i valori democratici che le hanno ispirato le scelte coraggiose, restano i pensieri come quello scritto pochi mesi prima di morire, nel quale afferma «la Resistenza è stata una grande lotta del nuovo contro il vecchio mondo portatore di fascismo e guerre e per questo ha visto mobilitate migliaia di giovani e ragazze».
E soprattutto rimarrà viva la testimonianza civile e di libertà rappresentata dalla sua vita. La testimonianza di una donna che, come molte che hanno vissuto nella pianura modenese della prima metà del Novecento, è cresciuta in campagna, dove la terra brucia d’estate, la nebbia svuota i polmoni in autunno, il freddo entra nelle ossa d’inverno. Nella giovinezza di Gina Borellini le stagioni scandivano i tempi di lavoro nei campi e il ritmo della vita quotidiana, mentre la fatica fisica era una compagna quotidiana.
Lo squadrismo fascista intanto cancellava i diritti conquistati dal movimento sindacale e preparava la strada al regime di Mussolini, che di lì a breve si sarebbe reso responsabile della cancellazione delle regole democratiche, della persecuzione e della carcerazione degli oppositori, e avrebbe condotto il paese verso una disastrosa guerra al fianco di Hitler.
Gina Borellini è cresciuta in quegli anni terribili, si è sposata giovanissima come spesso accadeva allora alle donne. E come tanti della sua generazione ha assunto responsabilmente il dovere di una scelta etica per la libertà: ha scelto di combattere contro l’occupante tedesco e il fascismo di Salò. Ha pagato un prezzo altissimo perché ha visto morire fucilato il proprio uomo, perdendo ciò che aveva di più caro. Ma ha continuato a lottare per il futuro del Paese, per la democrazia.
Eppure qualcuno oggi ha il coraggio di dire che donne così, che uomini così, si sono appropriati della memoria della Resistenza e che non meritano di essere celebrati.
Tra questi vi è il ministro La Russa che ha negato il valore e l’importanza di una parte consistente della lotta partigiana, ossia quella legata al Partito comunista.
Quando sento certe dichiarazioni, non so se preoccuparmi di più perché coloro che le fanno non dicono ciò che pensano, o perché, ed è perfino peggio, pensano ciò che dicono.
Al movimento partigiano italiano hanno partecipato 250.000 combattenti, senza contare la vasta rete di solidarietà che si mobilitò in sostegno dei partigiani, di ogni orientamento politico e culturale: cattolici, socialisti, liberali, repubblicani, azionisti. Ma lo sanno tutti (anche La Russa), che l’apporto dell’allora Partito comunista fu determinante per i movimento di liberazione e per la Resistenza italiana al nazifascismo. Lo ricordava sempre Ermanno Gorrieri, che certo non può essere tacciato di filocomunismo, ma che fu un grande e onesto democratico cattolico, oltre che un coraggioso partigiano.
Voglio affermarlo con le inequivocabili ed autorevoli parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: non si può “svalutare e diffamare, come purtroppo è accaduto e ancora accade l’esperienza partigiana, il cui contributo, piaccia o non piaccia, fu determinante per restituire dignità, indipendenza e libertà all’Italia”.
E come ricordava qualche giorno fa Giorgio Bocca, la Resistenza non ha colore e comunisti, cattolici, socialisti, azionisti, liberali combatterono uniti contro i nazifascisti per portare la libertà e la democrazia nel nostro Paese.
Insieme al contributo delle forze antifasciste, mi preme ricordare anche la Resistenza civile e non armata, ma non per questo meno efficace e capace di creare il vuoto intorno agli occupanti e ai fascisti della Repubblica sociale italiana, i quali erano consapevoli di essere circondati da ostilità e di non godere del sostegno della popolazione locale. La popolazione appoggiava il movimento di liberazione, dando rifugio ai ricercati, curando i feriti, proteggendo i clandestini e concordando con i partigiani le azioni di lotta.
