pari opportunità | diritti

Vittoria Franco: “Barbara uccisione di Sanaa, il comportamento del padre è al di fuori della storia”

“Integrazione di queste ragazze va sostenuta in ogni modo”.
“Con la barbara uccisione di Sanaa ci troviamo purtroppo di fronte ad un nuovo caso simile a quello, atroce, di Hina. La violenza di un padre che arriva ad uccidere la figlia perché troppo libera e innamorata di un italiano è per noi inimmaginabile, fonte di sconcerto e di profondo dolore”. Lo dice la senatrice vittoria Franco, responsabile nazionale Pari Opportunità del Pd.
“Quello di questo padre, così come quello del padre di Hina – prosegue Vittoria Franco – è un comportamento fuori dalla storia e dall’umana comprensione. Si tratta di un gesto di atroce violenza che va condannato con fermezza. L’unica consolazione è che il processo di integrazione di queste ragazze immigrate nella nostra società, che le spinge verso la libertà e l’emancipazione, è un processo comunque inarrestabile. Il diritto di queste giovani a decidere della propria vita va difeso in ogni modo garantendo loro piena cittadinanza, anche attraverso la solidarietà tra donne”.

5 Commenti

  1. Silvia dice

    Sono sorpresa, ma felicemente sorpresa che, immagino, una giovane donna che viene da un altro paese e che vive in Italia (immagino naturalmente) abbia preso carta e penna (metafora) e in un sito di una parlamentare (guarda caso si rivolge a una donna) abbia scritto poche e semplici parole così vere, così sincere e disarmanti.
    Sono sempre convinta che la tanto abusata integrazione, che sarebbe meglio chiamare serenità del vivere, passa attraverso le donne

  2. imane dice

    e vero che un pecatto amare un ragazzo italiano ma e tanto vero che al cuore nn si comanda….ora nn centrenno le origini o altro ma centra il problema del fatto che un marocchina nn po innamorarsi di un italiano…credo che noi donne siamo distinate a soffrire e basta…perche c’e anche il fatto che la donna viene costretta a sposare cio che celgono i suoi genitori ..non cio che sceglie lei..e credo che anche questo e un pecatto..e in giusto tutto cio…a questo punto nn dovevate portarci nei paessi nn nostri almeno i pecatti saranno di meno!!!!!!non e giusto tutto cio…le conseguenze noi le paghiamo…e nn abbiamo scelta d’amare…uff che mondo ingiusto ma ringrazio dio di tutto cio…

