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“La favola del corvo”, di Massimo Giannini

Ultimo venne il corvo. Alla fine anche Tremonti si è arreso all’uccello del malaugurio che già da settimane, secondo la vulgata governativa, volteggiava tra Confindustria e Bankitalia. Il 2009, dunque, sarà “un anno terribile”. Noi lo sapevamo già. Come lo sapevano migliaia di cassintegrati rimasti senza lavoro, di precari rimasti senza sussidi, di piccole imprese rimaste senza ordinativi. Ora lo riconosce pubblicamente anche il ministro del Tesoro. La paura ha ceduto alla speranza. La resa di Giulio è verosimilmente dolorosa, e colpevolmente tardiva. Ma nessuno se ne può compiacere. Se anche lui ha capitolato, dopo mesi di cadornismo congiunturale, vuol dire che l’Italia è davvero messa male.

Resta da chiedersi il perché, di tanta prolungata “resistenza” di fronte all’inesorabile asprezza della crisi e di tanta ostinata “renitenza” di fronte all’ineludibile principio di realtà. L’ottimismo di facciata imposto da Berlusconi all’intera squadra di governo spiega il rebus solo in parte. Il vero problema di Tremonti è la tenuta dei conti pubblici, e quindi l’affidabilità del marchio Italia sui mercati. Con un Prodotto lordo in picchiata al – 2,6%, il deficit lievita inevitabilmente verso quota 4%. Ma quello che è peggio, è che il debito esplode oltre il tetto del 110%, già pericolosamente stimato dalla Commissione Ue. In due mesi siamo tornati indietro di dodici anni. Formalmente l’Italia non figura tra i “Pigs”: il Portogallo e l’Irlanda stanno peggio per crescita insufficiente, la Grecia per instabilità politica, la Spagna per emorragia occupazionale. Ma sostanzialmente l’Italia può rivelarsi il primo dei “Pigs”: sta peggio di tutti per indebitamento.


Per questo, a dispetto delle indubbie capacità previsive testimoniate dal suo fortunato bestseller pre-elettorale e al prezzo di un’apparente incoscienza dimostrata con il suo modesto pacchetto anti-crisi, Tremonti è stato così prudente e continua ad essere così restio ad aprire i cordoni della borsa. Proprio lui, il seducente modernizzatore della nuova destra politica, è diventato il sedicente conservatore del vecchio rigore contabile. Dice no al sussidio di disoccupazione proposto dal Pd, dice no all’aumento degli stanziamenti per nuovi ammortizzatori sociali, dice no a qualunque intervento sulle pensioni. Congela, ma non riforma. Ricama, ma non innova. Teme di non poterselo permettere. Se una sola posta di bilancio gli sfugge di mano, il Paese può imboccare il tunnel del default.

Tremonti ha due incubi: gli spread, cioè i differenziali di rendimento tra i nostri titoli pubblici e quelli tedeschi, e le aste dei titoli di Stato. Se per effetto di un drastico peggioramento della nostra situazione finanziaria i primi salgono troppo, o le seconde attirano poco, l’Italia rischia la bancarotta. In questi ultimi giorni, dopo una fase di relativa quiete, gli spread sono tornati ad aggirarsi intorno ai 150 punti base. Non è un dramma: ma un po’ di tensione è tornata. La scorsa settimana, all’ultima asta dei Btp, il Tesoro è riuscito a collocare oltre 10 miliardi di titoli, con una domanda del mercato a livelli record. Un segnale confortante: ma legato essenzialmente al buon rendimento offerto. L’equilibrio del mercato è fragilissimo. Basta un niente, e tutto può saltare. Sui “Cds” (le polizze che coprono dall’ipotesi di crack dei singoli Paesi) e sugli “swap” (prodotti assimilati che investono sul rischio-default degli Stati Sovrani) l’Italia resta ai primissimi posti. Nel primo caso siamo a 173 punti base, subito dopo i 350 dell’Irlanda. Nel secondo caso (come riferiamo a pagina 7 del giornale) a 116 punti base, subito dopo i 237 della Grecia e i 221 dell’Irlanda.

