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"Il valore della laurea non è tutto", di Luciano Modica

Negli ultimi anni pressoché ogni opinionista o politico à la page ha caldeggiato l’abrogazione del valore legale della laurea come panacea di tutti i mali del sistema universitario, in genere rifacendosi ad una delle “prediche inutili” di Einaudi o a qualche modello straniero più o meno frainteso. Persino professori politicamente agli antipodi, come Francesco Giavazzi e Margherita Hack, sono tra i firmatari di un recente appello per abolire il valore legale dei titoli universitari. Inutilmente analisi rigorose – tra cui quelle di Sabino Cassese, e di Giovanni Cordini, del Servizio studi del senato – hanno segnalato la complessità del problema.
Inutilmente tutti coloro che si intendono davvero di università hanno espresso perplessità. L’abolizione del valore legale è rimasta un must del dibattito pubblico. Opporvisi, o anche solo chiedere ai sostenitori di indicare quali norme precise si intendesse abrogare, significava essere immediatamente confinati nel recinto degli arretrati difensori dello status quo. Tra le novità del governo Monti c’è quella di un approccio a questo tema molto più concreto e cosciente dei problemi sottesi, almeno a giudicare dalle anticipazioni di stampa che si spera siano confermate dai provvedimenti in corso di stesura. Proviamo a capirne i dettagli, cui certamente sono interessati una moltitudine di studenti italiani.
Quando si parla di valore legale della laurea, si allude contemporaneamente a due aspetti. Il primo è che, in Italia come in Europa, l’istruzione universitaria è considerata un bene pubblico e una pubblica responsabilità (deliberazione del Consiglio d’Europa) cosicché l’istituzione di un’università, pubblica o privata che sia, o di un corso di laurea dev’essere autorizzata dallo stato. È appunto l’autorizzazione “a rilasciare titoli aventi valore legale”. Sono davvero pochi gli italiani che vorrebbero vedere abrogato quest’aspetto, consentendo quindi che chiunque possa istituire un’università e conferire lauree quasi fosse una comune attività commerciale.
Basti ricordare il recente caso del ritiro a furor di popolo dell’autorizzazione ad istituire un’università privata che prendeva il nome dal suo proprietario ed era ubicata in una palazzina di sua proprietà nella piccola cittadina di residenza. Si noti peraltro che il regime autorizzativo è presente in forme diverse in tutti i paesi dell’Unione europea e una sua abrogazione nel nostro rischierebbe di porci fuori dall’Area Europea dell’Istruzione Superiore (Ehea).
Il secondo aspetto è collegato alla valutazione della laurea come titolo di accesso alla pubblica amministrazione e alle professioni regolamentate. Si osserva giustamente che considerare equivalenti lauree di ben diverso contenuto formativo effettivo costituisce un’ingiustizia culturale e sociale.
Come si può rimediare? Non certo, come talora si sente sostenere, costruendo una graduatoria di università e assegnando valori decrescenti alle lauree da loro conferite in base al posto occupato in graduatoria. Innanzitutto perché questa soluzione definisce un valore legale ancora maggiore di quello che si vorrebbe abolire. Per intendersi, se l’università A precede l’università B nella graduatoria, il peggiore dei laureati di A risulterebbe “legalmente” preferito al migliore dei laureati di B! Né si potrebbe consentire che ogni pubblica amministrazione definisca la sua propria graduatoria di valore tra le università, col pericolo tutt’altro che astratto che scattino i peggiori localismi. Si tratterebbe comunque di soluzioni di stampo centralistico che si muovono in direzione opposta alla valorizzazione del merito personale, questa sì liberale, che tutti dicono di voler incentivare.
Occorre invece intervenire per eliminare subito alcuni aspetti perversi del valore legale, in base ad un solido principio: la laurea ovunque conseguita costituisca un titolo di accesso ma ogni altro aspetto di merito sia accertato con un esame a ciascun candidato per accertare ciò che sa e che sa fare in relazione alla posizione che andrebbe a ricoprire. La competizione tra le università scatta veramente e funziona positivamente solo quando si verifica attentamente e si premia la bravura dei rispettivi laureati nel mondo del lavoro, non quando si approntano tabelle in base a complicati e largamente arbitrari parametri quantitativi generali.
Inoltre, una volta garantite eguali opportunità di partenza mediante un solido e ampio sistema di diritto allo studio, la valutazione del merito personale dei laureati è l’unico vero motore dell’ascensore sociale. In concreto si dovrebbe abolire ogni valutazione automatica dei voti universitari, troppo diversi da sede a sede. Si dovrebbe ampliare il ventaglio dei titoli equivalenti che danno accesso ad un concorso pubblico affinché non si instaurino vere e proprie riserve corporative a favore di quello o quell’altro tipo di laurea. Si dovrebbe stabilire che nessuna progressione di carriera nella pubblica amministrazione può dipendere esclusivamente dal possesso di una laurea quale che sia. Sono interventi di cui si parla da molto tempo: una proposta di “affievolimento” del valore legale è contenuta in un documento della Conferenza dei Rettori del 1995; le classi di equivalenza del valore legale di lauree differenti sono contenute nel decreto ministeriale del 1999 che ha introdotto la nuova architettura europea degli studi universitari, il cosiddetto 3+2. E sono proprio gli interventi di cui il ministro Profumo ha fornito anticipazioni.
Da molti anni sono sul tavolo dei ministri competenti senza che nessuno sia mai riuscito a realizzarli. Speriamo che anche in questo caso sia la volta buona.

