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"Se una donna su tre è vittima di violenze", di Michela Marzano

Non sono in tanti a saperlo o a ricordarselo. Ma il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. È stata l´Assemblea Generale dell´Onu a istituirla nel 1999, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ong ad organizzare ogni anno incontri ed eventi per sensibilizzare l´opinione pubblica nei confronti di questo dramma.Perché è assurdo che, ancora oggi, tante donne siano il capro espiatorio dell´aggressività maschile. E che in molti non ci facciano nemmeno più caso, come se si trattasse di un problema minore, che concerne solo alcuni Paesi, determinati ambienti sociali, poche persone insomma. E invece no! Nonostante i progressi nel campo dell´uguaglianza di diritti dei due sessi, il rapporto che gli uomini intrattengono con il mondo femminile resta estremamente complesso. E la violenza che subiscono le donne continua ad essere uno dei più grandi flagelli contemporanei. Secondo il Consiglio d´Europa, sono proprio le violenze fisiche, sessuali e psicologiche che subiscono le donne una delle cause principali della mortalità femminile negli Stati membri. In Italia, secondo gli ultimi dati dell´Istat, una donna su tre è stata vittima della violenza di un uomo, almeno una volta nella propria vita. Chi sono allora questi uomini violenti? Perché non si riesce ancora a far prendere coscienza a molte persone della gravità del problema?
Grazie a numerosi studi sociologici, oggi sappiamo che “l´uomo violento” non è più solo un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un contesto sociale povero e incolto. L´uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Non conta il lavoro che si fa o la posizione sociale che si occupa, ma l´incapacità ad accettare l´alterità e l´autonomia femminile. Si tratta per lo più di uomini che diventano violenti per paura di perdere il controllo e il potere sulla donna. E che percepiscono il proprio atteggiamento come “normale”: fa parte del copione della virilità cui in genere aderiscono profondamente. Anche se la maggior parte delle volte sono uomini insicuri e che hanno poca fiducia in loro stessi. Uomini che, invece di cercare di capire cosa esattamente non funzioni nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Talvolta fino al punto di trasformare la vita delle donne che li circondano – mogli, madri, sorelle o figlie – in un incubo. Come racconta la filosofa americana Susan Brison in un bellissimo libro autobiografico, la violenza che una donna subisce dall´uomo distrugge l´essere stesso di chi le subisce, perché elimina ogni valore, distrugge ogni riferimento logico. È proprio questo il messaggio del 25 novembre: far capire che è estremamente difficile, per una donna che subisce violenze e umiliazioni, parlare di ciò che ha vissuto o continua a vivere. Le parole mancano, si balbetta, non si riesce a spiegare esattamente ciò che è successo. Ci vogliono anni per poter riuscire ad integrare questi “pezzi di vita” all´interno di un racconto coerente. Soprattutto quando l´autore è il padre o il marito. Per poterlo fare, c´è bisogno che qualcuno ascolti veramente, senza pregiudizi e senza diffidenza, anche quando i ricordi paiono incongrui e l´atteggiamento nei confronti dei carnefici sembra ambivalente. Certo, non si potrà mai definitivamente eliminare l´ambiguità profonda che ogni essere umano si porta dentro. Nessuno di noi è immune dall´odio, dall´invidia, dalla volontà di dominio. Ma il carisma e l´autorità non hanno mai bisogno di utilizzare la prevaricazione e la violenza. Al contrario. La vera autorità è sempre calma, senza per questo essere debole.

La Repubblica 25.11.11

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“Donne uccise e umiliate. Una giornata di lotta per dire no alla violenza”, di Mariagrazia Gerina