Celebrare il 25 aprile significa ricordare tutte le sfumature e le diverse forme di Resistenza:
– la Resistenza combattuta dai partigiani delle formazioni comuniste, socialiste, cattoliche, azioniste;
– la Resistenza dei militari, abbandonati a loro stessi dopo l’8 settembre, trucidati come accadde a Cefalonia o deportati in Germania non come prigionieri di guerra ma come traditori;
– la Resistenza realizzata con atti di sabotaggio o con gli scioperi degli operai nelle città;
– la Resistenza compiuta con azioni di sostegno logistico e organizzativo alle formazioni partigiane intraprese dalle donne, quando non divennero loro stesse combattenti;
– la Resistenza attuata dai tanti parroci e religiosi e dai tanti civili che vollero dare aiuto agli antifascisti e agli ebrei perseguitati.
È grazie a tutte queste forme di Resistenza e alla vittoria degli alleati sul nazifascismo nella seconda guerra mondiale che nacque la democrazia e per il nostro Paese fu possibile un nuovo assetto istituzionale, politico e sociale, nel quale tutto il popolo italiano ha potuto effettivamente, liberamente e responsabilmente prendere parte alle decisioni collettive.
In queste ultime settimane il 25 aprile è stato oggetto di un vivace dibattito pubblico, riportato dalla stampa locale. E di quali aspetti della Resistenza e della Liberazione ci si è occupati?
Si sono forse ricordati i tanti giovani che sacrificarono la propria vita per la Libertà? Si è magari parlato dell’ampia solidarietà manifestata dai civili nei confronti dei partigiani in armi? Sono state forse indagate le stragi e le violenze di nazisti e fascisti, i quali non si fecero scrupolo di colpire a morte i civili, per rappresaglia o vendetta, seminando il terrore nel nostro territorio? Oppure è stato approfondito il valore simbolico della data fondante della nostra democrazia? No, niente di tutto questo. Si è discusso, con una stucchevole polemica, sulla possibile apertura degli esercizi commerciali in questo giorno di festa.
Nel frattempo a Carpi e Soliera venivano stracciate le bandiere tricolore affisse dall’amministrazione comunale in collaborazione con l’ANPI per ricordare il 25 aprile.
Di fronte a questi atti vandalici appare chiaro a tutti come sia necessario dare maggiore spazio ai momenti di approfondimento storici e commemorativi per capire il significato e il senso di questa data. Anche facendo emergere le possibili contraddizioni e le zone d’ombra della Resistenza e dell’antifascismo. Solo così possiamo recuperare il valore profondo del 25 aprile.
All’indomani della Liberazione, i modenesi nutrivano grandi speranze per la nuova fase democratica che si apriva, e desideravano lasciarsi alle spalle la lunga dittatura fascista, i lutti e le sofferenze della guerra. Ma non volevano rimuovere la memoria di quella tragica esperienza, del fascismo e dell’occupazione tedesca.
Non è dunque retorica della memoria ricordare cosa rappresenti la data simbolica del 25 aprile e credo che oggi sia ulteriormente importante farlo.
Quest’anno pare finalmente si sia posto fine al deprecabile quanto inaudito atteggiamento del Presidente del consiglio che ha sempre evitato di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile. In nessun paese democratico dell’Occidente un Premier si sarebbe mai permesso di trascurare la liberazione dal nazifascismo o la fine della guerra. Pertanto giudico positivamente che si sia interrotta questa pessima tradizione.
