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“Ritorno al futuro”, di Michele Ainis

La giustizia risponde in tempi biblici. Tanto più rispetto al ritmo nevrotico e febbrile che segue la politica, e perciò l’agenda parlamentare.

Ma può succedere che questi due tempi si ricongiungano, s’incrocino entrambi nel presente. Può succedere che nel 2009 una sentenza costituzionale bocci una legge del 2004, varata da un altro governo Berlusconi, due legislature fa. E può succedere che questa medesima sentenza sbatta come un pugno sul tavolo nelle decisioni che il Parlamento s’appresta a formulare. Perché ieri sera la Consulta ha azzoppato la legge sulla fecondazione assistita, ma in qualche modo pure la legge sul testamento biologico fin qui approvata dal Senato. E perché, sempre ieri, i giudici costituzionali hanno restituito qualche grammo di libertà alle donne, ma in prospettiva a tutti gli italiani. Per coniugare queste due vicende, c’è bisogno innanzitutto di descrivere la doppia censura d’incostituzionalità sulla quale si è abbattuta la mannaia della Consulta. In primo luogo, cade la norma che impediva di creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario «ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre». Una norma crudele, perché il divieto d’impiantare più di tre ovociti per ciclo, e insieme l’obbligo di trasferire tutti gli embrioni ottenuti con l’inseminazione, costringevano ogni donna a ripetere ad oltranza la stimolazione ormonale, esponendosi al rischio di contrarre malattie incurabili; e la costringevano inoltre ad accettare che l’embrione malato attecchisse nel suo corpo, semmai decidendo successivamente di abortire, e sottoponendosi pertanto a una doppia sofferenza. Come scrisse a suo tempo Michela Manetti, c’è in questa legge, in questo specifico passaggio normativo, una visione punitiva nei confronti della donna. E la punizione disposta dalla legge non si attaglia tanto all’illecito, quanto piuttosto al sacrilegio; non alla violazione di norme giuridiche, ma alla disobbedienza verso le leggi di natura. Ma c’è (c’era) anche un oltraggio nei confronti della scienza medica, dell’autonomia che spetta al medico. Questo perché il limite di tre embrioni da impiantare risulta in alcune circostanze troppo alto (determinando il pericolo di gravidanze plurigemellari), in altre troppo scarso. E perché inoltre il divieto di crioconservazione degli embrioni aumenta la necessità di ripetere la stimolazione ormonale, che tuttavia non si può ripetere vita natural durante senza mettere in pericolo la salute della donna. Insomma con quella norma l’eventualità che la terapia si concludesse con successo era un azzardo, una puntata ai dadi; non a caso vi si è subito innescato il fenomeno del turismo procreativo.

Ma adesso la Consulta ripristina la dignità dei medici, e insieme quella delle donne. È questo, dopotutto, anche il filo conduttore della seconda dichiarazione d’incostituzionalità (tecnicamente un’«additiva»), dove entra in gioco la norma che imponeva l’immediato trasferimento degli embrioni non impiantati al momento della fecondazione per causa di forza maggiore. No, ha detto ieri la Consulta: pure in quest’ipotesi il trasferimento va effettuato senza pregiudicare la salute della donna. E chi, se non il medico, ha in tasca gli strumenti per assumere tale decisione?

Poi, certo, leggeremo le motivazioni, quando la Corte le avrà depositate. Però intanto la doppia incostituzionalità della Legge 40 ci impartisce fin da adesso una doppia lezione, e soprattutto la impartisce ai nostri legislatori. In primo luogo, nessuna legge può trasformare i medici in altrettanti megafoni di un’ideologia politica, né tanto meno religiosa. In secondo luogo, nessun valore può farsi tiranno sugli altri valori che attraversano la nostra esistenza pubblica e privata. I valori vanno piuttosto compensati, bilanciati. È il caso della tutela dell’embrione rispetto alla salute della donna. Ma è anche il caso della libertà di decidere la morte, rispetto alla tutela della vita. Se il Parlamento se ne rammenterà, prima di licenziare quest’altra legge sul testamento biologico, potrà quantomeno risparmiare alla Consulta la prossima fatica.