da www.europaquotidiano.it

2 Commenti

  1. Luciano Modica dice

    Sono d’accordo con molte delle opinioni espresse dal prof. Aloj, la maggior parte delle quali non riguardano però il cuore del dibattito sul valore legale della laurea. Ciò nonostante, anche se penso, come ho scritto, che servirebbe un’attenuazione degli effetti negativi dell’attuale valore legale, sono però contrario ad un’abolizione del valore legale sic et simpliciter.

    Intanto perché non so che cosa esattamente dovrebbe essere abrogato, come del resto ha sostenuto su “Europa” uno dei più illustri studiosi italiani di scienze politiche universitarie, cioè Giliberto Capano, né nessuno dei fautori dell’abolizione si prende mail la briga di spiegarlo. Inoltre perché spesso le soluzioni semplici ai problemi complessi (la “nebulosa” di Sabino Cassese) si rivelano presto semplicistiche.

    A questo proposito suggerirei di leggere l’importante documento approvato recentemente dalla Commissione Cultura del Senato. Al termine di una indagine conoscitiva sul valore legale della laurea, propedeutica alla proposta di abolizione che veniva dal Ministro Gelmini e dalla maggioranza del tempo, la Commissione, dopo un’accurata disamina giuridico-politica, ha approvato UNANIME un documento in cui la proposta di abolizione è sostanzialmente abbandonata.

    Comunque, nel merito, se per abolizione del valore legale si intende l’abrogazione della norma che prevede che un’università, per potersi definire tale e per poter rilasciare titoli di studio validi (=aventi valore legale), deve possedere un’autorizzazione dello Stato, allora vorrei fare ancora una volta osservare che una tale norma è vigente in TUTTI i paesi dell’Unione Europea, compreso il Regno Unito, e una sua abrogazione rischierebbe di porre l’Italia fuori dall’European Higher Education Area (EHEA). A proposito del Regno Unito, il Privy Council (Consiglio della Corona) inglese, citato giustamente dal prof. Aloj come organismo incaricato di AUTORIZZARE le università a rilasciare titoli di studio VALIDI, è proprio l’espressione del potere dello Stato sovrano (e non del governo) su questo tema e la Quality Assurance Agency che funge da consulenza tecnica è proprio un’agenzia pubblica ancorché indipendente (proprio come dovrebbe o avrebbe dovuto essere la nostra ANVUR …).

    Come prova controfattuale si legga il seguente brano dell’Education Reform Act (1988):
    “Any person who, in the course of business, grants, offers to
    grant or issues any invitation relating to any award –
    a) which may reasonably be taken to be an award granted or to be
    granted by a United Kingdom institution; and
    b) which either —
    (i) is described as a degree; or
    (ii) purports to confer on its holder the right to the title of bachelor,
    master or doctor and may reasonably be taken to be a degree;
    shall be guilty of an offence and liable on summary conviction to a fine
    not exceeding level 5 on the standard scale”
    per rendersi conto che in UK valgono norme di salvaguardia del valore legale molto simili a quelle vigenti in Italia. Trascuro per brevità tutto il tema del rapporto tra titoli di studio e professioni regolamentate, che esistono ovviamente in UK e persino in USA contrariamente all’opinione più diffusa. Su questo tema rinvio comunque ai molti e ben documentati interventi di Renzo Rubele.

    Se invece per abolizione del valore legale si intende che le lauree rilasciate da diverse università italiane possono essere “legalmente” giudicate di differente valore (si badi bene: il titolo in sé e per sé, non la persona che lo detiene), allora non mi stanco di far notare che ciò non porterebbe all’abolizione ma al rafforzamento del valore legale, in base al quale una persona viene giudicata preventivamente, in base solo ad un valore “legale” (da chiunque sia stabilito) del titolo che possiede, ma indipendentemente dal suo valore personale “sostanziale”. Temo proprio che un vero liberale come Luigi Einaudi si rivolterebbe nella tomba tanto il suo pensiero sarebbe stato tradito.