Ci attendiamo però dal Premier parole chiare e dalla sua maggioranza atti coerenti. Come ad esempio il ritiro dell’inaccettabile proposta di legge avanzata dall’attuale maggioranza di Governo che prevede l’istituzione di una nuova onorificenza, denominata “Ordine del Tricolore”, da assegnare non solo ai combattenti della guerra di liberazione, ai partigiani, ai deportati, agli internati militari, ma anche ai soldati e ai militi della Repubblica Sociale. Tale proposta di legge equipara di fatto i valori di libertà e democrazia, per i quali combatterono i partigiani e le potenze alleate, con gli obiettivi di nazisti e fascisti di Salò, che al contrario si macchiarono di efferati delitti e stragi di innocenti.
In ogni paese che ha combattuto nazismo e fascismo una proposta di legge del genere sarebbe considerata un’ignominia.
Ma sentite cosa afferma il presentatore della legge nella relazione introduttiva: “Non s’intende proponendo l’istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull’altare della memoria comune, ma riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità di una partecipazione al conflitto”.
Ma stiamo scherzano? Noi per primi abbiamo ricordato che la pietà nei confronti di tutte le vittime di quello scontro è fuori dubbio. Ma, salvaguardato il rispetto dovuto ai morti di una parte e dell’altra, non si possono confondere le ragioni e le aspettative che dividevano chi – da vivo – ha combattuto per fini contrapposti. Gli obiettivi dell’occupante e dei fascisti di Salò non hanno la stessa dignità dei valori dei partigiani, degli alleati, degli antifascisti. I primi combattevano per negare la libertà, gli altri per restituirla al Paese.
Lo scopo dichiarato di questa proposta di legge è il conseguimento della “pacificazione nazionale”, che non può di certo essere perseguita mettendo sullo stesso piano Salò e la Resistenza, la lotta per la libertà dei partigiani e la lotta per negare la libertà dei repubblichini, le vittime e i carnefici. Questa legge vuole sovvertire la Storia per mera opportunità politica.
In concreto, questa proposta è lo strumento operativo di un progetto culturale di rozzo revisionismo storico affermato per via politica, che alimenta irresponsabilmente la divisione delle memorie e non rappresenta certo la strada per giungere ad una storia condivisa in grado di promuovere un sentimento di appartenenza nazionale. Noi non permetteremo che le nostre istituzioni si macchino di una tale vergogna approvando questo provvedimento.
Al Premier piace vestire panni diversi, presi dalla vita quotidiana: si è definito lui stesso il presidente imprenditore, il presidente operaio, il presidente ferroviere…, noi siamo ben lieti di avere oggi anche un presidente partigiano. Ma pretendiamo che sia coerente con tale nuovo, e impegnativo, abito. Pertanto dal Presidente del Consiglio ci aspettiamo parole inequivocabili e che sgombri il campo da ogni dubbio.
Se si dichiara finalmente antifascista vuol dire che quella Costituzione su cui ha giurato l’ha veramente letta. Perché la Carta, come ci ha ricordato il Capo dello Stato “non è un residuato bellico, come da qualche parte si vorrebbe talvolta fare intendere”, ma è il documento fondante della nostra democrazia, la bibbia civile del nostro Paese.
Ed essa, come ha ricordato ancora il Presidente Napolitano, pone dei limiti che “non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa”.
Non dobbiamo mai dimenticarlo. Perché, al di fuori della perfetta cornice istituzionale e di tutti gli istituti di garanzia democratica che i nostri padri costituenti hanno delineato, e che a volte qualcuno sembra minacciare, esiste un anticorpo alle minacce democratiche di cui tutti noi siamo custodi e responsabili.
Questo anticorpo è la memoria, che tutti noi dobbiamo mantenere viva.
Il 25 aprile non è semplicemente, come invece pensa qualcuno, il giorno successivo al 24 e che precede il 26.
È la data simbolica della nascita della democrazia italiana, della nostra libertà.
Ricordiamolo, perché gli smemorati rischiano di perdere l’orientamento e di farlo smarrire anche al Paese.»