Picchiate, spinte, tirate per i capelli, prese a calci, a morsi, a pugni, violentate, molestate. Non c’è verbo che le donne non debbano usare quotidianamente per raccontare le mille violenze subite. Quando trovano la forza di denunciare. Quando ce la fanno a reagire, prima che sia troppo tardi. Uccise. L’ultimo verbo. Va coniugato novantadue volte accanto al nome di altrettante donne, per calcolare quante, dall’inizio dell’anno sono state ammazzate nei primi mesi del 2011.
Un numero in tragico aumento: a settembre, i femminicidi erano il 6% in più rispetto all’anno precedente. Un anticipo di bilancio pessimo per il 2011. E già il 2010 si era chiuso con 8 femminicidi in più del 2009. Cifre e fatti che nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne impongono oltre alla memoria un pesante atto d’accusa. In Italia, le donne violentate sono più di quante soffrono di tumore o patiscono infortuni stradali. Nel 2006, l’ultima indagine commissionata all’Istat dal Ministero delle Pari Opportunità durante il governo Prodi, ne contava quasi 7 milioni. Donne che, a domanda avevano risposto di aver subito violenza fisica e sessuale. Dai loro uomini, per lo più. Il 69,7% di loro ha raccontato di essere stata stuprata dal proprio partner.
Cos’altro serviva per mettere mano a un piano nazionale? Solo
che poi arrivò il governo Berlusconi. E gli stanziamenti, parziali, 10 milioni dei 20 milioni previsti, per finanziare il nuovo piano nazionale, approvato solo nel 2011, il ministro Mara Carfagna li ha controfirmati, sabato 12 novembre, mentre
faceva gli scatoloni. Da dove ripartire adesso se non da lì? «Molti centri antiviolenza rischiano oggi la chiusura forzata, a
causa dei tagli imposti agli enti locali», avverte la responsabile delle politiche di genere della Cgil, Rosanna Rosi. «Le donne che subiscono violenza, spesso invisibili e sole, sono state lasciate ancora più sole dai provvedimenti del governo Berlusconi». Una denuncia che ha davvero molto poco di retorico. Perché quei centri, in questi anni, per le donne sono stati l’unico vero baluardo contro la violenza. E reintegrare i fondi «sottratti indebitamente mai centri antiviolenza», è anche uno dei primi punti su cui l’associazione
Zeroviolenzadonne chiama in causa il nuovo esecutivo.
«Perché il 25 novembre non sia solo una ricorrenza», recita l’appello che dal sito di Zeroviolenzadonne
Lea Melandri lancia alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza. Nonsi può– scrive Lea Melandri – confinare la violenza contro le donne, «dagli omicidi domestici agli stupri e maltrattamenti», nello spazio della cronaca nera, «come se non riguardasse le disuguaglianze di potere e la cultura che ha segnato per secoli il rapporto tra i sessi». «È necessario sollecitare una parola pubblica», scrive la filosofa, ovvero «l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, che non sia solo un intervento legislativo adeguato
alla gravità del fenomeno ma un programmadi educazione dei sentimenti che parta dai primi livelli di scuola contro gli stereotipi di genere, il reintegro dei fondi sottratti indebitamente ai centri antiviolenza, alla promozione di azioni positive per l’uguaglianza di genere in tutti i campi del vivere».Un vero e proprio programma di governo. Se il nuovo
esecutivo vorrà raccoglierlo, considerando che ciò che le donne subiscono non riguarda solo loro, ma il futuro del Paese, che cammina sulle loro gambe e su quelle dei loro figli. Dall’indagine Istat condotta nel 2006 risulta che quasi settecentomila donne, vittime dei loro partner, avevano già avuto figli al momento della violenza. E nel 62,4% dei casi i
figli hanno assistito a uno o più episodi e in questo modo vittime anche loro. Una nuova ricerca europea, Dafne III, presentata ieri a Roma Tre, spiega quale sia il “danno indiretto” provocato su quei bambini che hanno assistito alla violenza contro le loro madri. Più aggressivi e disattenti, hanno un’alta considerazione di sé ma non raccontano agli adulti i loro problemi e non chiedono aiuto nelle difficoltà.
A scuola, i bambini che sono stati spettatori di violenza domestica sono meno bravi e hanno un senso del fallimento più forte degli altri. E – spiega Sandra Chistolini, responsabile
del progetto Dafne III per l’ateneo romano – sono dei “potenziali bulli”. Da grandi «potrebbero anche essere violenti con le loro madri». Come Lea Melandri, anche la responsabile di questa indagine indica la scuola, se fornita di strumenti per aiutare i bambini a confrontarsi con il disagio,come la vera frontiera contro la violenza sulle donne. L’altra frontiera era stata individuata fin dagli anni del governo Prodi dall’allora ministro delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini. Sono gli
uomini che maltrattano le donne. A loro è dedicato il primo centro antiviolenza che aprirà oggi i battenti a Modena, dove, solo nell’ultimo anno sono cinque le donne morte ammazzate, in attesa di un sussulto che smuova l’intero paese.

L’Unità 25.11.11

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Violenza, le donne denunciano solo quando sono coinvolti i figli
Ricerca europea ‘Daphne III’. In tutti i casi le madri sopportano per difendere la famiglia. Le conseguenze sui bambini: aggressività, fughe da casa. La pedagogista: “Anche alla scuola il compito di educare alla nonviolenza” Nel 2010 è stata avviata la ricerca europea ‘Daphne III’ che analizza il danno indiretto nello sviluppo psico-fisico dei minori che assistono alle violenze perpetrate nei confronti delle madri. Dai risultati, presentati ufficialmente oggi a Roma alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, emerge un dato fondamentale che merita di essere segnalato innanzitutto: nel 100% dei casi la donna-madre sopporta la violenza per i figli e per difendere l’unità del modello patriarcale di famiglia. Prevale l’occultamento della violenza per ragioni socio-culturali. Solo quando la violenza arriva ai figli la madre rompe l’omertà e esce allo scoperto. Il percorso di denuncia, separazione, divorzio in quel momento diviene obbligato. Dalla donna che parla emerge il danno indiretto sul figlio. La donna è divisa tra la richiesta di aiuto ai servizi socio-educativi e la speranza che i figli potranno dimenticare. Tuttavia – avverte il rapporto – il danno recato all’infanzia nell’arco dei primi 15 anni di vita è tale da indurre i figli a negare il desiderio di formare una famiglia e di avere una relazione di coppia per paura di ripetere il comportamento di cui sono stati testimoni.

