cultura, pari opportunità | diritti

«La comunità degli individui liberati», di Bruno Gravagnuolo

A Modena fino a domani il Festival della Filosofia alle prese con il concetto di comunità. Ma in una chiave alternativa rispetto all’uso conservatore del termine. Ne parlano Remo Bodei, Salvatore Natoli, Carlo Sini e Carlo Galli
La tradizione. A destra Il legame comunitario è una piovra contro i singoli

Inutile nasconderlo. La nozione di «comunità», per storia, significato ed uso, non appartiene alla costellazione delle idee progressiste. Al contrario, fin da quando nel 1877 il sociologo Ferdinand Toennies, preceduto in Germania da una robusta tradizione romantica, la lanciò nell’arena delle idee filosofiche, «comunità» fu subito sinonimo di insieme di legami naturali, che avvolgevano prescrittivamente il singolo. Fino a dar senso all’interezza della sua vita. E il tutto contro l’aridità e l’anarchia meccanica della Civiltà tecnica. Democratica, anonima, atea e senza valori. Perché invasa da troppi valori in lotta tra di loro, come ribadì Max Weber dopo Toennies. Però malgrado tutti questi presupposti, accade che il Festival della filosofia di Modena in onda sulle piazze a Modena, Carpi e Sassuolo da ieri a domani sera abbia scelto a tema dei suoi lavori proprio questa idea. Incurante delle controindicazioni culturali e politiche. E anche del fatto che «comunità», declinata come «Umma», radici e territorio, sia ormai il cavallo di battaglia di fondamentalismi e nuove destre etniciste (inclusa la nostra Lega). Perché dunque «comunità», dopo le scelte più ambivalenti o divaganti degli anni trascorsi, come «felicità» o «vita»?
Ce lo siamo fatto spiegare da alcuni dei protagonisti della kermesse, ai quali tra gli altri è stato affidato il compito di ridefinire e misurarre il concetto di comunità oggi. Magari passandoci attraverso, per rovesciarlo come un guanto.
Remo Bodei, direttore del comitatto scientifico del Festival, è molto esplicito a riguardo: «Ovvio che a tutta prima la nozione di comunità suggerisca qualcosa di compatto, di localistico e gerarchico. Ma la proposta è quella di analizzarla da tutti i punti di vista, a partire dal dato innegabile che c’è stato un recupero della comunità come pulsione e desiderio. Dentro i processi di secolarizzazione, e dentro la polemica sul relativismo». Nondimeno, prosegue Bodei, «il punto è proporre una visione conflittuale della comunità, riconoscendone il bisogno, e insieme la pluralità, la multiformità. All’interno delle comunità e dei singoli». Traduciamo: l’individuo anche quello moderno o postmoderno psichicamente nasce dentro una relazione. Tende a far comunità, magari piccola con gli altri. Tuttavia ciascuno fa comunità a suo modo e non è detto che la Comunità sia una sola e imperativa. Ciascuno insomma si sceglie la sua forma di vita in comune, e può uscirne. È così professore? «Certo, da un punto di vista laico la comunità democratica citando Einaudi non può che essere un’ anarchia degli spiriti sotto la sovranità della legge. Perciò essa nel moderno si dà come articolazione e conflitto: regolati». Bodei ricorda che il vissuto comunitario viene analizzato a Modena in chiave molteplice. Come rabbia, nostalgia, solitudine, esilio. Come insieme di luoghi mobili, dove le comunità, anche sotto l’impulso dei processi economici post-fordisti, si fanno e si disfano. E si vedrà nelle relazioni di Severino, Bodei stesso, Maramao, Augè, Turnaturi (il «segreto» nei gruppi di potere). E conclude Bodei con la metafora del Buon governo di Ambrogio Lorenzetti: Comunità, secondo l’etimo «creativo» dell’artista nel 1340, è la con-cordia dove i cittadini tirano ciascuno da una parte la stessa corda che li unisce. Come nelle lotte civili del Machiavelli conflittualista e repubblicano.
