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“Il piano per i dipendenti pubblici”, di Raffaello Masci

Dando una generosa sforbiciata alle spese per auto blu e aerei ancora più blu, il governo guidato da Enrico Letta vuole fare una duplice operazione: da una parte dare il buon esempio cominciando a tagliare proprio in casa propria e proprio in quei settori che maggiormente catalizzano il risentimento collettivo verso «la casta», e – seconda aprendo la strada ad una serie di tagli di spesa che da settembre in avanti verranno messi in cantiere.

L’intervento più rilevante riguarda i dipendenti pubblici – tutti: statali, degli enti locali, degli enti pubblici controllati e ha un obiettivo assai ambizioso: 200 mila persone in meno in tre anni. Come, dove, con quali modalità è il compito a cui stanno lavorando i tecnici dei tre ministeri investiti di questo incarico: Funzione pubblica, Lavoro e previdenza sociale e – ovviamente – Economia.

L’ipotesi, che ancora non è stata formalizzata e che verrà sottoposta ai sindacati solo a settembre, dovrebbe essere quella di una serie di prepensionamenti agevolati ma non incentivati. Spieghiamo: i dipendenti pubblici che hanno almeno 57 anni potranno andare in pensione se lo desiderano, secondo le norme precedenti alla riforma Fornero, godendo dell’anzianità contributiva senza le penalizzazioni del caso. Non perderebbero niente, dunque, ma non avrebbero neppure incentivi di sorta sottoforma di buonuscite. Secondo i primi calcoli questa operazione porterebbe un risparmio di circa due miliardi da reinvestire (almeno in parte) nella contrattazione di secondo livello. I sindacati – non ancora coinvolti nella materia vorrebbero discuterne meglio e comunque propongono di trattare la cosa all’interno di un più vasto plafond di temi che coinvolgano anche le pensioni d’oro.

Sulla strada del risparmio, si continuerà poi con la spending review: non solo il decreto del Fare ha istituito un comitato interministeriale permanente a questo scopo, ma si vuole estendere il campo di azione a tutte le società (quotate e non) a capitale pubblico (anche parziale), alle società di servizi degli enti pubblici (solo quelle dei comuni sfiorano la cifra di 7 mila) e insomma a tutta quella greppia di prebende e di riposizionamento di politici trombati che erano (e sono) le società pubbliche. Uno degli interventi più qualificanti, a questo proposito, dovrebbe essere l’introduzione dell’obbligo, da parte di queste società, di comunicare alla Funzione pubblica le spese sostenute per il personale a qualunque titolo impiegato. Va da sé che questo sarebbe solo il primo passo verso una revisione delle piante organiche e del loro ridimensionamento. Resta inoltre vigente il piano di chiusura di molte di queste società, già definito da Filippo Patroni Griffi (oggi sottosegretario alla Presidenza) quando era ministro del governo Monti.

Una ulteriore sforbiciata dovrebbe riguardare le consulenze esterne: una vera manna per i politici che vogliono gratificare i loro sodali e che, a questo scopo, spendono oggi 1,3 miliardi di euro. Basta con tutto questo. O almeno questo è l’intento.

La Stampa 13.08.13

4 Commenti

  1. Di Pucchio Rita dice

    Noi di quota 96 speriamo ancora nell ‘approvazione del decreto D’Alia il 23 agosto !

  2. Marcello Palattella dice

    Se non ci fosse da piangere mi verrebbe da ridere. Ma come, 3500, 6000, o 9000, non si capisce ancora quanti siamo, lavoratori della scuola, trattenuti forzatamente in servizio per un errore della riforma Fornero cercano invano, da 18 mesi, di far valere i propri diritti persino in tribunale, ma ricevono solo calci nel sedere dal governo, ed ora il governo ha un piano per mandare a casa 200000 lavoratori pubblici alla condizioni richieste dai cosiddetti quota 96. Cari governanti, curatevi perche’ non state bene con la testa.

    • @Marcello Palatella e patri1952
      sarebbero giuste le vostre considerazioni se davvero si trattasse di prepensionamenti con normativa previgente alla Fornero. Ma la questione è diversa. Nonostante le imprecisioni (ma la materia previdenziale è complessa, lo sappiamo), il presunto piano prevede che “i dipendenti pubblici che hanno almeno 57 anni potranno andare in pensione se lo desiderano,
      secondo le norme precedenti alla riforma Fornero, godendo dell’anzianità contributiva senza le penalizzazioni del caso.”
      In pratica si tratterebbe dell’estensione agli uomini della cosidetta “opzione donna”, che basandosi sull’anzianità contributiva (ripeto, contributiva) ha determinato forti penalizzazioni (in alcuni casi anche il 30%) sull’assegno mensile.
      Si tratta, quindi, di una situazione diversa da quella che da tempo stiamo perseguendo.
      Comunque anche a me monta la rabbia e la frustrazione, soprattutto se penso ai 24500 dipendenti pubblici prepensionati (quelli sì, con la previgente normativa) con la Spending Review nel luglio scorso, mentre noi non ottenemmo che la blanda norma sui soprannumerari: la giustificazione fu che il pensionamento dei primi sarebbe avvenuto senza costi aggiuntivi per lo Stato perchè si trattava di lavoratori della PA in esubero e quindi che non sarebbero stati rimpiazzati. La scuola fu così punita per l’ennesima volta. Appunto, rabbia e frustrazione

  3. patri52 dice

    e gli sfigati della scuola dell’ultimo quadrimestre del 52 con 42 anni…al lavoro…ma ci sono o ci fanno?

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