La ricerca, coordinata dall’università di Cipro con partner l’università Roma Tre (Italia) e quelle di Oradea (Romania), di Presov (Slovacchia), ha preso in esame donne dai 16 ai 60 anni che hanno subito violenza. L’80% del campione italiano risulta essere coniugato e convivente, il 74% presenta denuncia e circa il 79% ha un referto del Pronto Soccorso o più referti medici. Il grado di consapevolezza del danno recato al figlio dipende da variabili come età, classe sociale, reddito, livello di istruzione, provenienza geografica, informazione e vicinanza del Centro antiviolenza. Le donne separate con affidamento condiviso vivono uno stato di paura costante per il figlio tenuto dal padre. Sempre per quanto riguarda il campione italiano, l’86,7% delle donne è di Roma il 13,3% è di fuori Roma. Hanno nel complesso 54 figli di cui il 59% è rappresentato dai maschi e il 41% è dalle femmine. L’età dei figli che hanno assistito alla violenza varia da 0 anni ad oltre 29 anni con una maggiore concentrazione del 48% entro gli 11 anni di età, il 30% ha 12-18 anni e il 22% ha un’età da 19 anni e oltre. La sola fascia di età di 10-11 anni rappresenta l’11% dei casi. Alcune donne parlano di violenza contro il feto durante la gravidanza con tentativi di interruzione della gravidanza.

Aggressività e pre-bullismo. “Si può dire che l’aggressività è una esperienza costante nel bambino che ha assistito alla violenza”, dicono i curatori della ricerca dell’università di Roma Tre. Alcuni bambini sono aggressivi a casa e a scuola, altri solo a casa, altri solo a scuola. In alcuni casi i bambini sono aggressivi verso se stessi e attaccano il proprio corpo con tagli e morsi e anche con tentativi di fuga e suicidi. Altre volte sono aggressivi verso gli altri bambini (morsi, spinte, prepotenze), verso la madre, verso il padre, verso ambedue i genitori. La non aggressività è parallela e unita in alcuni casi a mutismo e indifferenza del bambino. Vi è un periodo di latenza dell’aggressività nel senso che il bambino, soprattutto se maschio, può riprodurla lanciando ad esempio oggetti contro la madre. Il fenomeno di pre-bullismo si manifesta in bambini dell’asilo che aggrediscono i più piccoli e indifesi e imitano i più grandi e forti, fanno i protagonisti e si compiacciono di essere amati e baciati. Il fenomeno del bullismo si registra intorno ai 10 anni anche con accerchiamento dai compagni, con prepotenze e frasi denigratorie.

Abusi sessuali. L’abuso sessuale rilevato dall’indagine riguarda soprattutto le femmine in età compresa tra 0 e 17 anni. Le ragazze abusate possono considerare l’abuso dell’uomo un comportamento normale espressione di amore e cura. Quasi tutte le donne dicono di non essersi fermate a pensare quanto l’incidente di violenza abbia influito sul comportamento del figlio e della figlia, per una sorta di rimozione, e tendono a collegare l’eventuale aggressività del minore alla situazione generale di stress vissuta in casa. La prova della consapevolezza del danno sul figlio è data dalla fuga da casa.

Educare al rispetto tra i generi. La ricerca europea Daphne III nella sezione italiana invita alla sensibilizzazione sul tema e alla formazione degli insegnanti di ogni ordine e grado. Serve una vera e propria educazione alla nonviolenza. “Per la scuola dell’infanzia, elementare e di primo grado – dice Sandra Chistolini responsabile scientifico dell’indagine e docente di Pedagogia generale e sociale all’Università Roma Tre – c’è urgenza di attivare forme di sensibilizzazione per far comprendere ai docenti il fenomeno e aiutare i minori con una robusta educazione alla nonviolenza, in grado di contrastare i messaggi ricevuti sul fronte opposto e costruire una barriera di prevenzione e resistenza al danno e al bullismo”. Nella scuola secondaria si possono affrontare questi temi con “documenti scientifici e anche di carattere narrativo”, utili per dare un nome alla violenza, saperla riconoscere e sapervi reagire con modalità costruttive. “Educare al rifiuto della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti indirizza alla scelta di via alternative alla riproduzione del trauma”.

Dalla ricerca Daphne III si evince che “a livello comparativo l’Italia emerge come il Paese nel quale il senso di identificazione con il modello materno è particolarmente rilevante”. Per quanto riguarda la variabile di genere, nel gruppo di bambini esposti alla violenza, sono state rilevate differenze significative tra i bambini e le bambine circa l’immagine di sé. I bambini tendono ad avere una percezione di sé superiore a quella maturata dalle bambine, spiegano i curatori. . Il dato dell’Italia incide sulla valutazione comparativa generale soprattutto per le prestazioni scolastiche delle bambine: i risultati scolastici se sono eccellenti per le bambine scelte a caso, arrivano al massimo ad essere buoni nelle bambine esposte a violenza (Redattore Sociale)

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