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“C’è giustizia in Parlamento”, di Massimo Giannini

C’è un giudice a Montecitorio. La doppia, clamorosa bocciatura delle norme sulle ronde e sul tempo di permanenza degli immigrati nei Cpt è un’ottima notizia. In primo luogo, è una novità che fa ben sperare per la civiltà giuridica del Paese. Pure in questi tempi di crisi del multiculturalismo e di drammatica escalation dei flussi migratori, non esiste altra democrazia europea che abbia introdotto leggi non da stato emergenziale, ma da stato criminogeno. Le ronde anticlandestini sono questo e non altro. E non è un caso che fossero state bocciate dal Consiglio superiore della magistratura perché incostituzionali e dal sindacato di polizia perché ingestibili. L’allungamento a 180 giorni della permanenza dell’immigrato nei centri di smistamento è persino peggio: una misura sostanzialmente carceraria, stabilità da un’autorità amministrativa, in assenza di reato e di garanzia giurisdizionale.

La natura quasi eversiva di queste misure sta nella “furia” di Maroni che tuona: “Ora dovremo liberare 1038 clandestini”. Dice proprio così, il ministro degli Interni: “Liberare”. È la conferma implicita che per lui e per il Carroccio, i Cpt sono e devono essere galere. Il fatto che queste torsioni della dottrina del diritto e queste violazioni dell’habeas corpus siano state respinte dal Parlamento è un segno di tenuta culturale, che nonostante tutto getta una luce meno sinistra sull’Italia ai tempi di Berlusconi. La piaga della clandestinità, con tutti i suoi risvolti drammatici in termini di convivenza civile e ordine pubblico va affrontata e gestita senza inefficaci moralismi ma senza demagogici ideologismi.

In secondo luogo, la doppia bocciatura dei provvedimenti fortemente voluti dalla Lega, è una novità che fa ben sperare per la qualità politica del centrodestra. Il ritiro della prima norma e l’affondamento in aula della seconda, dimostrano che nemmeno nella destra berlusconiana, populista e plebiscitaria, c’è spazio solo per il pensiero unico “elaborato” fra il Cavaliere e il Senatur nel chiuso delle cene di Arcore. Il partito moderato di massa, se esiste davvero, non nasce pronta cassa sulla ruota esclusiva Forza Italia/Lega. Il partito degli italiani, se esiste davvero, non è ancora e forse non sarà mai il partito dei padani, xenofobi e spaventati. E’ chiaro che il patto d’acciaio con Bossi è e resta strategico per Berlusconi, ma quello che è accaduto ieri alla Camera dimostra che, intorno alla leadership attualmente minoritaria, ma radicalmente alternativa di Gianfranco Fini esiste un nocciolo duro, da destra costituzionale e nazionale, non riducibile alla categoria gregaria dell’intendenza di De Gaulle, che sempre “seguirà” gli ordini del capo.

Quel nocciolo duro ha dimostrato di esistere già al congresso del Pdl, quando il presidente della Camera ha illustrato a una folla in mera adorazione del sovrano il manifesto di un partito conservatore e riformatore moderno, imperniato intorno ai diritti degli individui, alla tutela delle istituzioni e alla difesa dello stato laico, in totale antitesi rispetto al partito personale, confessionale e a-costituzionale incarnato dal Cavaliere.

Quel nocciolo duro ha dato una prova ulteriore della sua possibilità di crescere con la raccolta delle 101 firme, proprio contro la Lega e proprio sul decreto sicurezza, avvenuta nelle scorse settimane. Un’iniziativa che sembrava estemporanea, e per alcuni versi velleitaria, e che ora si dimostra invece opportuna e lungimirante.

Non sappiamo dove porterà, questa “leadership duale” che Fini sta cercando di consolidare nella metà campo del centrodestra. Quel che è certo, a questo punto, è che il presidente della Camera ha fugato un sospetto, che suo malgrado aleggiava su di lui. Quello di rappresentare, nonostante le sue positive intenzioni e oggettive riflessioni da statista, un vacuo “grillo parlante” nel centrodestra. Fini nel Pdl di oggi come Follini nella Cdl di ieri: votato alle guerre alate della testimonianza, ma confinato nelle terre desolate dell’irrilevanza. Quasi un “utile idiota”, sfruttato dal Cavaliere per rappresentare l’immagine, falsa e artefatta, di un pluralismo formale che serviva solo a coprire, dietro una sterile cortina di dissenso, l’assolutismo sostanziale imperante nel partito del Popolo delle libertà.