5 Commenti

  1. La redazione dice

    25 Aprile: Pd, non c’è mai stata proposta bipartisan

    “Non è mai esistita una proposta bipartisan sull’equiparazione tra Salo’ e partigiani”.
    Lo affermano i deputati del Pd Paolo Corsini, Franco Narducci e Giampaolo Fogliardi spiegando che “sono del tutto infondate le notizie sulla loro firma al progetto di legge di cui si discute in questi giorni. Anzitutto – ricordano – nessuno di noi ha mai parlato direttamente con Lucio Barani, nè avuto con lui alcuna conversazione ‘confidenziale’. A noi era arrivato inizialmente nelle caselle di Montecitorio un testo che non faceva alcun riferimento all’’equiparazione’ ma che, in un secondo momento, è stato modificato senza che noi fossimo avvisati e sul quale, del tutto illegittimamente, le nostre firme sono rimaste. Abbiamo dunque ritirato il nostro consenso con una lettera inviata al presidente della Camera Fini e lo abbiamo fatto prontamente, non aspettando febbraio, come Barani scorrettamente afferma, non appena la collega Rosa Calipari, capogruppo dei Democratici in commissione Difesa, ci ha avvisati di quanto era avvenuto. Dunque, ribadiamo la nostra totale estraneità ad un progetto di legge che non potrebbe mai avere il nostro sostegno come esponenti politici”.
    L’onorevole Paolo Corsini sottolinea che “la sua più totale avversione all’idea di equiparare partigiani e repubblichini è confermata dalla sua lunga attività di studioso dell’antifascismo e di docente universitario di storia contemporanea”.

    Roma, 27 aprile 2009

  2. Daniele dice

    Ho trovato molto interessante questo articolo e vorrei proporlo ai visitatori di questo sito

    25 aprile. I ghost writer della maggioranza hanno fatto grandi sforzi per presentarsi come pacifici alfieri dell’unità nazionale. Ma con la Resistenza, pace non l’hanno fatta
    L’impossibilità di dirsi eredi dei partigiani
    di Luca Bonaccorsi