La Stampa, 2 aprile 2009
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4 Commenti

  1. la redazione dice

    Pubblichiamo la trascrizione di un interessante dibattito che si è svolto oggi all’Unità

    «Ora finalmente si potranno congelare gli embrioni»
    di Maria Zegarelli

    Siamo pronti, non appena la sentenza della Consulta, verrà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, fra qualche settimana, a rispolverare i nostri laboratori per la diagnosi pre impianto», annuncia Antonino Guglielmino, ginecologo. L’avvocato Sebastiano Papandrea: «Stiamo valutando anche la possibilità di ricorrere in tribunale per il riconoscimento del danno esistenziale relativo al non rispetto di diritti inviolabili subìto dalle coppie costrette ad andare all’estero o a rinunciare alla possibilità di avere un figlio». Due ore di intenso dibattito ieri a «l’Unità» con gli avvocati del collegio nazionale che ha difeso le coppie che hanno presentato ricorso contro la legge 40, alcuni dei pazienti del centro Hera Onlus di Catania, che hanno dovuto affrontare i «viaggi della speranza» all’estero, il presidente dell’associazione «Sos infertilità» e il medico che ha assistito le coppie con problemi genetici.

    Il pronunciamento della Corte Costituzionale mette in discussione l’impianto della legge 40?

    Avvocato Maria Paola Costantini:
    «È vero che alcune norme rimangono, come l’articolo 1 dove si tutelano tutte le parti coinvolte, la donna e l’embrione. Ma la sentenza è chiara nel momento in cui i giudici scrivono: «Non ci sia pregiudizio della salute della donna». Questo vuol dire che si è operato quel bilanciamento che noi chiedevamo tra la salute della persona in vita, ora portato in primo piano, e la tutela di una potenziale vita. La Corte riafferma anche quel principio contenuto nella legge 194 secondo il quale non si può mai prescindere dalla tutela della salute della donna: è già questo un cambiamento enorme. Indietro non si potrà più tornare, come invece qualcuno sperava».

    Avvocato Sebastiano Papandrea:
    «L’articolo 1 della legge 40 trova un limite in quanto stabilito dalla Corte: si può procedere alla crioconservazione degli embrioni se questo vuol dire tutelare la paziente. La Consulta sembra aver accolto le soluzioni indicate dal giudice di Firenze, il dottor Delle Vergini, che nel suo ricorso ha prospettato l’eccezione alla regola. Questo sarà il faro che dovrà guidare i centri medici e le linee guida ministeriali che non potranno prescindere dal dispositivo della Corte».

    Come cambia il rapporto medico-pazienti?
    Antonino Guglielmino: «Si ristabilisce un principio fondamentale: il medico deve valutare la miglior cura per ogni paziente e non applicare lo stesso trattamento a chiunque si rivolge ai centri di Pam. Il legislatore quando ha scritto la legge 40 ha steso un manifesto ideologico perché non ha mai tentato di regolamentare la fecondazione assistita in Italia: non ci sono standard fissati per i centri di riproduzione; è stata equiparata la donna all’embrione e da qui, a cascata, sono derivate le altre norme, dal divieto di diagnosi pre-impianto al limite all’uso di tecniche tradizionali praticate nel resto del mondo».

    Si ristabilisce l’alleanza terapeutica medico-paziente?
    Guglielmino: «Da oggi, finalmente, si potrà valutare caso per caso, in base all’età della donna e alla sua condizione clinica, quanti ovociti produrre, fecondare e quanti impiantarne. I motivi che hanno spinto oltre 10mila coppie ad andare all’estero sono legati a questo aspetto: evitare di sottoporsi a ripetuti trattamenti medici e avere maggiori possibilità di successo nell’impianto embrionale, potendo fare una diagnosi preimpianto per evitare che nascano bambini con gravi malattie genetiche».

    Quali sono state le conseguenze dei limiti imposti dalla legge 40?
    Guglielmino: «Ne racconto una: una coppia siciliana ha avuto una bambina malata di talassemia perché dopo una fecondazione assistita senza diagnosi pre-impianto non se l’è sentita di fare un aborto terapeutico. La bambina sta molto male, la coppia ha presentato un ricorso nella speranza di una modifica della legge per poter accedere ad una seconda fecondazione, con diagnosi, nella speranza di avere un figlio sano e, attraverso un trapianto di midollo, far guarire la figlia maggiore». Inoltre con i progressi scientifici di questi ultimi anni oggi siamo in grado di garantire dei sistemi di congelamento delle cellule di altissimo livello che hanno alzato la percentuale di successo delle Pam».