Camminare a lungo, sull’orlo di questo precipizio, non è facile per nessuno. Tremonti non può sperare neanche troppo nell’Europa. È in atto un tentativo, che parte da Roma e incrocia altre cancellerie europee, per verificare se si possa attribuire alla Bce la facoltà di trasformarsi in acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico rimasti eventualmente invenduti alle aste indette dagli Stati Sovrani. Ma una prima istruttoria fatta in questi giorni a Francoforte ha già dato esito negativo: occorrerebbe una modifica del Trattato, e questo sbarra la strada a qualunque ipotesi di accordo, visti i dissidi che già caratterizzano il rapporto franco-tedesco su una proposta come quella dell’emissione di un eurobond europeo. Come ha detto in questi giorni lo stesso ministro a un interlocutore autorevole: “Non troviamo un’intesa nemmeno sulle date delle riunioni, figuriamoci se possiamo trovarla su robe del genere…”.
Insomma, l’Italia è senza rete. E come si dice in queste ore nel grattacielo dell’Eurotower, “praticamente non ha margini di manovra”. Deve solo sperare che la crisi, benché così acuta, non sia troppo lunga. Che nel frattempo non crolli qualche banca, magari schiacciata dal macigno delle “zombie banks” dell’Est-Europa. Che il quadro sociale e politico regga, sotto il peso di un’emergenza occupazionale sempre più rovinosa. Tremonti lo sa, ma non può dirlo. Per questo sembra paralizzato, e vive come una minaccia ogni richiesta di “fare di più” contro la crisi. Per questo appare isolato, e vede come il fumo negli occhi Mario Draghi, l’ombra di Banco che incombe suo malgrado su Palazzo Chigi e su Via XX Settembre, nel malaugurato caso di un tracollo dell’economia. Ma per governare la madre di tutte le crisi servono realismo e coraggio. Il primo, finalmente, sembra arrivato. Il secondo, purtroppo, lo stiamo ancora aspettando.

La Repubblica, 6 marzo 2009

1 Commento

  1. Redazione dice

    Piove, ma non per tutti

    Berlusconi intasca 159 mln di euro e dice di no all’assegno per i disoccupati. Franceschini: “Il premier vive in un bunker dorato e non vede cosa succede nel paese”. Bersani: “Berlusconi e Tremonti giocolieri di parole e di cifre”

    Fa progressi il Presidente del Consiglio, è innegabile. Se mesi fa sconvolgeva le platee negando l’esistenza della crisi economica, oggi si ravvede: “La crisi c’è” ammette Berlusconi, ma “i media esagerano”. E si, i media esagerano quando parlano di persone che perdono il proprio posto di lavoro, di imprese che chiudono, di famiglie che non arrivano alla fine del mese. Anche perché la situazione non è così drammatica, non per tutti per lo meno.

    Silvio Berlusconi ricorderà il 2008 come un anno d’oro, letteralmente. All’inizio dell’anno infatti, ha intascato i dividendi del gruppo Fininvest-Mediaset, un assegno da soli 159 milioni, 335 mila, 953 euro e 92 centesimi. Come non essere ottimisti? Soprattutto considerando che si tratta di una cifra che supera di oltre il 50 % i 102 milioni percepiti all’inizio del 2008. Una rarità persino fra gli imprenditori, che nell’anno della crisi hanno tutti accusato il colpo.

    E per un assegno che entra nelle tasche del cavaliere, un altro stenta ad uscirne. Nel corso della conferenza stampa di questa mattina, infatti, Berlusconi ha ribadito il suo no all’assegno per i disoccupati, proposto in questi giorni dal Partito Democratico. Il premier, però, non si è accontentato di un secco diniego, ma ha correlato una originale e fantasiosa motivazione. “Questa misura sarebbe una licenza di licenziare”. È assolutamente ammirevole l’abilità retorica, la innata capacità di trasformare le soluzioni in problemi. E poi viene da chiedersi: ma finora la scusa ufficiale non era che non ci sarebbero fondi sufficienti? Il presidente del Consiglio sta forse dicendo che si potrebbe adottare la misura, ma non si fa per tutelare i lavoratori dalla “licenza di licenziare”?