Le cose, evidentemente, non stanno così. Come sempre, in politica chi ha più filo da tessere tesserà. Ma intanto accontentiamoci dell’evidenza. Quei 17 franchi tiratori, presenti e resistenti nei banchi di un Pdl che si pretende militarizzato, dimostrano che un’altra destra è possibile. Di questi tempi non è poco.

La Repubblica, 9 aprile 2009

1 Commento

  1. Redazione dice

    E non si trova una soluzione al pasticcio del decreto sui clandestini di Ugo Magri – La Stampa 10.04.09

    Berlusconi si è messo ad armeggiare intorno alla bomba del referendum, e nemmeno a chi gli sta accanto è ben chiaro se il premier lo fa per disinnescarla oppure per tirarla in testa a Bossi. Qualcuno dei suoi avanza una terza ipotesi: vuole mostrarsi attento e carino nei confronti di Franceschini perché c’è un clima politico più solidale, creato purtroppo dal terremoto, e il Cavaliere come sempre prova a sfruttarlo, da cosa può nascere cosa: le riforme «da fare con l’accordo di tutti», quei maggiori poteri al premier «come nel resto d’Europa» che non si stanca di chiedere, magari il presidenzialismo… Una fiera dietrologica scatenata dalla cronista dell’«Unità» che gli chiede: perché non tenere il referendum nell’election day, come vuole il Pd? L’Arcinemico è stranamente flautato: «Ne discuteremo nel prossimo Consiglio dei ministri», risponde, «perché le motivazioni meritano di essere approfondite, vale la pena di compiere un’ulteriore riflessione». Non è un sì, ma nemmeno un no. Forse. Dipende. I referendari con Guzzetta esultano, «parole sagge». La Lega ci resta di sale. Spiazzata. Maroni telefona a Palazzo Chigi per avere lumi. Gli rispondono che vai a immaginare cosa passa nella mente del Capo. Lui sa quanto rischia. Bossi ha messo in chiaro che il referendum è una disgrazia, ne verrebbe fuori un sistema elettorale dove la Lega non conta nulla.

    E l’unico modo per non far scattare il quorum, suggerisce il Senatùr, è mandare la gente al mare: dunque mai tenere il referendum nello stesso giorno delle Europee, il 6-7 giugno. Meglio una settimana dopo nel disinteresse collettivo, e se si buttano 400 milioni pazienza. Pareva un discorso assodato, alla Camera era stato perfino respinto l’emendamento Pd favorevole all’«election day». Ora invece, colpo di scena, Berlusconi tende la mano verso il frutto proibito, quel referendum che gli permetterebbe di arrivare al 51 per cento da solo. Franceschini ne prende atto, prudente: «Se il governo ci ha ripensato, va bene. Ma vorremmo capire se si tratta solo di parole o seguiranno fatti concreti». Vorrebbe capirlo pure la Lega. Dietro la facciata, i rapporti sono tesi. Ieri Silvio ha speso ore con Umberto (più Maroni, Tremonti, Calderoli, La Russa e Brancher) sul rompicapo del decreto sicurezza. Brucia la bocciatura dell’articolo 5, che trattiene fino a sei mesi i clandestini nei Cie (i campi di raccolta): un migliaio di immigrati torneranno liberi il 26 aprile. Accordo generale per riparare il danno dei «franchi tiratori». Già, ma come?

    Il decreto è al Senato, il 21 va in aula. Per correggerlo infilandoci i Cie servirebbe un voto di fiducia, in modo da stroncare l’ostruzionismo. Poi il testo dovrebbe tornare alla Camera, però sabato 25 il decreto decade… Non si fa in tempo. Meglio affidarsi a un disegno di legge, che per evitare nuove imboscate di «franchi tiratori» riduca la permanenza dei Cie da 6 a 4 mesi. Evitando si capisce che i clandestini si dileguino nel frattempo. Con un apposito decreto-legge. Anzi no, nessun nuovo decreto, figurarsi se Napolitano lo firma. Allora «rimandiamoli di corsa nei paesi d’origine». Sì, ma molti sono tunisini, e il loro governo se ne ripiglia al massimo una cinquantina a settimana. «Ci penso io», promette Berlusconi, «parlo col Presidente Ben Alì, che è mio amico». Chissà che non accetti un rimpatrio collettivo… Il Cavaliere parla di «chiarimento con piena soddisfazione». Bossi si finge d’accordo, «con lui la soluzione si trova sempre». Ma oggi sulla «Padania» Maroni fa un’intervista per dire che, comunque vada, la frittata è fatta, non creda Berlusconi di averci messo la toppa. Il premier, a sua volta, pensa al decreto sicurezza senza ronde e senza Cie, passato l’altra sera alla Camera coi voti di Pdl, Pd e Udc: quante rogne in meno, se andasse sempre così.

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