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“Amartya Sen, il mercato funziona se è accompagnato da buone regole”, di Armando Massarenti

Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel ’98, è stato chiamato dal presidente francese Nicolas Sarkozy a presiedere, insieme all’altro Nobel, l’ameericano Stiglitz, e al francese Fitoussi, la commissione su performance economica e progresso sociale che lunedì 14 settembre ha presentato il suo rapporto in cui si sottolinea che tra gli indici di sviluppo è necessario comprendere anche quelli sul benessere percepito dalla popolazione. In questa intervista il Nobel per l’economia mette in evidenza come «la lezione» della crisi «è che il nostro sistema economico funziona se è ben accompagnato».
Professor Sen, a che cosa attribuisce la crisi economica che ha travolto il mondo dallo scorso autunno, e che ora sembra dare qualche segnale del suo esaurirsi? Quali lezioni ne possiamo trarre per il futuro, in maniera da non riptere gli stessi errori?
Ogni evento di tale portata ha più di una causa, ma per trarne lezioni per il futuro, è importante vedere che dietro questa crisi economica ci sono decenni di politiche fondate su un pensiero economico confuso. Dalla fine della seconda guerra mondiale, l’economia globale è progredita a ritmo abbastanza costante, e rapido, basandosi su una sorta di equilibrio dei mercati e degli interventi dello stato nei paesi occidentali. In quel periodo, si confidava nei mercati, che sono il motore della crescita, ma anche nella supervisione di molte loro attività – dal credito alle assicurazioni e alle transazioni finanziarie – e in un sistema statale di sicurezza economica e sociale che alleviava la povertà, con sussidi di disoccupazione, pensioni e così via, compresa – in Europa – una sanità pubblica accessibile a tutti. Sotto questi aspetti, gli Stati Uniti erano rimasti indietro: Medicare, per esempio, garantisce solo una copertura selettiva, non universale. In compenso, regolavano con fermezza il credito, le assicurazioni e la finanza, ed erogavano alcune forme di previdenza.
Poi che cos’è successo?
Che a partire dall’era Reagan, è riecheggiato in ogni settore un appello a un capitalismo meno imbrigliato. Quanto iniziato allora è proseguito sotto la presidenza di Bill Clinton e di George W. Bush, con l’estirpazione graduale della regolamentazione della finanza, delle assicurazioni e delle altre transazioni per le quali è necessaria una supervisione. L’Europa ha fatto lo stesso percorso, anche se la natura della politica europea lo ha reso meno brutale. Anche in Europa, il capitalismo puro e semplice pareva la strada da imboccare e dire bene del ruolo economico dello stato pareva anacronistico.
Lei è stato invece l’economista che, senza demonizzare mai il mercato, anzi riconscendone tutti i pregi, ha sostenuto proprio in quegli anni la necessità di tornare a una regolamentazione, insistento più di ogni altro sui rapporti tra etica ed economia.
Sì. Ciò che ho descritto finora avveniva in America e in Europa nel preciso momento in cui aumentavano le ragioni a favore della regolamentazione. Negli anni scorsi, le responsabilità per le varie transazioni sono diventate più difficili da rintracciare grazie al rapido sviluppo di mercati secondari per i derivati e per altri strumenti finanziari “innovativi”, i quali consentivano per esempio di offrire credito per mutui subprime, e di scaricare i rischi di default a terzi, estranei alla transazione.
Erano tempi di una disponibilità di credito senza precedenti, alimentata in parte dall’enorme eccedente della bilancia commerciale di alcuni paesi, la Cina in particolare, e amplificata dalla scala sulla quale si potevano lanciare operazioni spregiudicate. Proprio mentre diventava necessaria una sorveglianza stretta da parte dello stato, essa si allentava drasticamente come richiesto dalla fiducia in un capitalismo di mercato liberato da ogni freno. E così il sistema economico è diventato vulnerabile alla crisi. Ci sono anche altri fattori, ma questa mi sembra la parte importante della lezione. Il messaggio non è “il mercato fa male”, bensì “il mercato fa bene se è ben accompagnato.”
E quali sono gli alti fattori?