    Le incertezze del premier non sfuggono al Partito Democratico, che per bocca di Pierluigi Castagnetti fa sapere: “La proposta e’ semplicemente giusta e Berlusconi, nonostante i tentativi di allontanarla, non ci e’ riuscito. Alla fine sarà costretto a cambiare atteggiamento e a lavorare alla nostra proposta. Ha persino mandato il ministro Brunetta in Europa, cercando di sviare il dibattito con una proposta sulle pensioni. Hanno fatto questo tentativo e credo che ne faranno altri. Ma non ci riusciranno. Il problema esiste, e lo dimostra il fatto che la cassa integrazione e’ aumentata del 553 per cento. C’e’ poco da essere ottimisti- conclude- la crisi ha queste proporzioni e il peso della ricaduta delle famiglie e’ una ricaduta terribile”.

    Neanche Rosy Bindi apprezza le parole di Berlusconi e afferma: “Quando sostiene che l’assegno proposto dal Pd per i disoccupati senza cassa integrazione sarebbe un incentivo al licenziamento Berlusconi dimostra di non avere ne’ fiducia ne’ rispetto per il mondo del lavoro, imprenditori compresi. Se fosse vero ciò che afferma come si spiegano, allora, i tanti precari e i tanti dipendenti di piccole imprese che sono già’ stati licenziati o lo saranno nei prossimi mesi? La verità è che il governo non ha il polso della situazione, tant’è che nasconde la realtà dei cassintegrati della Fiat a partire da quelli di Pomigliano, e non sa come intervenire. Ci vorrebbe un po’ pudore. Anche quando si cita Roosevelt. Nelle misure adottate dal governo, anche per le infrastrutture prevale una visione miope dei bisogni reali del paese, e’ difficile pensare al Ponte di Messina come ad una priorità. In tutto questo c’e’ ben poco del New Deal e fin troppo old tremontismo”.

    Per Pierluigi Bersani “Berlusconi e Tremonti si confermano giocolieri di parole e di cifre. Riescono a battezzare ‘Fondo strategico per l’economia reale e le imprese’ quella che in realta’ e’ la sospensione di tutti i programmi dei ministeri per l’impresa, da Industria 2015 fino alle bonifiche; riescono a raccontare ancora una volta la favola dei miliardi che si impegnano immediatamente in infrastrutture mentre i fondi sono senza cassa fino al 2010; riescono a raccontare che non sono i licenziamenti a suggerire l’assegno di disoccupazione ma che e’ l’assegno di disoccupazione a suggerire i licenziamenti. Riescono anche a perdere tempo in polemiche politiche e in attacchi all’opposizione e alla stampa mentre in tutto il Paese si sta diffondendo la paura per quello che avviene”.

    Interviene anche Tiziano Treu: “Le affermazioni di Berlusconi sono un’offesa per le centinaia di migliaia di disoccupati che sono senza reddito o che sono in procinto di rimanerne senza. Spetta a tutti attivarsi affinché queste persone restino il meno possibile in questa posizione e siano aiutate a trovare una sistemazione regolare. Ricordiamo inoltre al presidente del Consiglio che la lotta al lavoro nero come all’evasione fiscale e’ un dovere, un dovere a cui richiamiamo il governo e le amministrazioni pubbliche competenti”.

    Conclude il segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini: “Evidentemente Berlusconi, chiuso nel suo
    bunker dorato, non vede piu’ quello che succede nel paese, tra la gente normale. Come si fa a dire che la crisi non e’
    drammatica? Lo sa il presidente del Consiglio che la
    cassa integrazione in febbraio e’ cresciuta del 554 per cento sull’anno scorso? Lo sa che ogni settimana migliaia di persone perdono il lavoro, centinaia di negozi chiudono? Lo sa che sono sempre di piu’ le famiglie che non hanno i soldi per pagare le bollette, per fare la spesa? Intendiamoci, l’Italia puo’ farcela: per questo noi abbiamo presentato proposte concrete sulla disoccupazione, sulla sicurezza, per aiutare le persone in difficolta’. Berlusconi, invece, continua soltanto a rispondere di no”.

    http://www.ilpartitodemocratico.it

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