    È una coperta corta quella che i discorsi di Berlusconi hanno steso ieri sulle membra dèll’attuale maggioranza. In tanti l’hanno tirata, ma qualcosa restava sempre scoperto. I ghost writer del premier, a dire il vero, uno sforzo l’hanno fatto. Ma per quante mani di cerone si applicassero aI busto, il profilo· restava sempre quello dal mento· alto che parla agli “italiani”. Anche perché, oltre le parole, restano i fatti. Il lembo tirato in nome dell’antitotalitarismo, ad esempio, lasciava in evidenza l’allergia alla parola “antifascismo”. Allergia egualmente suscitata dal dover riconoscere ai comunisti di essere tra i “padri della patria”. Operazione storiograficamente necessaria, ma possibile solo dopo aver accuratamente spianato ogni differenza con “tutti gli altri”. E comunque non priva dell’abituale stoccata ai partigiani “stalinisti”.
    Il presenzialismo dei membri del Pdl in abito istituzionale non è riuscito a nascondere che il sindaco di Roma, quello con la celtica al collo, la cui elezione fu accolta da festanti saluti romani al Campidoglio, non ha potuto partecipare alla manifestazione partigiana di Porta San Paolo per timore (certezza) di essere contestato. Le calibrate frasi sulla distinzione tra partigiani e repubblichini, poi, lasciavano scoperto il progetto di legge 1360, quello che di fatto li rende ugualmente degni dell'”Ordine del Tricolore”. C’ha provato anche il buon La Russa a tirare verso di sé la coperta dal lembo della “libertà e del pluralismo”. Lasciando scoperto il fatto che nel Paese c’è un signore che può decidere in salotto i direttori di cinque telegiornali nazionali. E che controlla l’intero mercato pubblicitario che fa la vita e la morte dei media italiani. E non potendo neanche celare l’accusa di Napolitano di pochi giorni fa, sul rischio democratico insito nella incessante retorica della governabilità. È cosa nota, infatti, che se non fosse per il potere d’interdizione della Lega nord, il Pdl non avrebbe avuto alcun problema a sostenere il referendum truffa sul sistema elettorale, che il pluralismo italiano lo ammazza. L’appello ai principi della nostra bella Costituzione, quella del lavoro, dei diritti e della democrazia, lasciava scoperti i valori veri dell’attuale maggioranza: Dio, patria e famiglia. Ed è proprio la dimensione “culturale” di questa maggioranza egemone che emergeva da ogni angolo. Se non fossero bastati i duetti Ratzinger-Berlusconi a raccontare la sintonia tra questo papato e questo governo, c’è sempre la recente vicenda di Eluana Englaro a ricordare che il principio costituzionale della laicità dello Stato è stato spàzzato via definitivamente. E come scordare le performance dei Quagliariello o delle Roccella? Sulla centralità di Dio e del cattolicesimo, per l’attuale classe dirigente c’è ormai poco da dubitare. Ma la coperta della resistenza è stata tirata anche sul concetto di Patria. Per fortuna sono ancora vivi i partigiani per raccontare la verità.
    Ovvero che il movimento, in nessun modo sentiva l’asfissiante retorica della Patria cara al Ventennio fascista. L’operazione revisionista includeva anche l’asserire una continuità tra Resistenza e Risorgimento. Mentre la Resistenza e la lotta di liberazione costituirono una discontinuità nella storia d’Italia. Da esse nacque l’Italia repubblicana, democratica, con il voto alle donne, come ricordava Lidia Menapace, la partigiana Bruna, ieri su Terra. E dopo il Dio e la Patria, come scordare la famiglia? Quella tradizionale, patriarcale, fondata sul matrimonio cattolico. Tutti, infatti, sappiamo che i progetti di legge sui Pacs e il riconoscimento delle coppie di fatto sono spariti dall’agenda poltica. L’operazione “25 aprile” comprendeva anche l’utilizzo dello stage privilegiato del momento: l’Abruzzo martoriato. E lì, infatti, che Berlusconi ha trovato il terreno congeniale al consolidamento del suo consenso, quello del “fare”, del “costruire”, Nel quale la sua esperienza di costruttore porterà sicuri successi. “Berlusconia” nascerà presto, e comunque è già riuscita a far dimenticare quella mostruosità legislativa, quel monumento all’abusivismo, che era il Piano casa. La coperta del terremoto copre un altro grande dramma nazionale: la crisi economica. Una crisi di proporzioni storiche, verso la quale il governo è stato di un’inefficienza assoluta. Tutto ciò per dire, insomma, che non sono certo le nostalgie ducesche a rendere incompatibili questa maggioranza con le idee e le pratiche della Resistenza o con i valori della Costituzione, ma la cultura di cui essa è intrisa.
    E a sinistra? La Liberazione, la Resistenza, sono ancora miti fondativi validi? Il migliore settimanale d’Italia, left;, ha fatto un giro nelle scuole e tra la gente per scoprire che tra i giovani sono miti sbiaditi, quasi sconosciuti. E se non li conoscono i ragazzi vuol dire che la storia, lentamente, li cancellerà. Ai ragazzi forse bisognerebbe ricordare ancora le parole di Lidia Menapace, quando racconta che in quei giorni nessun contadino denunciò i partigiani mentre si nascondevano dai fascisti. E che gli operai al Nord, sabotarono l’operazione tedesca di trasportare gli impianti in Germania, salvando il nostro patrimonio industriale. Raccontare che tanti italiani non furono fascisti. E che la Resistenza fu un movimento dal basso, di popolo. Dare un senso alla parola “resistenza” oggi, forse richiede di spostare il fronte da quello politico-militare a quello culturale. Ma per resistere è indispensabile l’individuazione e il superamento delle debolezze, innanzitutto culturali, del fronte progressista. Il drammatico vuoto di credibilità a sinistra oggi è direttamente proporzionale al suo vuoto di identità. La storia ha spesso determinato le condizioni in cui bisognava resistere. Questo è uno di quelli. Il momento di resistere a quella operazione culturale che nell’insapore brodo della “modernizzazione” rende tutti i gatti grigi. Alcuni gatti, invece, sono neri.