I cambiamenti controproducenti non hanno riguardato soltanto l’assenza di controllo sui derivati e sugli altri strumenti finanziari indiretti. Faccio un esempio. Nel 2000 il Congresso statunitense, spinto dalla lobby di Wall Street e dall’équipe economica della Casa Bianca, ha votato il Commodity Features Modernization Act, una legge che esentava certe assicurazioni note sotto il nome cosmetico di “credit default swaps” dalle normative federali su tutte le forme di assicurazione. Questo “buco nero normativo”, per dirla con l’amico David Richards, ha partorito un mostro: assicurazioni vendute con lucrosi profitti da venditori che nessuno controllava. Assicurazioni contro il rischio di default per miliardi di dollari, prive di qualunque garanzia, si sono riversate sui mercati creando una vulnerabilità enorme, e ancora oggi incutono terrore nei mercati finanziari globali. Il principale venditore di tali assicurazioni era il colosso AIG – American International Group – che ha dovuto essere riscattato e ora sembra essersi finalmente ripreso grazie al sostegno massiccio del governo e a un costo gigantesco per il contribuente americano.
Tutto ciò, in termini morali, si può dire che abbia generato una enorme crisi di fiducia?
Come diceva Adam Smith più di 200 anni fa, l’economia di mercato si basa sulla fiducia e qui il governo deve fare la sua parte. Ha abdicato questa responsabilità, contribuendo direttamente alla crisi, al crollo della fiducia nell’economia in generale, e nel settore finanziario in particolare. Molto gradualmente, la fiducia viene ricostruita e la crisi potrebbe esser presto superata, ma il collasso deve insegnarci a essere più avveduti in futuro.
Perché la crisi ha avuto un minor impatto in Cina e in India, la cui economia cresce tuttora rapidamente, al contrario di quanto accade nel resto del mondo?
Innanzitutto in Cina e in India non c’è stata una deregolamentazione simile a quella statunitense, e la vulnerabilità immediata era minore. Sebbene entrambi i paesi soffrano del crollo globale, possono contare su un mercato interno fortemente dinamico. Senza la crisi avrebbero avuto una crescita maggiore, certo, ma quel dinamismo non è stato intaccato. Infine Cina e India hanno reagito subito e adottato misure per contrastare la crisi.
C’è un fatto più generale di cui tenere conto. Quando un’economia si espande su più fronti, i vari settori si rafforzano l’un l’altro. Prendiamo come indicatore qualcosa che conta poco nella spesa nazionale, ma che misura bene la capacità di star a galla di una determinata società: la circolazione dei quotidiani. Sappiamo che la stampa è in difficoltà in Europa e in America, soprattutto per la diffusione di Internet. Il quale si è diffuso a una velocità stupefacente anche in India e in Cina, eppure la circolazione dei quotidiani continua ad aumentare di pari passo e l’India si appresta a diventare il paese del mondo in cui si vendono più quotidiani. La robustezza dell’espansione economica indiana va vista nella prospettiva più ampia di miglioramenti incessanti su molti fronti. Come in Cina, ci sono ancora problemi gravi di povertà e di disuguaglianza nella condivisione dei vantaggi dell’espansione, ma nell’insieme l’economia è fiorente.
E’ uno dei temi assai concreti che lei tratta nel suo ultimo libro, “The idea of Justice”. Quanto è grave la disuguaglianza in India?
E’ gravissima. Malgrado un calo sostanziale della povertà, intesa come basso reddito, in India come in Cina, c’è tuttora una grande miseria. Il rimedio sta nell’utilizzare il reddito pubblico generato dalla veloce crescita economica per rimuovere gli handicap dovuti all’assenza di cure sanitarie, di educazione, e ad altri ostacoli sociali che intralciano la condivisione dei benefici dello sviluppo. Entrambi i paesi hanno usato il reddito pubblico a tale scopo, ma senza riuscire a garantire cure sanitarie per tutti e l’India, inoltre, ha un tasso d’analfabetismo superiore a quello cinese. Il successo dello sviluppo economico resta da completare con una distribuzione più equa dei suoi benefici.
Ma questo sviluppo non è anche una minaccia per l’ambiente?