    Sono il primo ad auspicare che l’Italia riesca ad imitare l’Inghilterra per la grande autonomia, dignità, importanza, fiducia accordata alle sue università. C’eravamo avviati molti anni fa su questa strada, poi è tornato a prevalere un dirigismo centralistico che purtroppo non è dispiaciuto a moltissimi professori universitari. Uniamo invece le nostre forze per riprendere quel cammino.

  2. Salvatore M. Aloj dice

    Valore legale del titolo di studio e qualità delle università

    Prendo spunto dall’articolo di Luciano Modica recentemente apparso sul quotidiano Europa, per ritornare sul dibattito che, periodicamente, riaccende l’interesse sull’annosa questione del “valore legale del titolo di studio” e sull’opportunità o meno di una sua abrogazione o modifica.
    Avendo sottoscritto l’appello per l’abrogazione di detto valore legale, ho provato un certo disagio nel leggere che, secondo Modica…” tutti coloro che si intendono davvero di università hanno espresso perplessità”. Il disagio deriva dal fatto che avendo io trascorso più di mezzo secolo nell’università e oltre 30 anni come Professore ordinario, ritengo di intendermi di univerità, almeno di quel tanto che mi consente di giudicare sulla opportunità o meno di mantenere inalterate le regole che la governano. Sicuramente la lunga permanenza, nel corso della mia attività di servizio, negli USA e nel Regno Unito, ha influenzato fortemente la mia concezione di università che intendo come sede di eccellenza per la ricerca scientifica e la formazione ed elemento di rilevanza primaria nel segnalare il livello culturale di un Paese.
    Ed è proprio questo il problema. Dovrebbe essere evidente a tutti che il dibattito sul valore legale del titolo di studio, riflette il punto di vista di coloro che attraverso la sua abolizione vedono un mezzo per avviare una svolta qualitativa all’università italiana relegata a posizioni poco gratificanti nelle classifiche che varie organizzazioni elaborano ogni anno utilizzando criteri più o meno condivisibili.
    Il recente stimolo alla discussione nasce anche dal ravvivato interesse per lo scritto di Luigi Einaudi “Prediche Inutili” recentemente riproposto in una pubblicazione del Corriere della Sera. La proposizione del pensiero einaudiano, sorprendentemente attuale ancorché espresso più di sessant’anni avrà spinto Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina ad invitare il presidente Monti a rileggere con attenzione lo scritto ed ..”inserire nella legge sulle liberalizzazioni l’abolizione del valore legale della laurea: un provvedimento che aumenterebbe competizione e qualità nei nostri atenei”.
    C’è da dire che la “filippica di Einaudi”, così definita da Sabino Cassese negli “Annali di storia delle università italiane” (2002) era stata oggetto dell’analisi particolarmente articolata dell’insigne giurista che così chiudeva: “E’ tempo di concludere osservando che il tema del valore legale dei titoli di studio è una nebulosa. Esso non merita filippiche, ma analisi distaccate, che non partano da furori ideologici o da modelli ideali, bensì da una valutazione delle condizioni delle strutture pubbliche e professionali e dei condizionamenti derivanti dal riconoscimento dei ti¬toli di studio sull’assetto della scuola e dell’università”.
    È difficile non concordare con questa esortazione. Ed è anche condivisibile il titolo dell’articolo di Modica su Europa “Il valore della laurea non è tutto”. È vero. Ben altro è necessario per sollevare il livello della nostra università nelle classifiche che pongono la prima università italiana intorno al 150° posto.
    A mio parere, il valore legale del titolo di studio appare come espressione del più rigido e paralizzante controllo da parte dello Stato: il modello franco-napoleonico che attua:…”un ideale, che è l’ideale dell’ordine, dell’euritmia, della uniformità. Unica la fonte: lo Stato. Unico il valore degli studi: quello voluto dai poteri pubblici secondo la norma costituzionale”…
    Concordo: una forma di controllo dello Stato è indispensabile a garanzia di un accettabile livello qualitativo delle strutture che erogano formazione ed è vero che una qualche forma di certificazione è presente, in forme diverse, nei paesi dell’Unione Europea (Accreditation Models in Higher EducationEuropean Network for Quality Assurance in Higher Education 2004, Helsinki). L’accreditation (certificazione) è cosa diversa; essa certifica il raggiungimento di standards qualitativi da parte delle organizzazioni che erogano titoli di studio. Nel Regno Unito la certificazione non è prerogativa del goveno. Le istituzioni che erogano formazione e/o svolgono ricerca scientifica devono uniformarsi a criteri definiti per ottenere il titolo di “università”. La valutazione è affidata ad un’agenzia (Quality Assurance Agency) che opera per conto del Privy Council organismo consultivo, costituito da esperti che possono essere o no membri dl parlamento o della camera dei lord, ma non con incarichi di governo.
    Certamente, valutare la qualità di una università non é semplice. La valutazione può essere influenzata da pregiudizi e tendenze non sempre condivisibili. Ciò non ostante esiste un “ranking” delle università di tutto il mondo che viene effettuato annualmente da varie organizzazioni in diversi paesi del mondo che ha un forte impatto sulla opinione pubblica.
    Perché queste classifiche rivestono tanta impportanza? A parer mio, la popolarità dell’esercizio è riferibile a molti fattori. In primo luogo il complesso di tendenze comprese nel termine, “globalizzazione”, ma anche la ultrarapida evoluzione delle tecnologie della informazione e la presa di coscienza che un alto livello di istruzione rappresenti un elemento di benessere per le comunità. Da qui l’aumento progressivo della domanda di formazione superiore ed una spinta verso un alto livello di internazionalizzazione delle università. Molte università private e pubbliche cercano attraverso attività internazionali a porre rimedio alle proprie difficoltà finanziarie. Non si può ignorare che il contributo economico ai paesi da parte delle università più prestigiose è notevole. Una stima, probabilmente approssimata per difetto, pone a circa 12 miliardi di dollari il contributo alla economia statunitense da parte di studenti stranieri (P. G. Altbach e J. Knight, The Internationalization of Higher Education: Motivations and Realities,The NEA 2006 Almanac of Higher Education).

