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Intervista a Carlo Padoan «I mercati iniziano a crederci», di Bianca Di Giovanni

I segnali ci sono, gli indici cominciano a cambiare di segno, le aspettative sembrano più rosee. Eppure nessuno sa veramente se il ciclo è a una svolta o meno. «Quello che ancora non si vede sono gli investimenti delle imprese», spiega Pier Carlo Padoan vicesegretario generale dell’Ocse. Insomma, siamo su un crinale che potrebbe condurre ad esiti imprevedibili. Tutta l’Europa condivide questa incertezza, perché soffre ancora di problemi strutturali profondi. Intanto in Italia si dibatte sull’Imu. «La questione delle tasse va affrontata in un quadro complessivo: non si risolve con un unico tributo», avverte Padoan.

Professore, dopo i dati diffusi da Eurostat si può parlare di ripresa in Europa?
«La questione è che ci sono vari indicatori che messi assieme indicano un punto di svolta, e che nei prossimi mesi il Pil in Europa avrà un segno positivo. La domanda è: si tratta di una vera inversione del ciclo?».
E come risponde a questa domanda?
«Per rispondere bisogna chiedersi da dove sta venendo questa ripresa. I segnali positivi sono sostenuti soprattutto dalla crescita delle esportazioni, che hanno agganciato una crescita sostenuta soprattutto negli Stati Uniti. Quello che ancora non si vede è la crescita degli investimenti, per non parlare dei consumi che arrivano sempre dopo. Gli investimenti ancora deboli sono l’eredità della grande crisi. In particolare manca ancora la fiducia delle imprese, che certamente migliora ma non è ancora abbastanza forte da convincere gli imprenditori a spendere. Inoltre il canale del credito è ancora asfittico».
Cosa aspettano di vedere le imprese per convincersi a investire?
«Negli anni passati si è registrato un crescente legame tra fiducia delle imprese e indirizzi di politica economica. Per esempio negli Stati Uniti le imprese non hanno investito per timore del fiscal cliff (il cosiddetto baratro fiscale, cioè un consistente aumento delle tasse simultaneo a un poderoso taglio di spesa pubblica, atteso per l’inizio del 2013, ndr). Anche i mercati guardano alla politica economica, cioè si chiedono se ci siano le condizioni per garantire un piano di sviluppo di medio termine. In Europa tuttavia le cose sono un po’ più complicate che in America».
Perché?
«Perché nell’Eurozona quello che i mercati si aspettano è la soluzione dei gravi problemi strutturali ancora irrisolti: dai mercati finanziari ancora frammentati alla sostenibilità del debito in alcuni Paesi dell’area periferica. Ma sostanzialmente quello che davvero manca è una strategia per la crescita, che vada oltre le sole parole e diventi azione concreta».
In Italia si sono visti segnali contraddittori, come il debito in crescita e lo spread in calo. Come si spiega?
«Il debito cresce per motivi quasi meccanici, in presenza di deficit di bilancio. C’è da aggiungere che quello che noi registriamo è il rapporto tra debito e Pil: se questo diminuisce automaticamente il rapporto peggiora. I mercati non sono impressionati da queste tendenze, che per l’appunto sono quasi automatiche. Il calo dello spread invece riflette la svolta del ciclo: se c’è la crescita vuol dire che il debito cala e che l’occupazione in futuro scenderà, con un miglioramento dei mercati».
Come mai il differenziale cala nonostante le fibrillazioni del governo Letta?
«Ci sono due ragioni. Prima di tutto i segnali di svolta di cui abbiamo parlato. In secondo luogo c’è da dire che il governo, pur nella difficoltà della maggioranza, sta prendendo decisioni concrete, come lo sblocco dei debiti della Pa e il contenimento del deficit. Questi sono fatti, che il mercato apprezza».
Come giudica il dibattito sulle tasse in corso oggi all’interno della maggioranza? «La questione del peso tributario è importante. Bisogna affrontarla in un quadro complessivo, in cui va fatta la scelta su quale tassa abbassare e quale no. L’obiettivo dichiarato è tornare a crescere e aumentare l’occupazione. Su questo le indicazioni sono chiare. L’evidenza empirica dice che per creare crescita e occupazione bisogna alleggerire le tasse sul lavoro e sulle imprese. Altre imposte hanno un effetto minore. Per questo la raccomandazione generale dell’Ocse è che qualunque scelta tributaria va fatta nell’ambito di un quadro generale: concentrarsi su una sola imposta significa varare misure dal fiato corto. Inoltre qualsiasi abbassamento di tasse non può che avvenire con coperture certe. Se domani per ipotesi tagliassimo un’imposta senza un corrispondente taglio di spese, avremmo l’effetto di perdere la fiducia del mercato. Svanirebbe quindi l’effetto positivo perché dovremmo pagare molto di più per la gestione del debito».
Quando si comincerà a vedere la svolta anche nell’occupazione? «L’occupazione segue sempre con ritardo di qualche trimestre la svolta del ciclo. Questo intervallo si può accelerare attraverso alcune misure, che il governo sta prendendo: ad esempio facilitare l’accesso ai servizi per il collocamento, oppure gli incentivi alle imprese per l’assunzione stabile di giovani».
Anche in Germania, a dispetto di chi ave- va segnalato una «locomotiva» in rallentamento, migliora la fiducia delle imprese. Come mai? C’è un effetto elezioni? «Paradossalmente in Germania il clima migliora perché si vede più vicino il recupero della zona euro. Questo dimostra che la Germania è pienamente integrata all’Europa e non può prescindere da questa».

l’Unità 14.08.13