    03 aprile 2009

  2. La redazione dice

    “Fini femminista: la Consulta rende giustizia alle donne”, di Susanna Turco
    Il presidente della Camera plaude alla Consulta: «Quando una legge si basa su dogmi, è sempre suscettibile di censure di costituzionalità». Miete consensi (e dissensi) trasversali e aggrega l’area laica del Pdl

    Il paradosso dei fini vuole che proprio mentre le agenzie diffondono il suo plauso alla sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40, nel cortile di Montecitorio il presidente della Camera si intrattenga a chiacchierare, lupus in fabula, proprio con il vicedirettore dell’Osservatore Romano Carlo Di Cicco. Un incontro del tutto casuale, che però non viene disturbato da quelle parole. Sul tema, del resto, Gianfranco Fini ha espresso chiaramente i suoi dissensi sin dai tempi del referendum del 2005. E allora, a Cesare ciò che è di Cesare eccetera. Quelle stesse parole fanno invece imbizzarrire mezzo Parlamento. Mietono consensi, ma anche dissensi, trasversali. E mostrano, sul fronte del Pdl, quanto la linea assunta dall’ex leader di An sia in grado di aggregare un’area laica finora assai meno visibile.

    Giustizia alle donne
    Sono le quattro del pomeriggio quando la terza carica dello Stato, fino a quel momento defilata, decide di rendere pubblica la sua posizione. Lo fa senza mezzi termini: «La sentenza della Consulta rende giustizia alle donne italiane», dice Fini. E, in attesa di conoscere le motivazioni della Corte, aggiunge: «Mi sembra fin d’ora evidente che quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è sempre suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre istituzioni».

    Fini di ieri, Fini di oggi
    Così, in un colpo solo, il Gianfranco di oggi stringe la mano a quello di ieri: e insieme, dando un ulteriore spallata agli ex colonnelli di An, guardano al domani. Già, perché è chiaro che l’orizzonte sul quale si misura il giudizio sulla Consulta non è soltanto quello della fecondazione assistita, che i più nella maggioranza dichiarano di non voler cambiare, ma anche quello del biotestamento, in procinto di iniziare il suo percorso a Montecitorio. Solo qualche giorno fa, al congresso del Pdl, il leader del Pdl aveva criticato proprio il pdl Calabrò , definendolo «da Stato etico». Un posizionamento destinato a incrociarsi politicamente con quanti nel Pdl non vedono di buon occhio il monolite uscito Palazzo Madama. E non sono pochi, a partire da Benedetto Della Vedova e Peppino Calderisi fino a Fiamma Nirenstein e Beatrice Lorenzin, passando per socialisti come Chiara Moroni, ex aennini come Raisi e Urso.

    Plausi e dissensi
    In ogni caso, Fini si tira addosso plausi e dissensi vigorosi e spesso sorprendenti. «Condivide assolutamente» le sue parole Anna Finocchiaro, augurandosi «un po’ di buon senso sul biotestamento». La Mussolini corre a baciarselo. Volontè lo accusa di «cercare visibilità nel ruolo di ventriloquo dei radicali». La Roccella ritiene che sia «vittima di una campagna di disinformazione» e intanto assicura che lavorerà sulle linee guida. Paola Binetti spera «che il biotestamento non ne risulti rallentato» e trova sacrosanto quel che vuol fare la Roccella. La Turco si augura una «riapertura del dibattito». Rotondi parla di divisione tra « i clericali e i cattolici democratici, che stanno con Fini». Notevole l’atteggiamento di Pier Ferdinando Casini. Richiesto di un commento a caldo, il leader Udc dice di non sapere cosa abbia dichiarato Fini ma di essere «d’accordo a prescindere». «Non ti conviene», lo avverte l’altro. E in effetti, poco dopo, proprio Casini si intesta una delle risposte più dure all’ex alleato di un tempo: «La laicità non si difende con slogan contro lo Stato etico, che in Italia ha avuto la sua unica applicazione durante il fascismo».

