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“Il Partito Democratico al tempo della crisi”, di Laura Pennacchi

A fronte della gravissima recessione mondiale e del girone infernale di tracolli finanziari, crolli azionari, salvataggi pubblici di banche e assicurazioni, la forza del messaggio trasformatore di Obama sta nella proposizione, con chiari contenuti identitari, di un modello socio-economico alternativo a quello deflagrato con la crisi internazionale in atto. Le questioni di identità, dunque, rimangono cruciali, a dispetto della facile credenza che vuole che partiti postideologici siano anche partiti postidentitari.
Ciò vale anche per il Pd, per il quale lo slancio con cui il suo nuovo segretario, Franceschini, si è gettato su questioni identitarie la Costituzione, la laicità, l’immigrazione, il valore del lavoro lasciano sperare che problematiche culturali cruciali, ma fin qui rimosse, possano ora finalmente essere poste con il necessario vigore. Infatti, il profilo programmatico del Pd appare ancora insufficientemente definito, al punto che alcuni si spingono a proporre uno “scambio” ammortizzatori sociali/pensioni, mentre occorrerebbe con orgoglio rivendicare al centrosinistra l’aver difeso la superiorità del modello sociale europeo e con essa i sistemi previdenziali pubblici a ripartizione contro le tendenze neoliberiste alla capitalizzazione (che oggi lasciano con tutele pensionistiche decurtate i lavoratori indotti ad affidarsi agli investimenti azionari).
Ma il profilo programmatico è controverso anche perché è ancora insufficientemente definito il nostro profilo identitario, a partire dal “dove” e su “cosa” collocare il decisivo discrimine destra/sinistra, discrimine di cui troppi cattivi maestri si sono affrettati a decretare la scomparsa. Tanto più per dare risposte all’altezza delle sfide poste dalla crisi più grave dopo quella del ’29, e non rimanere schiacciati tra lo statalismo autoritario e probusiness di Tremonti e il neoliberismo di risulta dei cattivi maestri, è necessario un duro lavoro culturale di elaborazione, discussione, costruzione di una piattaforma idelogico-valoriale volta a dare un collante identitario al Pd.
Non dobbiamo avere paura della parola ideologia se con essa ci riferiamo a una weltaschaung e non a un “falsa coscienza”, né della parola identità se con essa intendiamo non un monolitismo tradizionale ma una “pluralità” di ispirazioni e di idee ricondotte a sintesi, ponte tra passato e futuro. Con un simile “sistema di idee” saremmo aiutati a riconoscere le “scorciatoie” semplicistiche per quello che sono: la contrapposizione stato/mercato (e non un nuovo intervento pubblico per il “bene comune”), la polemica sui “fannulloni” (nell’indifferenza per il funzionamento reale delle organizzazioni pubbliche), la esaltazione dell’impresa italiana così com’è (sottodimensionata, poco innovativa, famigliare), il fagocitamento dell’idea di equità (soluzione imparziale dei conflitti anche redistributivi) nell’apologia del decisionismo personalizzato.

L’Unità, 5 marzo 2009

2 Commenti

  1. Angela dice

    Vorrei dare il mio contributo con la proposta di questo articolo di Carlo Galli da Repubblica