  3. da Il sole 24 ore di oggi: «Non dimenticare le tue origini». Noi musulmane cresciute in Italia e quell’ossessione dei nostri padri, di Karima Moual giornalista marocchina
    I0 come moltissime ragazze musulmane di seconda generazione nate o
    cresciute in Italia, siamo qui, non per una libera scelta, ma per un destino che i nostri genitori hanno scelto anche al posto nostro, per migliorare la loro vita e il nostro futuro. Lasciando il loro paese di origine, i loro affetti e le loro tradizioni, per dare inizio ad un nuovo cammino, in un paese lontano e diverso, un paese occidentale.
    Questo era il loro desiderio e da quando sono arrivata in Italia all’età di nove anni quello è diventato anche il mio desiderio: un’esperienza del tutto nuova, una vita migliore, lo studio, il divertimento e i nuovi amici italiani con cui imparare nuovi giochi e una nuova lingua. Fin qui tutto ok. Siamo bambine e l’infanzia è intoccabile. Le bambine però crescono.E per la prima volta il genitore si trova di fronte ad una nuova creatura, così diversa da quella che si prospettava, diversa dalla madre e dalla moglie, così lontana dalle tradizioni e dalla cultura di origine, diversa da lui. Un grande
    dispiacere per lui che ha cercato in tutti i modi di sottolineare i valori della famiglia, la sua unità e le differenze culturali e religiose per non dimenticare le origini e portarle avanti con fierezza. Lui adesso aveva perso qualcosa, aveva perso se stesso e la colpa era della nuova creatura. Quelle differenze culturali e religiose io potevo benissimo portarle avanti perché facevano parte di me, ma inconsciamente acquisivo giorno per giorno anche quelle nuove, quelle italiane, quelle che ormai facevano parte di me come musulmana e italiana, quelle che ai suoi occhi mi rendevano quasi un’estranea, nella quale non si riconosceva. «Rakidaimen muslima u-maghribiyya (sei sempre musulmana e marocchina), queste sono le tue origini, non lo devi dimenticare, ed è per questo che non puoi frequentare i ragazzi italiani che non sono musulmani». È questa la frase che la maggior
    parte delle ragazze musulmane marocchine si sentono dire, come fosse
    un ammonimento per metterle in guardia nell’età dell’adolescenza sulle
    loro scelte future. Frase confessata da molte amiche, con il sorriso amaro di chi di fronte non ha alternative. È una frase che si sa, si conosce bene. È una frase che probabilmente anche il padre di Sanaa deve aver usato per convincerla a rinunciare alla sua scelta di frequentare un ragazzo più grande, non musulmano ma italiano, e cattolico. Ma il ragazzo italiano in realtà non è il vero problema, è solo il fine. Più in profondità c’è la malattia sociale di un conflitto generazionale intra-etnico che trova il suo sfogo più
    violento sulle ragazze, più che sui ragazzi, proprio perché queste sono coloro che portano tradizionalmente la bandiera della propria cultura attraverso simboli e usanze a vòlte misògine. E allora c’è chi, come Hina e Sanaa, ma anche come tante altre ragazze musulmane, cresciute o nate in Italia pensano di essere libere, emancipate, protette, in grado di fare le loro scelte alla luce del sole, magari portando una minigonna senza nascondersi, o frequentando il proprio ragazzo italiano, anche se ci si trova ad abitare in un paese piccolo dove c’è la tua famiglia, la comunità di origine, dove la tua comunità ti può giudicare e tuo padre può sentirsi disonorato, ma coraggiosamente affrontano a testa alta le loro scelte, anche pagandole con la propria vita. Ma ci sono anche coloro che, più deboli, si nascondono, si sottomettono ad un destino già prescritto per il bene della famiglia e della comunità. Si accontentano, quindi, di sposare il cugino in Marocco o l’amico di famiglia, si fidano di ciò che la famiglia consiglia per il proprio bene perché il legame con la famiglia è quasi sacro per una donna araba e tradirlo può significare l’esilio. Questo mi ricorda la storia di Fatima, 33 anni, una ragazza bella ma timida, arrivata in Italia con il ricongiungimento famigliare all’età di 13 anni. Fatima non riuscì ad integrarsi pienamente con i compagni. Il posto lo trovò nella protezione della propria famiglia. Ma per tale forte legame la personalità di Fatima è stata totalmente annullata. La ragazza non è più riuscita a scegliere per se quello che realmente desiderava per paura di rimanere sola. E alla fine, seguendo il consiglio del padre, ha sposato un cugino in Marocco. Due generazioni a confronto e in conflitto, è questo il problema che la comunità
    marocchina musulmana sta vivendo, a discapito del più debole, la donna. È una delle comunità più numerose, che si è insediata più in fretta del previsto, una comunità fatta di intere famiglie con figli nati o cresciuti oramai da anni in Italia. All’interno di questa comunità, tra amici e parenti si parla di questo conflitto, si cerca di affrontarlo, pur non riuscendo ancora ad accettare che le nuove generazioni sono anche italiane, vivono con italiani e pensano come gli italiani. È emblematico il racconto di una ragazzina di 14 anni che mi raccontò di aver affrontato suo padre sulla scelta del futuro fidanzato chiedendogli: papà come posso trovare un ragazzo musulmano marocchino se nella mia scuola non ce n’è nemmeno uno e nella nostra città per di più non ce n’è neanche uno che mi piaccia? Come posso innamorarmi se so già di chi per forza mi devo innamorare? Questa è una domanda che deve far riflettere sul disagio con cui si trovano a convivere molte ragazze musulmane, che subiscono continuamente violenze psicologiche sulle loro scelte, solo perché si trovano a vivere in un
    paese occidentale che loro stesse non hanno scelto per se.