    L’Unità, 3 aprile 2009

  3. La Redazione dice

    Questo è invece la storia di chi ha deciso di fare ricorso contro la legge 40:

    «Così è nata la strategia del ricorso», di Luca Landò
    Tutto è cominciato da una coppia di Catania che si è vista negare le cure. Il loro avvocato spiega le tappe della lunga battaglia legale

    Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge: lo sanno i bambini, lo dice la Costituzione. Peccato che la legge 40 dicesse un’altra cosa: che non tutti potevano ricorrere alle tecniche di fecondazione artificiale».
    Parla al passato Marilisa D’Amico, l’avvocato che assieme ad altri quattro colleghi ha innnescato quel ricorso che ieri è stato accettato dalla Corte Costituzionale.
    «Sì, parlo al passato perché la legge è stata di fatto riscritta dal giudice costituzionale, anche se ovviamente bisognerà aspettare il giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Ma la cosa importante è che l’aspetto più rigido sia stato eliminato».

    Quello dei tre embrioni?
    «Certo, perché in questo modo cade quella odiosa barriera che metteva da una parte chi poteva accedere alla tecniche di fecondazione assistita e dall’altra quelli che ne erano esclusi».

    Si spieghi meglio.
    «È semplice, basta prendere il caso della coppia di catania che abbiamo assistito e da cui è nato tutto il caso. Si tratta di una coppia che per motivi medici, di sterilità e di rischi di trasmissione di m,alattie genetiche, aveva bisogno di una procedura particolare: produrre più embrioni, analizzare con diagnosi preimpianto quelli privi di rischi genetici – tecnica vietata da questa legge ma autorizzata da una sentenza di Cagliari per casi come questi – impiantare quelli che il medico riteneva opportuni e conservare gli altri nel caso, probabile, di fallimento del primo intervento. Il punto è che la legge 40, all’articolo 14, dice espressamente che è vietata la crioconservazione degli embrioni e che quelli prodotti vanno tutti impiantati nel numero massimo di tre. La clinica a cui si erano rivolti, la Demetra di Firenze, disse giustamente che l’intervento che sarebbe loro servito per avere un figlio era possibile da un punto di vista medico ma impossile da quello legale, perché vietato espressamente dalla legge 40. Un’assurdità, non le pare?».

    E che hanno fatto?
    «Sono venuti da noi e noi siamo andati dal giudice del Tribunale di Firenze. Prima però abbiamo formato un collegio di cinque avvocati (io e i colleghi Massimo Clara, Ileana Alesso, Sebastiano Papandrea e Maria Paola Costantini) e abbiamo studiato una strategia dettagliata. Perché era chiaro, a quel punto, che il nostro obbiettivo era la Corte Costituzionale».

    E qual era questa strategia?
    «In prima istanza abbiamo chiesto al giudice di autorizzare la clinica ad eseguire la miglior cura possibile. Poichè questo era impossibile, perché la legge 40 era molto chiara su questi punti, abbiamo chiesto al giudice, in subordine, che il caso venisse portato alla Corte Costituzionale perché era a quel punto evidente che c’era una legge che impediva alla nostra coppia di poter accedere alle cure. E dimostrando che la legge, in questo caso, non era uguale per tutti (articolo 3)».

    Ora che succede?
    «Che il giudice costituzionale ha riscritto la legge 40 prendendosi la responsabilità, non piccola, di modificarne un articolo. La legge resta in piedi nelle sue linee generali ma perde quell’aspetto rigido e ideologico, che l’ha caratterizzata fin dall’inizio. Ultimo punto, si è dimostrato che definire quella legge incostituzionale non era affatto un’esagerazione».

    L’Unità, 2 aprile 2009

  4. La Redazione dice

    Pubblichiamo anche le riflessioni di Stefano Rodotà sulla sentenza della Corte di Cassazione:

    “Sconfitto lo stato etico”, di Stefano Rodotà
    Sono cadute alcune tra le norme più odiose e fortemente simboliche della legge 40. È stata imboccata una strada che ripristina il rispetto dei diritti della persona

    Forse i disinvolti e ideologici legislatori, che ci affliggono da anni con la loro pretesa di imporre un´etica di Stato, cominceranno a rendersi conto che dovrebbero finalmente andare a lezione di Costituzione.