    Terra 26.05.09

  3. Redazione dice

    “La patria e il nuovo padre padrone”, di Eugenio Scalfari

    Ieri 25 aprile, giorno di festa per la liberazione d’Italia dai nazifascisti e per la Resistenza che ha reso possibile la rinascita della democrazia nel nostro paese, è caduto il muro che aveva fin qui impedito a quella ricorrenza di diventare una data condivisa da tutti gli italiani. Il merito di questo risultato spetta a Silvio Berlusconi, al discorso da lui tenuto ad Onna ed anche – diciamolo – a Dario Franceschini segretario del Pd, che con il suo pressante invito ha incitato il premier a render possibile un evento così importante.

    Berlusconi aveva dinanzi a sé tre alternative: ignorare l’invito di Franceschini; accoglierlo per marcare a modo suo la celebrazione equiparando la Resistenza con coloro che si erano schierati a fianco del regime fascista di Salò, uniti entrambi dall’amor di patria; dare atto che Liberazione e Resistenza sono stati un tutto unico dal quale è nata la nostra Costituzione repubblicana, fermo restando il rispetto per tutti i caduti, anche di coloro che in buona fede scelsero la parte sbagliata.

    Con il suo discorso di Onna Berlusconi ha scelto questa terza soluzione ed è quindi doveroso dargliene atto. Si potrebbe (e non mancherebbero gli argomenti) fare un’analisi dei moventi che l’hanno spinto a imboccare quella strada, ma sarebbe riduttivo. I fatti del resto hanno un loro linguaggio che esprime la realtà e la realtà è questa.

    Berlusconi ha raggiunto un livello di consenso che gli impone di proporsi come il rappresentante politico di tutti gli italiani, quelli che lo amano e quelli che non lo amano, quelli che hanno fiducia e quelli che ne diffidano, quelli che condividono il suo “fare” e quelli che l’avversano.

    Noi siamo tra questi ultimi ma riconosciamo che una svolta è stata compiuta, sia nella valutazione storica della Liberazione e della Resistenza, sia nel riconoscimento dei principi sui quali si regge la Costituzione, sia sul ruolo delle forze politiche che contribuirono alla rinascita democratica e che nel discorso di Onna sono state tutte nominate a cominciare dai comunisti, ai socialisti, ai democristiani, ai liberali (anche se l’ipotesi di cambiare il nome della celebrazione in quello di “Festa della Libertà” è certamente una proposta contro la memoria che indebolisce notevolmente le osservazioni precedentemente fatte).

    La fermezza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha giocato un ruolo determinante nella svolta berlusconiana; un altro elemento da non sottovalutare sarà pur venuto dalla posizione di Gianfranco Fini. La svolta è comunque avvenuta. Bisogna ora vedere se i seguiti saranno conformi al nuovo inizio e intanto rallegrarsene.

    Dunque tutto bene? Il tessuto democratico del paese si è rafforzato? Si aprirà finalmente una dialettica operosa tra governo ed opposizione?

    Aldo Schiavone, in un articolo pubblicato ieri su “Repubblica” ha risposto anticipatamente a queste domande partendo dalla constatazione che in tempi di emergenza la spinta populista è un dato di realtà dal quale sarebbe sbagliato prescindere.

    Ci sono vari modi di affrontare questa deriva. Quello di Berlusconi, secondo il giudizio di Schiavone, consiste nel “rendere istituzionale la spinta populista, prolungarne e dilatarne gli effetti nello spazio sociale e nel tempo storico, alimentare un rapporto fideistico tra il leader e il ‘suò popolo, marginalizzare tutte le altre forme di rappresentanza a cominciare dalla divisione dei poteri e dalle autorità di garanzia come inutili impacci. Un Capo che sceglie e decide per tutti: è un modo di stressare la democrazia radicandola su una sola delle sue componenti”.

