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“Quei laureati troppo bravi per lavorare”, di Chiara Saraceno

Nell’Italia dei paradossi ci siamo spesso sentiti dire, da datori di lavoro e ministri, che una delle cause della disoccupazione giovanile è il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, unita alla scarsa disponibilità per i lavori manuali. Le storie raccontate qui offrono un’altra prospettiva: pur di lavorare, molti giovani laureati sarebbero disposti anche a fare lavori ampiamente al di sotto delle proprie competenze. Ma per essere presi in considerazione devono nascondere di avere studiato. In un mercato del lavoro come quello italiano, ove la domanda di lavoro qualificato è contenuta e gran parte di proprietari e manager non ha la laurea, un lavoratore italiano sovraqualificato è un potenziale pericolo. Non tanto perché potrebbe andarsene presto (vista la propensione dei datori di lavoro per i contratti a termine e l’assenza di investimenti negli occupati con le mansioni più basse, questa sembra proprio una
preoccupazione risibile).
Eneppure perché si tratterebbe di uno spreco sociale. Piuttosto, perché con le loro aspirazioni e la loro cultura potrebbero creare disturbo in organizzazioni del lavoro e sistemi produttivi incapaci di innovare e immobili.
In altri termini, la disoccupazione e sotto-occupazione dei laureati in Italia è dovuta alla scarsità della domanda in un sistema produttivo e amministrativo che — anche nel settore pubblico ed anche ai livelli medio alti del management — è largamente controllato da persone con livelli di istruzione medio-bassa, poco capaci di valorizzare e investire nel capitale umano. Ne vediamo i risultati sul piano della scarsa efficienza della nostra pubblica amministrazione e nella ridotta competitività di larga parte delle nostre aziende.
La scoraggiante esperienza dei laureati che, per lavorare, devono presentare un profilo più dimesso, meno qualificato, tuttavia, non deve indurre a generalizzazioni. In primo luogo, è una esperienza che, non solo da oggi, riguarda più le donne degli uomini, in base all’idea, condivisa da molti datori di lavoro, che le donne vadano tenute ai gradini più bassi della scala occupazionale. In secondo luogo, riguarda più alcune lauree — giuridiche, psicologiche, letterarie e geo-biologiche — di altre. Si tratta, per altro, di quelle più femminilizzate. In questo caso si può parlare di forme di mismatch, non rispetto ai lavori poco qualificati, ma a quelli qualificati richiesti dal mercato. Anche se la sotto-occupazione dei geologi e dei biologi in un Paese in cui ogni pioggia minaccia un disastro ecologico e in cui ci sono elevati rischi di inquinamento ambientale interroga più la domanda che non l’offerta di lavoro. Interroga più in generale l’insipienza di un Paese che spreca le proprie risorse vivendo alla giornata senza alcuna preoccupazione per il futuro. Analogamente, lo stato di abbandono e sotto-valorizzazione in cui si trovano i beni culturali suggerisce che ci saranno, forse, troppi laureati in lettere, ma ci sarebbe bisogno di un’iniezione di professionisti di vario tipo per la manutenzione e la valorizzazione del patrimonio artistico. Infine, nonostante dal 2008 il vantaggio si sia ridotto sensibilmente, i laureati continuano a trovare più facilmente lavoro — anche se non sempre aderente alla loro preparazione — dei non laureati e a guadagnare di più nel mediolungo periodo. In altri termini, sono svantaggiati nel mercato del lavoro poco qualificato, dove devono nascondere di avere una laurea. Ma continuano a godere di vantaggi nel mercato del lavoro nel suo complesso, per quanto questo sia asfittico, non molto qualificato e premi più i titoli formali che non le competenze ed esperienze specifiche.
È certo umiliante dover nascondere di aver studiato per poter fare un lavoro che non richiede qualifiche. Mi sembra tuttavia più scoraggiante doversi adattare a fare lavori poco qualificati nonostante anni di impegno nello studio. Non si tratta di essere
choosy, ma di non sprecare risorse individuali, e anche collettive. Tanto più che in Italia, Paese in cui l’origine tende anche a diventare un destino, avere un curriculum professionale non standard, non “coerente”, non è considerato un possibile vantaggio, il segno di capacità di iniziativa, di ricerca di autonomia, di voglia di apprendimento extracurriculare. Al contrario, dopo aver dovuto nascondere di avere una laurea per essere assunto come operaio o addetto ad un call center, ci si può trovare nella necessità di dover nascondere di aver fatto questi lavori per poter essere presi in considerazione per un lavoro “da laureato”.