    La sentenza di ieri, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime alcune delle norme più significative della legge sulla procreazione assistita, conferma un orientamento già ben visibile negli ultimi mesi, e che ha fatto nitidamente emergere un insieme di criteri che precludono ai legislatori di impadronirsi della vita delle persone. Quando, con mossa incauta, nel settembre scorso la maggioranza parlamentare aveva sollevato un conflitto di attribuzione nei confronti della magistratura, sostenendo che aveva invaso le competenze del legislatori con la sentenza sul caso di Eluana Englaro, i giudici costituzionali l´avevano rapidamente bacchettata, dichiarando inammissibile la loro iniziativa. E a fine dicembre, quando le polemiche su quel caso erano ancor più infuocate, hanno con forza affermato che l´autodeterminazione costituisce un diritto fondamentale della persona. Una linea chiarissima, che rendeva prevedibile la decisione di ieri.
    Ora cadono alcune tra le norme più odiose e fortemente simboliche della legge 40. Quella che imponeva l´unico e contemporaneo impianto degli embrioni, comunque in numero non superiore a tre: viene così battuto un proibizionismo cieco e ingiustificato, che infatti aveva provocato le critiche dei medici che operano in questo settore E quella che, sempre in relazione all´impianto, non teneva conto della necessità di salvaguardare la salute della donna, violando così un fondamentale diritto della persona. E non è vero, come ha frettolosamente osservato qualche parlamentare del Popolo della libertà, che la Corte ha comunque salvato altri articoli della legge, che pure erano stati impugnati. Su questi articoli, infatti, i giudici non si sono pronunciati per una ragione procedurale, perché non riguardavano le questioni trattate nei giudizi in cui l´eccezione di costituzionalità era stata sollevata. Sarà, quindi, possibile riproporre quelle eccezioni nella occasione più opportuna.
    È stata così imboccata una strada che ripristina la legalità costituzionale e il rispetto dei diritti della persona. E, come ha saggiamente osservato Carlo Flamigni, si creano anche le condizioni per arrivare ad un “provvedimento più saggio”, ad una riforma della legge 40 che ci faccia tornare in sintonia con le legislazioni degli altri paesi e, soprattutto, che disciplini le tecniche di riproduzione assistita in modo da renderle il più possibile aderenti alle effettive esigenze delle donne. Ma, invece di cogliere l´occasione offerta dalla Corte per avviare una nuova riflessione comune in una materia così difficile, la cecità ideologica continua a tenere il campo. Dai lidi della maggioranza si grida alla deriva eugenetica, si torna a parlare di attentato alla sovranità del Parlamento, si riecheggiano i toni populisti di questi giorni intonando di nuovo la canzone dei giudici che si sostituiscono alla volontà del popolo.
    Chi ragiona in questo modo (si fa per dire) mostra di ignorare la logica stessa del controllo di costituzionalità, finalizzato proprio a garantire che le leggi votate dai rappresentanti del popolo non violino i principi e le garanzie che, democraticamente, proprio il popolo si è dato attraverso l´Assemblea costituente, e la Costituzione frutto del suo lavoro. Il Parlamento, dunque, non è sciolto dal rispetto di questi principi, ma a questi deve sottostare. Nella Corte costituzionale i cittadini trovano così non il guardiano di una astratta legalità, ma il garante dei loro diritti e delle loro libertà. Garanzia tanto più importante quando si legifera sulla vita, perché il Parlamento non può espropriare le persone del potere di prendere in libertà le decisioni più intime. E non si può dire che siamo di fronte ad una inattesa prepotenza della Corte. Proprio durante la lunga discussione parlamentare sulla legge sulla procreazione assistita molti avevano messo in guardia contro il rischio di approvare norme incostituzionali, com´era evidentissimo considerando proprio il modo in cui la Corte aveva già affrontato in particolare il tema del diritto alla salute.
    Se torneranno un minimo di ragione e di cultura della legalità, la sentenza di ieri potrà aiutare anche nel difficile esame del disegno di legge sul testamento biologico, di cui deve ora occuparsi la Camera. Quell´insieme di norme, infatti, è perfino più sgangherato, dal punto di vista della costituzionalità, della pur sgangheratissima legge sulla procreazione assistita. I legislatori, lo ripeto, apprendano le lezioni di costituzionalità che la Corte, legittimamente, impartisce.

    La Repubblica, 2 aprile 2009

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