    Tutto ciò detto è, purtroppo, facile constatare che l’università italiana non figura bene nelle varie classifiche. Anche la Francia, paese a noi vicno geograficamente ma, soprattutto, per una simile gestione del sistema accademico, non figura bene. I nostri colleghi d’oltralpe, sempre più propensi ad invocare la sfortuna e la imparzialità degli arbitri, rispondono con un misto di indignazione e costernazione. Indignazione perchè ritengono che il sistema favorisca le università anglosassoni. Costernazione perchè la migliore università francese, Parigi VI, figura solo al 45° posto.
    Che cosa accomuna l’unversità italiana e quella francese e le rende profondamente diverse da quelle anglo-sassoni? Come il sistema italiano, anche l’università francese é stretta nella morsa di un modello statale centralizzato super-burocratico, che si esprime anche nel valore legale del titolo di studio. Anche in Francia il reclutamento accademico avviene attraverso il concorso pubblico gestito dal ministero per l’istruzione, un sistema definito, “assurdo” dalla rivista The Economist in una inchiesta, di qualche anno addietro, intitolata “The art of the impossible: a survey of France”.
    Non c’é dubbio alcuno che la condizione di “funzionario dello stato” del docente universitario offra molti vantaggi. Ma anche molte possibilità di abuso, tanto….pantalone paga! Scriveva Luigi Einaudi, riferendosi ai fellows delle università di Cambridge ed Oxford: …”Chi diede loro la facoltà di insegnare e giudicare? Il sovrano poi sanzionò il fatto già accaduto, la fama già riconosciuta: ma la fonte del diritto di insegnare e dichiarare non era il diploma imperiale o la bolla papale; era invece il riconoscimento pubblico spontaneo di un corpo di facoltà nato dal fatto, e affermato dalla gelosa tutela del nome del collegio insegnante”… ed ancora: …”Il riconoscimento viene meno ed I diplomi perdono valore quando lo spirito di abnegazione dei monaci insegnanti si affievolisce; quando il crescere dei redditi dei patrimoni dei corpi insegnanti rende appetibili le cattedre per motivi diversi da quelli scientifici e le cariche si danno a prebendari favoriti o simoniaci”…
    Il “concorso pubblico” per il reclutamento dei docenti, almeno come viene gestito in Italia (ed io ne conosco a fondo i dettagli) é una procedura anacronistica che consente l’asservimento di un interesse pubblico ad un interesse di parte. Come é possibile ritenere efficiente un sistema che delega la scelta (per giunta, definitiva: quanti straordinari non sono diventati ordinari?) degli operatori ad una commissione fatta da persone che, per quanto competenti ed oneste, non saranno mai tenute a dar conto, se non sul piano formale o giuridico, del proprio operato? Sono convinto che fino a quando non si realizzerà una completa autonomia delle università, che dovrebbero competere sul piano produttivo non solo per la prosperità ma anche per la propria sopravvivenza, la condizione della università e della ricerca scientifica in Italia rimarrà sostanzialmente immutata. Temo, purtroppo, che non basterebbe abrogare o modificare il valore legale del titolo di studio nella sua presente formulazione, ma sarebbe, certamente, un passo importante.

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