  4. La Redazione dice

    «Sanaa, una di noi. Uccisa perché libera», di Barbara Spinelli
    La forza di rompere le catene e scegliere la propria felicità ha un prezzo, che ogni donna rischia di pagare quando prende in mano il timone della propria vita.
    Che si tratti di scegliere di amare un uomo che odora di altri profumi o prega un altro dio, che si tratti di lasciare un uomo che soffoca le nostre aspirazioni nella tomba della quotidianità della fede che porta al dito, che si tratti di volere un figlio sapendo che quello stronzo che ci ha assunte userà quella lettera in bianco che ci ha fatto firmare stroncando la nostra carriera, che si tratti di voler diventare velina costi quel che costi, quando una donna decide e afferra in mano la propria esistenza, spesso paga un prezzo troppo alto, un surplus di sofferenza, di morte, fisica, psicologica e sociale, “in quanto donna”.
    Femminicidio. La prima causa di morte per le donne nel mondo, in Italia. La prima causa di infelicità. Femminicidio: ogni pratica sociale discriminatoria o violenta, rivolta contro la donna “in quanto donna”, nel momento in cui la stessa sceglie di autodeterminarsi e di non aderire passivamente al ruolo sociale scritto per lei dalla società patriarcale (brava madre, moglie, figlia, oggetto sessuale), posto in essere col fine di annientarla fisicamente, psicologicamente, nella sua libertà e posizione sociale.
    Sanaa era una di noi.
    Quello che ci accomuna tutte è che prima o poi, in qualche forma, ci troveremo a dover combattere, faccia a faccia con l’odio di un maschio incapace di accettare la nostra capacità di scegliere in autonomia cosa fare della nostra vita, del nostro corpo.
    Noi lo sappiamo, che il resto – colore della pelle, religione, depressione, passione, disoccupazione – è solo una giustificazione apparente di questo odio, la circostanza in cui esso si manifesta, non certo la causa fondante.
    Sanaa uccisa prima di tutto perché ha disobbedito a suo padre. Ha pagato con la vita. Come Irene, uccisa dal padre in agosto perché non gli piacevano le sue amicizie e le sue serate a base di eroina. Come la figlia di Giorgio Stassi, che in maggio si è vista ammazzare da suo padre il ragazzo perché non voleva che si vedessero. Come Sabrina, che in aprile ha visto il padre Pier Luigi Chiodini abbattere a sprangate il ragazzo che lui non voleva per lei davanti ai suoi occhi. Qualche nome, per non dimenticare. Perché è comodo rimuovere facce, nomi, storie di altre di noi che hanno pagato con la vita le loro scelte di libertà, o l’incapacità di liberarsi da uomini che le opprimevano.
    Se è facile riconoscere il razzismo, sembra che ci sia un impegno collettivo per rimuovere l’esistenza del sessismo.
    Facile parlare di omicidi culturali, guerra di religione, e ignorare sistematicamente che dietro ogni donna morta per amore, o per religione, c’è un uomo che l’ha uccisa convinto che lei non avesse diritto di scegliere da sola.
    E’ violenza di genere, che trova la sua causa nel mancato riconoscimento da parte dell’assassino del fatto che quella donna che ha davanti non è una sua appendice, un essere sottoposto al suo volere, ma è una Persona la cui dignità e libertà di scelta va rispettata. Una Persona con cui mettersi in relazione, non da correggere, proteggere, educare o punire. Non importa se gli uomini dicono che ci ammazzano per amore, per vendetta, per onore, o per giustizia divina.
    Non importa se a chi governa fa comodo strumentalizzare queste giustificazioni per stringere la morsa del controllo sociale e portare avanti politiche securitarie. Che lo facciano per forza di numeri, ma non con la nostra connivenza, non in nostro nome. Noi ci siamo per ribadire che la nostra vita e la nostra libertà di scelta hanno un valore assoluto, sempre. E che non ci devono essere giustificazioni per nessuno: né per il padre geloso né per il padre fondamentalista.
    Pubblicato su L’Altro, 17.09.2009

