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“Una Rivoluzione per il pianeta. Nell´ambiente la nostra salvezza”, di Alberto Flores d’Arcais

«Diecimila garage da dove escano nuove idee, diecimila imprese innovative, diecimila imprenditori». Solo una rivoluzione “verde” guidata dall´America può salvare il futuro di questo paese e del mondo intero, far rinascere l´economia e ridare fiato e ricchezza alla classe media.
Ne è convinto Thomas Friedman, tre volte vincitore del premio Pulitzer, columnist del New York Times e autore di libri best-seller della saggistica contemporanea (Da Beirut a Gerusalemme, Le Radici del Futuro, Il Mondo è Piatto) che a questo tema ha dedicato il suo ultimo lavoro: Hot, Flat and Crowded, uscito negli Stati Uniti a ottobre e da domani in libreria anche in Italia per i tipi della Mondadori con lo stesso titolo: Caldo, Piatto e Affollato. Lo abbiamo intervistato nel suo ufficio di Washington.

Perché caldo, piatto e affollato?
«Il titolo originale doveva essere “Il verde è il nuovo rosso, bianco e blu” (i colori della bandiera americana, ndr), ma più lavoravo, più mi documentavo e più mi rendevo conto che non era giusto: perché il Giappone è già più verde di noi, la Germania e la Danimarca anche. Oggi il mondo è “piatto” perché la rivoluzione tecnologica ha livellato l´economia e le conoscenze globali, è “affollato” dall´impennata demografica e da miliardi di persone che vogliono vivere come gli americani, è “caldo” per il riscaldamento globale. È un mondo con cinque problemi-chiave».

Quali sono?
«La crescente domanda di energia e risorse naturali, sempre più scarse; il massiccio trasferimento di ricchezza ai produttori di petrolio e ai loro “petrodittatori”; il mutamento climatico; la penuria energetica, che divide il mondo tra chi abbonda di elettricità e chi ne ha poca; la rapida perdita di biodiversità, con l´estinzione di piante e animali. Questi problemi e il modo in cui li affronteremo determineranno il nostro futuro».

Il crollo di Wall Street e la crisi economica?
«Questo libro l´ho finito nel luglio scorso e il primo capitolo in qualche modo anticipava quanto successo in seguito. La crisi economica attuale cambia alcune cose. Nella prossima edizione ci sarà un nuovo capitolo. Ma il concetto di fondo resta lo stesso anche adesso: è necessaria una nuova rivoluzione industriale, quella che chiamo ET, (Energy Technology) o se preferiamo Geo-Greenism, rivoluzione verde. E dovrà essere l´America a guidarla».

In che modo?
«Dobbiamo dotarci di nuovi strumenti, nuove infrastrutture, nuovi modi di pensare e di collaborare con gli altri, tutte cose che sono il presupposto per grandi imprese e per scoperte scientifiche e il propellente capace di spingere avanti una nazione».

La sua ricetta?
«Glielo dico con uno slogan: un ecosistema innovativo, diecimila imprese, diecimila imprenditori, diecimila garage da dove escano nuove idee».

Come si concilia con l´America in recessione?
«Sia il Mercato che Madre Natura sono andati a sbattere e ci dicono che la crescita è possibile solo attraverso strade sostenibili. Nel Dow Jones questo si vede con i numeri in rosso, ma Madre Natura non ha un suo Dow, non spiega attraverso numeri qual è il suo stato. Ma se uno studia la scienza climatica è impressionante vedere come i cambiamenti del clima stiano avvenendo più velocemente di quanto gli scienziati prevedessero. Non ha un Dow, ma dei criteri con cui possiamo valutare il suo stato di salute».

Quali sono?
«I cinque punti di cui parlavo prima. Stiamo bruciando, intasando, fumando e mangiando questo pianeta. Aggiungiamo un miliardo di persone in più ogni tredici anni: se hanno bisogno anche solo di una lampadina da 60 watt per quattro ore al giorno dovremmo costruire venti nuove centrali a carbone da 500 megawatt».

Cosa cambia con la crisi attuale?
«Il disastro dei mutui subprime è una metafora di quanto accaduto in America negli ultimi anni, cioè la rottura della catena che unisce impegno, risultati e responsabilità. Abbiamo pensato di ottenere il “sogno americano” – il primo dei quali è la casa di proprietà – a costo zero e i risultati si sono visti. Il paese ha fatto lo stesso, abbiamo acceso un mutuo sul nostro futuro invece di investire su di esso».

Come può allora l´America guidare questa nuova rivoluzione?
«Con un cambiamento radicale. Passando dai problemi del global terrorism dell´era Bush a quelli del global warming. Con la presidenza Obama avremo forti spese per le infrastrutture, per i trasporti, per l´energia solare e quella a vento».

La minaccia terroristica non esiste più?
«Non dico questo. Il global terrorism non era un´invenzione ed è ancora una minaccia reale. Ma la vera ragione per cui Obama è presidente è che l´America vuole un nation-building qui, a casa nostra. Per me questo nation-building è il verde come il rosso era il colore degli anni Cinquanta».

Cioè?
«L´anticomunismo spinse gli Stati Uniti a sviluppare la difesa, la struttura industriale, le autostrade, ma anche le istituzioni scolastiche e una ricerca scientifica di altissimo livello capace di lanciare l´uomo nello spazio e dare entusiasmo alle nuove generazioni. Oggi il “codice rosso” di Bush, la guerra al terrorismo, non basta. Abbiamo bisogno di un grande progetto, di un “codice verde”. C´è un mercato che ha creato titoli tossici e una politica climatica che ha creato rifiuti tossici. Due facce dello stesso problema».

Come risponde alle critiche di paesi come Cina e India sui temi ambientali?
«Da un punto di vista morale hanno perfettamente ragione. Noi abbiamo mangiato l´antipasto, il primo, il secondo e il dessert, India e Cina sono arrivati al momento del caffè e noi gli chiediamo di dividere l´intero conto? Ovviamente non è giusto. Rispondo così: avete ragione, andate avanti con l´uso dell´energia sporca, è un vostro diritto. Perché sono certo che l´America ha bisogno di soli cinque anni per rilanciare l´energia pulita e fra cinque anni saremo in grado di venderla anche a voi».

Il piano energetico di Obama?
«Sono critico. Obama è all right eccetto per due cose: fa la politica sbagliata con i politici sbagliati. Io credo nella carbon tax, lui sa che al Senato non gliela passeranno mai. Se la Casa Bianca mi chiede consigli? No, Obama l´ho incontrato una volta, so che ha letto i miei libri e segue le mie column sul New York Times. Io sono per green the bailout, usiamo i soldi pubblici per l´innovazione e il rinnovamento».

Gli aiuti al settore dell´auto vanno in questa direzione?
«Non sono certo un fan dei manager che hanno guidato General Motors o Chrysler, penso che abbiano avuto grandi responsabilità e che debbano essere sostituiti. Sono d´accordo con Obama che questa deve essere la condizione perché ricevano aiuti dal governo. L´industria dell´auto deve trovare il modo di sopravvivere, non dimentichiamoci che stiamo parlando del lavoro e della vita di molta gente. Sopravvivere rinnovandosi completamente, questa è la chiave».

La Repubblica, 6 aprile 2009