    La Grande Crisi sta mostrando che non al mercato ma alla politica spetta il compito di ricondurre a un minimo di ordine, di stabilità e di prevedibilità le dinamiche delle società del XXI secolo. E del ritorno in grande stile della politica con il suo tratto qualificante, il potere abbiamo un esempio nelle decise, massicce, penetranti misure d´intervento volute da Obama.
    In modi diversi, anche la destra al governo in Italia risponde alla nuova esigenza di politica. Alcune iniziative come la questione nucleare, il testamento biologico, la regolamentazione degli scioperi, ma anche il decreto sulla sicurezza e quello sulle intercettazioni, sono riconoscibili e valutabili se si pone mente al loro risultato, che è un aumento esponenziale realizzato, perseguito o annunciato del potere politico concentrato nell´esecutivo.
    La decisione a favore delle centrali nucleari, infatti, scavalca certamente le procedure e le mediazioni parlamentari (oltre che un atto di volontà popolare); ma è ancora più importante sottolineare che l´accesso sistematico al nucleare implicherebbe anche, per sua natura, un rafforzamento del potere politico, per ragioni di sicurezza e di gestione implicite in quella tecnologia, che anche quando è civile ha un effetto “militarizzante” per l´esigenza, ovvia, di predisporre misure antisabotaggio, antiterrorismo, di custodia dei siti, di segretezza operativa. Al di là di ogni altro dibattito economico e ecologico, il nucleare è l´occasione privilegiata perché lo Stato come Stato tecnico, custode delle infrastrutture strategiche tocchi il vertice della propria potenza, nella sua forma piramidale classica: la storia della seconda metà del Novecento mostra che in quest´ambito è massimo l´aumento della asimmetria di potere e di sapere fra Stato e cittadini, fra Stato e società.
    L´alimentazione e l´idratazione forzata previste dai progetti governativi, insieme al divieto di cessazione delle cure mediche se da questa consegue la morte ? sono poi un esempio della sottomissione del singolo, e della sua libertà, al potere politico nella sua forma etica, che gli impone valori salvifici, e nella sua forma biopolitica, che pretende di allevarlo in senso non metaforico. L´acuta ossessione securitaria della destra perenne oggetto di infinite decretazioni e legislazioni rientra a pieno titolo nella classica dimensione “leviatanica” del potere politico, tanto che sia sicurezza imposta dall´alto attraverso le forze dell´ordine quanto che sia “partecipata”, aperta agli equivoci volontariati di base, o di parte. La progettata limitazione degli scioperi in alcuni servizi pubblici fornisce infine la cifra oggi più spendibile politicamente dell´aumento del potere politico a scapito dei diritti di libertà: quell´incremento si giustifica in vista del bene, dell´utile, della comodità dei cittadini. E anche le misure anti-intercettazione, che appaiono “liberali” e non ascrivibili a logiche di rafforzamento del potere statale, hanno la loro legittimazione politica in una resa dei conti con la magistratura e la stampa. Tecnico, etico, biopolitico, securitario, lo Stato è oggi avviato ad assumere una fisionomia autoritaria: ovunque corregge, ordina, interviene e dispone, limita e comanda.
    Che sia proprio un governo espresso da una maggioranza la cui principale forza politica si richiama al liberalismo a realizzare questo incremento del potere dello Stato è paradossale ma spiegabile: l´esigenza di politica è realmente all´ordine del giorno, e, inoltre, questo aumento di potere politico non prende certo, oggi, le forme novecentesche: non, evidentemente, quelle della ferocia totalitaria né quelle soft del consumismo (che in questa fase non è un´opzione praticabile), non quelle della disumanizzazione tecnica della politica (sul modello delle alienanti tecnostrutture di Metropolis) né quelle della “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà” di marcusiana memoria (tolleranza e piacere non sono più di moda).
    Siamo davanti, oggi, a un vero nuovo quadro problematico, dentro al quale sta anche il conflitto d´interessi, ma che va oltre questo. Siamo davanti, cioè, a un nuovo Leviatano, la cui potenza e imponenza non implicano necessariamente efficienza; a un Leviatano per molti versi casuale, ansimante e sbilenco, capace sia di nuocere realmente alle libertà e ai diritti costituzionali attraverso la promozione di discriminazioni, di diseguaglianza, di conflitti, sia di essere inefficace o controproducente rispetto ai fini che si prefigge e che proclama: la sicurezza e il nucleare (con le sue scorie) non stanno facilmente insieme; lo stesso vale per l´ordine pubblico e le ronde, che creeranno più problemi di quanto ne risolveranno; la limitazione delle intercettazioni renderà più difficile indagare su fatti criminali anche gravi così che la “difesa della vita” si rivelerà l´obbligo di restare in vita, imposto a chi non può difendersi dall´etica di Stato; la lotta aspra all´immigrazione clandestina produrrà reazioni sempre più violente, ecc.; mentre i grandi interventi della politica sull´economia non si vedono. A questo cattivo ritorno della politica non basta opporre la difesa formale della costituzione (ovviamente necessaria perché prevede e prescrive appunto i limiti democratici del potere); la lotta per rilanciare la centralità delle libertà, della democrazia, della costituzione, implica l´affermazione e la promozione di autentici contropoteri democratici diffusi nella società: per domare il nuovo Leviatano, zoppicante ma pericoloso, occorrono una libera stampa, un´università combattiva e orgogliosa (come quella francese, che sta rifiutando misure non peggiori di quelle che colpiscono la nostra); oltre che, naturalmente, anche una coerente opposizione.

  2. Ric. Pre. dice

    Apprezzo molto la ventata di novità portata da Franceschini e condivido i contenuti dell’articolo.

    Secondo me il problema del PD è che quelli di destra ci credono, gli elettori di sinistra no.
    Basta parlare in giro, ascoltare gli elettori di destra: vanno a votare con lo stesso entusiasmo, la stessa convinzione e la stessa idea di cambiare l’Italia che avevano i nostri genitori quando 30-40 anni fa correvano nelle sezioni elettorali a votare PCI. L’elettorato di sinistra invece non ci crede, non è motivato: va a votare (chi ci va) solo perché pensa che tutto sommato Berlusconi sia peggio. Ovvio che così viene sempre a mancare quel 10-20% di elettorato progressista che ti consentirebbe quanto meno di stare elettoralmente a ridosso del centrodestra.

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