La Repubblica 28.08.13

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“Curriculum “leggero” per un impiego da segretaria o un ingaggio in un call-center: quando la laurea è una zavorra, meglio nasconderla”, di Corrado Zunino

Raffaella si è laureata in criminologia nel 2011. Da due anni cerca lavoro custodendo nello zaino due curricula: nel primo ha scritto tutte le sue qualifiche, nell’altro appare solo diplomata. Marta, laureata nel 2007 e con un master in didattica museale, racconta: «L’ultimo lavoro sfiorato è di pochi mesi fa. Ho risposto a un annuncio, una scuola di design cercava una segretaria. Contratto di due mesi, passando per un’agenzia interinale, e poi un anno direttamente assunta dalla scuola. Requisito fondamentale: un’ottima conoscenza dell’inglese. Ho superato tutti i test e alla fine mi sono sentita dire che non andavo bene perché avevo una laurea e un master». Nel successivo annuncio la scuola di design ha pubblicato la stessa richiesta specificando in calce: “No laurea”.
Non solo non è più un ascensore sociale, il diploma di laurea. Sta anche diventando un problema, una zavorra, un risultato da nascondere. «Sei troppo qualificato» è uno stucchevole mantra che gli uffici del personale regalano ai candidati.

Molte, troppe aziende italiane soffrono i candidati con studi superiori alle posizioni offerte. Chi cerca occupazione, allora, li nasconde e presenta curriculum vitae su misura: in alcuni casi la laurea è specificata, più spesso appare solo il diploma, a volte è sufficiente segnalare “esame di Stato di terza media”.
Già, nell’Italia della precarietà il lavoro che si offre è sempre più dequalificato: rispondere al telefono di un call center, occuparsi degli scaffali e della cassa nei supermercati, assolvere compiti di segreteria pura (ricevere telefonate, imbustare e inviare lettere, annotare appuntamenti, rispondere a email: basta una conoscenza di base del linguaggio dei computer per tutto questo). Imprese dove quattro titolari ogni dieci hanno la terza media (fonte Almalaurea) hanno sempre più bisogno di manovalanza e sempre meno di pensiero e conoscenza. In questo contesto la laurea diventa solo un ostacolo. Un manager laureato, dicono ancora le ricerche, assume laureati tre volte di più rispetto a un manager senza titolo.
Raffaella, dicevamo. La criminologa dal doppio curriculum racconta: «Mi sono sentita più volte ripetere: “Ma perché lei vuole lavorare da noi? Ha una scheda troppo qualificata, noi cerchiamo solo un’impiegata” » . Graziano Gorla, segretario generale della Camera del lavoro di Milano, allarga la singola storia e conferma: «C’è chi viaggia con tre brochure: una descrive la laurea ed è ricca di dettagli, un’altra è l’esposizione secca del diploma, la terza è umile e breve e accompagna la licenza media». Marta, la museale, ha creato
Meglio choosy che male accompagnati, blog per “l’espiazione catartica di una disoccuprecaria come tante”. L’ha scovata il mensile Terredimezzo.
Il blog è dedicato all’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, capace di dire alla generazione Marta: «I giovani quando escono da scuola devono trovare un’occupazione, ma non devono essere troppo choosy (schizzinosi, sì)». Sostiene ora la blogger: «In Italia non c’è più la possibilità di entrare in un’azienda da segretaria e diventarne il direttore».
Alberto Guariso, avvocato del lavoro, spiega che la laurea nascosta, meglio definita “curriculum alleggerito”, è un fenomeno in crescita. «C’è un preconcetto diffuso nel mercato del lavoro italiano, e cioè
che non si può avere un impiego di profilo più basso rispetto ai propri studi. Un preconcetto che non vale nel caso degli stranieri ». Laureati nel loro Paese d’origine, in Italia gli stranieri vengono assunti come manovali senza remore. Daniel Zanda, segretario generale della Federazione dei lavoratori atipici di Cisl Lombardia, dice ancora: «I datori di lavoro temono che l’iperqualificato, o semplicemente il laureato che cerca il lavoro, sia demotivato da un lavoro non in linea con le sue speranze e quindi poco produttivo. C’è sempre il rischio che appena trova qualcosa di meglio se ne vada».