    Ebbene la svolta berlusconiana di ieri, della quale abbiamo già segnalato gli aspetti positivi, non ci libera affatto da quelli negativi. Al contrario, li alimenta con nuova linfa rendendoli ancor più attuali e pericolosi. Diventa sempre più incombente la costruzione, già da tempo avviata, d’una nuova costituzione materiale all’ombra della Costituzione vigente, cioè una sua interpretazione che ne stravolge il senso riducendola ad un reperto fossile.

    Un’operazione del genere fu già compiuta nel corso della Prima Repubblica. Avvenne tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli Ottanta; un ventennio nel corso del quale i partiti assorbirono le istituzioni, il governo si identificò con lo Stato, la democrazia si trasformò in partitocrazia, gli apparati politici confiscarono la pubblica amministrazione e taglieggiarono sistematicamente le imprese.

    La costituzione materiale partitocratica fece del Capo dello Stato un’autorità di second’ordine, esercitò un’influenza determinante sulla magistratura inquirente e giudicante, costruì l’impunità del potere e di chi lo impersonava. Le forme vennero scrupolosamente rispettate ma la sostanza fu invece sconvolta e manomessa.

    La stagione di Tangentopoli interruppe e anzi sembrò avere distrutto la partitocrazia. Cominciò allora la transizione verso la Seconda Repubblica che adesso ha infine assunto le sue caratteristiche con la costruzione di una nuova costituzione materiale molto diversa dalla precedente.

    Non sono più i partiti a monopolizzare il potere, ma un leader con il manipolo dei suoi più stretti collaboratori. Un leader antipolitico e sostanzialmente antiparlamentare, gestore sapiente del sistema mediatico, identificato con la ricerca ossessiva del consenso da trasformare giorno per giorno in plebiscito e da contrapporre a tutte le mediazioni e a tutto il sistema delle garanzie.

    La svolta di ieri ha rappresentato dunque un rilevante passo avanti e un ulteriore passo indietro di fronte alla democrazia partecipata. Passo avanti – l’abbiamo già detto – verso la pacificazione del Paese rispetto a quanto accadde sessant’anni fa. Passo indietro verso il populismo autoritario.

    Se l’asse portante della nostra Costituzione consiste nella divisione dei poteri, l’essenza della costituzione materiale berlusconiana è nell’unificazione dei poteri in una sola mano. Esecutivo, legislativo e giudiziario intestati al leader attraverso una prassi ed una serie di norme che la consolidano e la presidiano trasformandola in consuetudine.

    Il presidente Napolitano ha avvertito da tempo questa deriva e l’ha più volte segnalata con la discrezione che lo distingue. Più di recente deve aver avvertito che la crescita della nuova costituzione materiale stava per oltrepassare una soglia oltre la quale sarebbe diventata irreversibile per un lungo arco di anni ed ha ritenuto che il tema dovesse essere affrontato di petto. L’ha fatto pochi giorni fa inaugurando il festival della democrazia a Torino e indicano i principi che costituiscono il fondamento della democrazia repubblicana: lo stato di diritto, la divisione dei poteri, il ruolo indispensabile delle autorità di garanzia, il vigile rispetto della legalità costituzionale, il rafforzamento del potere esecutivo e dei poteri di controllo del Parlamento. I punti di riferimento culturali di questa visione configurano una democrazia liberale che ha i suoi autori in Montesquieu, Tocqueville, Croce e Luigi Einaudi. La “fantasia al potere” – che tanto piace a Berlusconi e ai suoi mentori – non trova posto in questa visione e rappresenta il culmine della modernità occidentale.

    Se volessimo raffigurare le due versioni contemporanee e contrapposte di due leader carismatici, facciamo i nomi di Berlusconi e di Barack Obama, con tutte le differenze di scala da essi rappresentate.

