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Roberto Speranza «Scegliamo un segretario, non un candidato a Palazzo Chigi. Altrimenti rischieremmo il paradosso di un premier costretto a candidarsi segretario», di Simone Collini

«Questo è un governo nato per rispondere prima di tutto all’emergenza economica e sociale del Paese ed è dentro questo obiettivo che si trovano le ragioni del nostro sostegno», spiega Roberto Speranza definendo «simbolico» quanto avvenuto al Consiglio europeo della scorsa settimana, nel quale grazie anche all’intervento di Letta al centro dell’agenda è stato messo il tema della disoccupazione giovanile. Il capogruppo del Pd alla Camera guarda però anche al medio-lungo termine, e dice che «se il partito dovesse sbagliare il congresso non farebbe male solo al Pd ma alla democrazia italiana». E un modo per «sbagliare», aggiunge, sarebbe immaginare che il congresso serva a scegliere il candidato premier, perch é questo porterebbe «instabilità» e anche un «paradosso», dal momento che a capo del governo c’è un esponente del Pd: «Se il segretario fosse automaticamente il candidato premier cosa avverrebbe? Per paradosso potremmo trovarci di fronte a un nostro premier che si candida a segretario».
Perché, onorevole Speranza, continuare a sostenere il governo insieme a un Pdl che tenta blitz sulla giustizia e sembra interessato più alle vicende giudiziarie di Berlusconi che ad altro?
«Noi sosteniamo il governo perché la sua missione è affrontare la crisi economica e sociale, perché come ha dimostrato l’ultimo Consiglio europeo con questo esecutivo possiamo aggredire il principale nostro problema, che è la disoccupazione giovanile. Questo è l’obiettivo e ora il Pdl deve smetterla di piantare tutti i giorni bandierine, un atteggiamento inaccettabile, che non aiuta e che non è in linea con gli scopi di questo governo. Non si può immaginare che il Pd si faccia carico di tutte le responsabilità mentre il Pdl è libero di fare propaganda e una campagna elettorale permanente».
Lei parla di propaganda, loro della necessità di modificare la Costituzione anche nella parte riguardante la magistratura: serve o no una riforma della giustizia? «Serve, ma non all’interno di un processo di riforma istituzionale che deve affrontare il tema del bicameralismo e la riduzione del numero dei parlamentari. La loro è una provocazione, un tentativo scomposto, fuori luogo e totalmente irricevibile di portare dentro il processo di riforma un tema che invece va affrontato separatamente».
Dice che il Pdl deve smetterla di piantare bandierine perché questo non aiuta il governo, però non crede che anche la discussione congressuale del Pd possa influire sulla tenuta dell’esecutivo? «Questo è un congresso veramente importante e noi dobbiamo avere in testa che il futuro della democrazia italiana coincide molto con la capacità del Pd di essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte. Reichlin, con il suo documento, ha ben evidenziato quali sono le questioni di fondo da affrontare, a partire da qual è l’identità del Pd e quale il progetto che proponiamo per il Paese. E tutti dobbiamo sapere che se noi sbagliamo il congresso, non facciamo male solo al Pd ma alla democrazia italiana».
E qual è secondo lei il modo per non “sbagliarlo”?
«Intanto trovo molto intelligente l’impostazione proposta da Epifani, di un congresso cioè che parta dal basso, da una discussione nei circoli. Non si può esaurire il tutto in chi dovrà fare il segretario nazionale, in uno schierarsi muscolare con questo o quello».
Nel partito si discute se il leader debba essere automaticamente anche candidato premier: la sua opinione qual è? «Che quando si tratter à di scegliere chi deve guidare la coalizione alle prossime elezioni avremo tutto il tempo e le modalità democratiche per farlo. Oggi dobbiamo scegliere il segretario, cioè chi nei prossimi anni si assumerà l’impegno di guidare un soggetto collettivo, di dargli un preciso profilo politico. Dopodiché la carica di candidato premier sarà contendibile, così come è stato in passato».
Ma perché sarebbe sbagliato immaginare che il segretario sia automaticamente candidato premier?
«Perché rischieremmo di trovarci di fronte a un paradosso».
Cioè?
«Se il segretario fosse automaticamente il candidato premier cosa avverrebbe? Che per paradosso potremmo trovarci di fronte a un nostro premier che si candida a segretario».
Per Renzi magari sarebbe un paradosso che il segretario del Pd non possa aspirare a cambiare il Paese, non crede?
«Se Renzi vuole assumere la guida del Pd ha tutte le carte in regola per candidarsi. Ciò che è sbagliato è immaginare che dentro il congresso Pd si sceglie il candidato premier. Per farlo ci saranno primarie ad hoc come si è già fatto quando Bersani, da segretario, ha reso la candidatura a premier contendibile dentro la coalizione e dentro il partito ».
Con primarie aperte: sarà così anche per il prossimo segretario o a decidere saranno soltanto gli iscritti?
«Io penso che non dobbiamo avere paura di aprirci, di confrontarci con l’elettorato più ampio possibile».

L’Unità 01.07.13