Tocca a Salvatore Natoli, filosofo «pagano», autore di una relazione sulla «fiducia» come molla di comunità libere e non oppressive. «Fiducia dice non è un negozio giuridico, ma un patto emotivo: si dà e si riceve. La comuntà moderna può nascere solo da una rottura di appartenenenze, alla quale segue la libera capacità di ricostruire legami. Perché non si tratta di regeredire all’Antico indifferenziato gerarchico. ma di rifare per ciascuno comunità con l’altro. Dall’interno del singolo e preservando l’altro senza eliminarlo o inglobarlo». E c’è in Natoli malgrado l’apparenza una profonda critica dell’individualismo imperante. Cioè: illusoriamente l’individualismo liberale proclama la sovranità del soggetto. In realtà è il contrario. Infatti a quell’individualismo corrisponde un affidamento gerarchico, dove vincono le scelte strumentali dei più forti. Fino all’impersonale «dominio del cinismo e della finanza astratta», senza fiducia stabile, senza istanze normative e senza responsabilità verso l’altro, che come tale diviene invisibile.
Parla Carlo Sini, già ordinario di teoretica a Milano, studioso heideggeriano e della Tecnica. «È indubbio dice che la nostra società si va imbarbarendo. Tra disgegazione, indifferenza diffusa e populismo salvifico. Perché? Perché si è inaridita ogni fonte di ethos comune. Manca cioè una istanza mediatrice e responsaibile, che sappia farsi carico del “comune”, come capacità di sentire l’altro in quanto nostro, pur restando altro». E qui Sini usa una metafora manzonianna. Quella del frate che alla fine della peste nei Promessi sposi lascia andre i «risanati» e chiede loro perdono per quanta poca caritas è stata loro riservata durante la malattia. «In realtà spiega Sini mancano i padri e i fratelli simbolici, in grado di trasmetterci la pietas e la caritas. Di fronte alla morte, alla comune sofferenza e alla solitudine delle scelte. La comunità? Non è certo il, territorio né la Chiesa gerarchica e dogmatica. Ma la capacità di ciascuno di farsi carico, di sentirsi “con”. Fuori da dogmi o da fusioni mistiche». Conclusione di Sini: «La comunità non può essere che un sogno di tutti e di ciascuno. Una costruzione dinamica e una civiltà delle relazioni. Non già una realtà data e naturale a cui obbedire come a una piovra».
Chi di «comunità» all’inizio non vuol sentir parlare è Carlo Galli, storico delle dottrine politiche a Bologna: «Mi fa venire i brividi dichiara e non per caso a Modena parlo di individuo». Perché? «Perché già Cartesio e Hobbes la consideravano un incubo, a cui contrappore il sogno razionale dell’individuo pensante, che feconda ordini politici, magari assoluti». Con l’ottocento però, con Hegel e Marx, «è l’individuo a diventare
un sogno, sciolto nel linguaggio, nella storia, nello spirito e nella classe. Finché Nietzsche nel 900 rovescia tutto: individui e comunità sono entrambi sogni, fantasmi». Conclusione? «Se ne conclude che l’individuo nasce contro la comunità, ma la rimpiange e non può farne a meno. Talché, meglio privilegiare comunque l’individuo che sogna se stesso e progetta laicamente una comunità. Senza che la comunità lo renda schiavo però». Insomma, spiega Galli, l’individuo può diventare «progetto», legame non oppressivo con gli altri, capace di «far fiorire un proprio disegno nell’eguale dignità con gli altri, senza violenza e senza dominio». Puro liberalismo, tutto ciò? Niente affatto per Galli. Piuttosto comunità come processo comune e condiviso della liberazione di tutti: «Società fraterna senza padri». Ma così la comunità non somiglia un po’ al «comunismo», almeno come ideale regolativo?
da L’Unità