L’ambiente è sicuramente una preoccupazione globale, e Cina e India devono contribuire allo sforzo per salvaguardarlo con una quota appropriata. Ma cosa significa “appropriata” nel loro caso? Prima di dare lezioni a questi paesi su come rallentare il proprio sviluppo economico, teniamo presente alcuni fatti. Innanzitutto, sono paesi poveri e lo sviluppo serve loro per uscire dalla povertà. Poi l’Europa e l’America si sono sviluppate e arricchite per secoli e così facendo hanno inquinato il mondo intero. Con alle spalle una storia così spudorata, meglio non dettare la morale ad altri.
Tuttavia viviamo in un mondo minacciato dal riscaldamento globale e da altre conseguenze dell’inquinamento: le restrizioni e i loro costi sociali vanno suddivisi equamente. Occorre quindi arrivare a un accordo internazionale che tenga conto innanzitutto della povertà di alcuni paesi e della prosperità di altri. Poi del fatto che l’America e l’Europa si sono appropriate di una grossa fetta dei commons (beni comuni) globali; la miglior restrizione sta nel ridurre non lo sviluppo economico, bensì il suo impatto inquinante attraverso incentivi all’innovazione e alla ricerca mirata. Devono anche aumentare le forme di cooperazione in tutti gli ambiti della vita sociale, compreso quello dei trasporti pubblici che riducono le emissioni inquinanti. Se oggi la Cina e l’India affermano di non voler firmare alcun accordo, ciò riflette soprattutto la loro frustrazione nel vedere che non sono presi in considerazione i fattori rilevanti nella distribuzione dei costi sociali. Sono certo che altrimenti lo firmerebbero, per esempio al prossimo vertice di Copenaghen. In India il movimento ambientalista è forte, e quello cinese sta crescendo.
Quale pericolo rappresenta l’India come potenza nucleare?
Ero molto contrario ai test nucleari indiani del 1998. Il paese aveva già mostrato le proprie capacità nel 1974, e sono stati utili solo al Pakistan. Gli hanno dato un pretesto per far esplodere per la prima volta le proprie bombe, e per rendere palese che era una potenza nucleare. Non era nell’interesse dell’India, e cosa più importante, ha reso più pericoloso l’intero subcontinente.
Perciò ero contrario. Detto questo, non mi tormenta troppo l’idea che l’India usi un giorno le sue testate nucleari: è poco probabile, ed è ancora meno plausibile nella pratica della democrazia indiana. Il Pakistan non è ancora una democrazia, quindi c’è un problema, ma dal suo governo mi aspetto una certa prudenza. In compenso, le sue armi atomiche potrebbero finire in mano a estremisti, e occorre riflettere sugli interventi in grado di prevenire tale eventualità.
I recenti dibattiti non riguardavano però le bombe atomiche, ma l’accordo con il quale gli Stati Uniti fornivano all’India combustibile nucleare per le centrali che producono elettricità. L’India ha fatto alcune concessioni sulle ispezioni nei suoi impianti, e molti critici hanno ritenuto che in questo modo la sovranità del paese veniva compromessa. Non è stata soltanto la posizione del partito induista Bharatiya Janata, ma con mia delusione, anche quella dei partiti di sinistra che su questo punto cercarono di far cadere il governo di Manmohan Singh. Non ci sono riusciti, hanno solo rafforzato la leadership di Singh e la sinistra è uscita ridimensionata dalle elezioni successive. In America e in Europa, l’accordo non è stato visto come una compromissione della sovranità indiana, ma come un ottimo affare. Strano come le interpretazioni siano state diverse, in India e all’estero. Credo che siano tutte e due sbagliate. L’India ha ottenuto qualcosa, non granché, e ha ceduto qualcosa, non granché. Quello che importa davvero non sono le dispute su temi minori come questi, ma il dibattito ben più vigoroso in India come in Pakistan su come evitare disastri nucleari.
Anche la questione nucleare quindi può essere considerata una questione di giustizia?
Dietro a tutto ciò, c’è in effetti la riluttanza delle vecchie potenze nucleari – USA, Russia, Francia, Gran Bretagna e Cina – a prendere iniziative per eliminare tutte le armi nucleari, ovunque si trovino. E’ quello l’obiettivo grande che il mondo deve darsi, facendo pressione non solo sull’India e il Pakistan, e su Israele, la Corea del Nord e forse tra poco l’Iran, ma anche sulle vecchie potenze nucleari.
Il Sole 24 ore 15.09.09