    * * *

    C’è un freschissimo esempio della “fantasia al potere” o meglio della “follia positiva” stando all’autodefinizione che ne ha dato lo stesso nostro premier, ed è il trasferimento del G8 che avrà luogo nel prossimo luglio dall’isola della Maddalena alla scuola degli allievi ufficiali dell’Aquila. Un colpo di scena suggerito da Bertolaso, sottosegretario alla Protezione civile e ai Grandi eventi e fatto proprio da Berlusconi con entusiasmo all’insaputa dello stesso governo da lui presieduto.

    Le motivazioni di questo “coup de théâtre” sono quattro: le minori spese, il desiderio di mettere i potenti della terra a diretto contatto con una catastrofe naturale, la possibilità di elevare il caso Abruzzo dal livello nazionale a quello mondiale, la maggiore sicurezza del “meeting” tra le montagne abruzzesi rispetto alle sedi navali che l’avrebbero ospitato alla Maddalena.

    È sufficiente un sommario esame per capire che si tratta di motivazioni infondate.

    Le spese per realizzare il G8 alla Maddalena sono state tutte in grandissima parte già fatte (anche se ancora debbono essere pagate). Gli impianti previsti saranno comunque portati a termine. Nessun risparmio da questa parte sarà dunque realizzato. Il grande albergo a cinque stelle costruito nell’isola sarda resterà come una delle tante cattedrali nel deserto, di sperpero del denaro pubblico e di cementificazione di uno degli arcipelaghi più belli d’Europa. Il risparmio sulle spese navali rispetto a quelle aquilane sarà minimo, invece delle navi alla fonda bisognerà mobilitare una flotta di elicotteri che faccia la spola tra Roma e l’Aquila.

    I potenti della terra hanno purtroppo larga esperienza di catastrofi naturali, in Giappone, in Louisiana, in Florida, in California, in Russia, in India, in Cina, in Turchia. Insomma nel mondo intero.

    Portare il caso Abruzzo all’attenzione del mondo affinché dia una mano per risolverlo è risibile. C’è l’intero continente africano che è di per sé una catastrofe, per citare un solo caso tra tanti.

    La sicurezza contro i No Global. Non metteranno piede all’Aquila, l’hanno già detto. Ma faranno altrove le loro prove. Speriamo vivamente che siano prove puramente dimostrative. Se comunque, come scopre ora Bertolaso, garantire sicurezza alla Maddalena era un compito così arduo, ci si domanda adesso perché fu scelta quella località.

    Forse Bertolaso ha troppe cose da fare: la protezione contro le catastrofi, i rifiuti dell’immondizia, la progettazione ed esecuzione dei grandi eventi. Il tutto non solo sulle sue spalle ma sulle strutture della Protezione civile. Che non stia nascendo, sotto la leadership politica di Berlusconi, una leadership tecnocratica di Bertolaso? Non credo che i vertici negli altri paesi siano affidati alla Protezione civile. Li curano i ministri dell’Interno, i Servizi di sicurezza, le forze della sicurezza pubblica. Che c’entra la Protezione civile? I pompieri che ne costituiscono l’ossatura?

    Bertolaso, racconta il generale della Finanza, Lisi, che lo vede lavorare nella sua scuola, “lavora notte e giorno, non dorme, è una fucina di iniziative, non è un uomo ma un miracolo”.

    Forse se si concentrasse su uno solo dei suoi tanti compiti eviterebbe alcune disfunzioni che stanno emergendo in questi giorni e che i terremotati vivono sulla loro pelle.

    No, neanche Bertolaso è infallibile. Quanto ai miracoli, beati i paesi che sanno farne a meno.

    La Repubblica 26 aprile 2009

  4. Rita dice

    complimenti per il discorso. Una vera lezione magistrale di storia e di quella storia che ognuno di noi, purtroppo, non ha quasi mai ascoltato sui banchi di scuola.
    Ho trovato molto interessante il passaggio su Gina Borellini e sulle donne che hanno animato la Resistenza. Non si fa mai abbastanza per ricordarle e per ricordare il loro fondamentale apporto alla Resistenza armate solo di biciclette e di tanto coraggio.

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