1 Commento

  1. da Repubblica: Ideologia e politica /1
    «Così si costruisce la democrazia», di Marc Augé

    La libertà reale di ciascuna persona è la condizione necessaria del bene comune per tutti

    Sì, il bene comune e l´idea di comunità sono consustanziali all´idea di umanità. Ma, come ci mostra la storia, esistono solo allo stato di ideale e di progetto. Da solo, l´individuo non può esistere; del resto, per definizione non nasce mai solo, ma dentro universi già simbolicamente costituiti che gli impongono in maniera più o meno severa un insieme di relazioni possibili o persino obbligate: «a dire il vero, è quello che chiamiamo sano di mente che si aliena scrive Lévi-Strauss poiché acconsente a vivere in un mondo definibile unicamente dalla relazione tra l´io e l´altro. La salute mentale individuale implica la partecipazione alla vita sociale, così come il rifiuto di aderirvi (ma, anche in questo caso, secondo modalità che essa impone) corrisponde alla comparsa di turbe mentali».
    In un mondo sovraccarico di significati simbolici (la prima etnologia ha studiato proprio mondi di questo tipo) è del tutto evidente che l´idea di libertà individuale non ha senso. Il senso sociale è l´insieme delle relazioni per le quali si definisce e attraverso le quali si costruisce ogni identità. Dal punto di vista dell´individuo, l´a priori del simbolico genera unicamente relazioni obbligate e comunità subite.
    Ma noi conosciamo anche gli effetti del totalitarismo intellettuale prodotti, a un´altra scala, dalle grandi ideologie politiche o politico-religiose di ieri e di oggi, che per questa ragione chiamiamo appunto “totalitarie”. In questo caso non si tratta più, se si segue Hannah Arendt, di un sovraccarico di senso, ma dell´espulsione di ogni senso possibile: «Mentre l´isolamento concerne soltanto l´aspetto politico della vita, l´estraneazione concerne la vita umana nel suo insieme. Il regime totalitario, al pari di ogni tirannide, non può certo esistere senza distruggere il settore pubblico, senza distruggere con l´isolamento le capacità politiche degli uomini. Ma esso come forma di governo è nuovo in quanto, lungi dall´accontentarsi dell´isolamento, distrugge anche la vita privata. Si basa sull´estraneazione, sul senso di non-appartenenza al mondo, che è fra le più radicali e disperate esperienze umane». (Il sistema totalitario, terza parte de Le origini del totalitarismo, 1951, trad. it. Milano 1967, pag. 651).
    La comunità come realizzazione del bene comune non può essere che un risultato provvisorio e sempre incompiuto. Il suo punto di partenza può trovarsi solo nel rifiuto di ogni senso stabilito e più ancora di ciò che Hannah Arendt chiama “estraneazione”, cioè il naufragio del corpo e dei beni dell´individualità privata e dell´appartenenza al mondo. E il processo che conduce alla comunità non può che essere inverso rispetto a quello di tutti i totalitarismi. Il consenso all´incompiutezza e la coscienza della necessità del divenire distinguono così la democrazia da tutti gli altri regimi politici.
    La democrazia è sempre da costruire: è pienamente se stessa solo se continua a proiettare nell´avvenire il riferimento rispetto al quale intende definirsi. La sua frontiera è un orizzonte. In democrazia, il rispetto della costituzione esistente e la conservazione dell´ordine stabilito sono soltanto degli imperativi pratici relativi e provvisori, poiché la costituzione cambierà e le norme pure.
    Pensiamo, per prendere un esempio semplice, vicino e spettacolare, a tutto quanto era vietato o impensabile nei paesi dell´Europa Occidentale appena sessant´anni fa, tanto nell´ambito dei costumi (statuto della donna, divorzio, omosessualità), quanto nella sfera strettamente politica (voto alle donne, maggiore età). Lo spirito democratico, come lo spirito scientifico, non si soddisfa di ciò che è acquisito e sa che la verità è sempre da conquistare, che l´esistenza politica precede sempre la sua essenza.
    L´idea di progresso, in questa prospettiva, non procede né dall´orgoglio, né dall´ingenuità, ma dalla semplice constatazione dell´insufficienza del presente e delle frontiere che sono ancora da varcare per partire alla ricerca di soluzioni certo ma anche di nuovi problemi da risolvere.
    Quelli che invocano il progresso non parlano a nome di un sapere preesistente; hanno semplicemente la convinzione, modesta e tenace, che la libertà reale di ciascun individuo umano sia la condizione necessaria del bene comune per tutti. Si ispirano così allo spirito scientifico. Non c´è niente di più modesto dello spirito scientifico: esso non parte mai da una totalità compiuta come quella che sta alla base delle ideologie, ma esplora le frontiere dell´ignoto con l´ambizione di spostarle.
    (Traduzione di Michelina Borsari) © Consorzio per il festivalfilosofia

I commenti sono chiusi.