  5. Dal Sole 24 ore
    «L’omicidio di Sanaa è un brutale atto infame», di di Sumaya Abdel Qader *
    E’ successo di nuovo. A distanza di 3 anni dall’assassinio di Hina, a Brescia, si ripete il drammatico caso. Un padre avrebbe ucciso la figlia – il condizionale è d’obbligo fino alla sentenza – sembrerebbe per incompatibilità culturale scatenata dalla rabbia o vergogna o impotenza nei confronti di una figlia che non era come lui voleva.
    La vittima stavolta è Sanaa, 18 anni. Giovane, giovanissima nel pieno della fase più critica dell’età di una persona. Cresciuta nella pluri-identità di chi nasce o cresce in un contesto socio-culturale differente da quello dei genitori. Una identità complessa e ricca. Spesso poco valorizzata e anzi guardata con sospetto.
    Nel dramma bisogna avere la lucidità di osservare un atteggiamento, post fatto, che certo non aiuta l’opinione pubblica a comprendere meglio e tantomeno a sentirsi serena nei confronti della comunità musulmana. C’è chi, tristemente, non manca di polemizzare sui musulmani “tutti brutti e cattivi”. Ritornano i dubbi amletici sulla compatibilità dell’Islam con i valori dell’Occidente, sulla sicurezza, sulla donna nell’Islam…
    Metto subito in chiaro che non c’è motivo che tenga, nell’Islam, per giustificare un assassinio, oltretutto “fai da te”. Si ignora invece che nell’etica islamica l’elemento “misericordia” è tra i fondamenti del rapporto Dio-uomo e uomo-uomo, «…la Mia misericordia precede la Mia giustizia» (Corano). Nell’Islam l’omicidio di una persona equivale all’omicidio dell’umanità intera. Nell’Islam la donna è soggetto libero ed indipendente. Ogni azione è di sua unica responsabilità di fronte al Signore.
    Sterili i discorsi sul fatto che la donna musulmana non sia libera di andare a convivere ed avere rapporti prematrimoniali (cattolicesimo ed ebraismo si differenziano dall’Islam?), tra l’altro regola che vale anche per l’uomo, oppure indignazione di fronte al ciglio storto dei genitori musulmani che vedono i figli legarsi a non musulmani (non vale forse il contrario?). Sterili perché ogni religione e/o cultura ha le sue usanze che possono piacere o meno. (Ricordo che in Italia l’attenuante per il delitto d’onore è stata abolita solo nel recente 1981).
    Dunque sarebbe il caso di condannare l’omicidio per ciò che è. Un brutale atto infame. Non serve aver paura o guardar con sospetto quasi due milioni di residenti in questo paese e un miliardo e mezzo di uomini e donne in giro per il mondo.
    Anche tra i musulmani c’è chi liquida facilmente il fatto disinteressandosi ad episodi simili. Mai nulla di più sbagliato. Il dibattito interno sui giovani, le loro tendenze ed atteggiamenti sono profondamente importanti. E’ una responsabilità nei confronti di questi giovani che si trovano ad affrontare non poche difficoltà, ambiguità e crisi identitaria.
    Non riesco, però, a non pensare che la povera Sanaa come Hina non sono diverse da quei bimbi, figli di coppie non musulmane, che vengono abbandonati alla nascita da ragazze madri che non si sentono accettate dalla società o che non sanno come affrontare la nuova creatura. Non sono diverse dai figli di quelle donne e uomini che li annegano o stuprano. Questione di religione dunque? Oppure di fragilità sociale, disagio, impotenza che arrivano ad atti estremi. Inaccettabili gesti, ma tutti uguali.
    Non siamo forse vittime di generalizzazioni? Stereotipi e pregiudizi?
    Difatti non si ricordano mai coloro che lavorano giorno dopo giorno affinché pratiche inaccettabili e lontane da ogni riconoscimento o giustificazione nell’Islam vengano debellate.
    Beh, ne ricorderò qualcuna io a titolo esemplificativo:
    -Lo Spior (l’organismo che riunisce le associazioni musulmane di Rotterdam e dei Paesi Bassi) lanciò un progetto per contrastare i matrimoni forzati, poiché molte ragazze abbandonavano le loro famiglie temendo di essere obbligate a sposarsi. Obiettivo del progetto prevenire i matrimoni forzati svolgendo un’azione di sensibilizzazione, cambiando le mentalità e promuovendo una migliore comunicazione tra genitori e figli. Sono stati organizzati degli incontri ai quali hanno partecipato centinaia di ragazze e ragazze, genitori imam e sapienti. Uno dei settori di lavoro più importanti del progetto mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica circa la prospettiva islamica e, in generale, nella scelta del partner. Il progetto è stato esportato a tutta l’Europa. In Italia finora nessun Comune contattato ha voluto sostenere l’iniziativa;
    – Appello alla moratoria della pena di morte e delle pene corporali lanciato da Tariq Ramadan, sostenuto da tutte le comunità islamiche in Italia ed Europa;
    -Campagna per una famiglia sana ed equilibrata promossa dal’Associazione delle donne musulmane in Italia;
    -Campagna per una donna musulmana libera ed attiva nella società europea promossa dal Forum delle Donne Musulmane in Europa;
    Centinaia di altre iniziative e campagne avrebbero il diritto di essere ricordate.
    La violenza non ha religione, né colore, ne cultura. Spendiamo tempo ed energia nella costruzione delle società e non nella sua demolizione. Solidarietà a Sanaa e a tutte le vittime innocenti.
    *L’autrice è una scrittrice italiana musulmana

I commenti sono chiusi.