L’argomento è così moderno da non avere ancora una quantificazione statistica. Ci sono alcuni elementi, però, che fanno comprendere quali sono i presupposti alla base del fenomeno sociale del “troppo qualificato”, ultima deriva della precarietà strutturale italiana. Nel 2011 l’Istat ha condotto un’indagine tra i laureati del 2007 ed è emerso che il 71,5 per cento in quattro anni aveva trovato un lavoro, tuttavia il 31 per cento di questi non aveva un impiego corrispondente alle conoscenze acquisite in università. I più penalizzati, da questo punto di vista, erano i laureati nelle facoltà umanistiche. La responsabile dello sportello Informagiovani di Cremona, Maria Carmen Russo, dettaglia: «Chi è costretto a cancellare i titoli sono soprattutto le donne con una laurea in Lettere, Sociologia, Comunicazione, Scienze politiche». Donne laureate in facoltà umanistiche. In un blog sul Fatto quotidiano si legge questa testimonianza: «Pochi giorni fa in uno sportello lavoro della mia città mi hanno suggerito di omettere la laurea in Scienze politiche, quella presa con il vecchio ordinamento, quella tanto sudata e che è stato motivo d’orgoglio per miei genitori e per me prima ancora. Mi hanno spiegato con tono affabile e pacato che per trovare lavoro sarebbe meglio omettere percorsi formativi così elevati. L’ho trovato offensivo». Il Venerdì di Repubblica ha invece raccontato la storia di Mattia, 30 anni, di Cremona. Dopo il liceo scientifico Mattia ha frequentato l’Università a Milano e nel 2006 si è laureato in Lettere. Da allora ha avuto collaborazioni brevi con biblioteche, teatri e musei, mai un contratto. Così Mattia ha rinunciato a quello che sapeva fare e ha cercato un posto da operaio in un’azienda dolciaria. Dove è stato scartato perché ritenuto “troppo qualificato”. Ora Mattia è alla ricerca di un lavoro con i soliti due curricula: uno presenta l’indicazione della laurea, l’altro la omette. Il consiglio della doppia presentazione, a Mattia, lo ha dato l’Infor-magiovani locale.
Se un laureato in Comunicazione aziendale viene coinvolto nel crac dell’azienda, l’espulsione dal mercato del lavoro è automatica. Oltre a un’età non più giovane, il laureato ha quel marchio: “Troppo qualificato”. Racconta Stefano, operaio a tempo indeterminato, il diploma in tasca: «Vedo più nero per i giovani laureati che per quelli che abbandonano gli studi dopo le medie». Sui blog dei precari, Idoneo curioso offre questi consigli: «Sono laureato in Giurisprudenza, ma se anche voi siete laureati non andate in un’agenzia interinale a cercare lavori degni dei vostri studi. Lì cercano solo lavori di manovalanza e se dite di essere laureati non vi chiamano perché siete troppo qualificati. Ora faccio il magazziniere: sono entrato tramite agenzia nascondendo la mia laurea». Un altro, anonimo: «Se sei laureato devi accettare lavori sottopagati: io ho preso la laurea a 27 anni, ho fatto un master e non so quanti colloqui. Oggi ne ho quasi 40 e da sette faccio l’operaio. Nella mia azienda nessuno sa che sono laureato». Laureati sotto mentite spoglie. La morale è: «Per lavorare devi dire bugie, se scoprono che sei titolato cominciano a farti pagare il fio del tuo curriculum».
Lo scorso giugno per venti posti da scaricatore al porto di Ortona — 105 i candidati — il bando escludeva “donne e laureati”. Luigi, Giurisprudenza con master, attende il dottorato a Urbino. Lavorava in un call center per 400 euro al mese, lo hanno licenziato: overqualified.
«In questa giungla di agenzie interinali, siti internet,
applications online, assessment, inductions, chi è che ci salverà dallo sconforto?», scrive. «Non ci salverà nessuno. Perché nessuno è più disposto ad assumere lavoratori troppo qualificati. E la spiegazione è semplice: per questa gente iperqualificata, ipereducata, iperistruita, non c’è più posto. In questo miserrimo campo di guerra, a cadere non è l’incapace, bensì il neolaureato.
Overqualified.
Perché di base ambizioso, e quindi potenzialmente temporaneo.
Overqualified.
Perché il posto che ti sto offrendo posso darlo a un qualche analfabeta che posso maltrattare come preferisco: non ha gli strumenti per difendersi e nessun’altra possibilità».

La Repubblica 28.08.143

1 Commento

  1. Felix dice

    Ormai sono 3 anni che cerco la mia strada. Migliaia di cv spediti, e tanti sogni nel cassetto. Ai colloqui ho davanti spesso, gente che non capisce che voglio semplicemente LAVORARE. Sono persone che perdono tempo a fare domande indirette, a dedurre astrattamente dei loro assunti, in base a schemi di psicologia del lavoro che, all’atto pratico, non servono a niente, possono essere discriminatori e soprattutto stanno bloccando il mercato del lavoro. Una volta si faceva un colloquio con domande semplici tipo: sai usare il computer? Sai parlare l’inglese? Cosa hai studiato? Sai usare un martello? Sai cucinare? Insomma lo sai fare questo o no? Lo sai fare meglio di un altro?E così via..
    Oggi la domanda classica è: “dimmi un pregio e un difetto?”
    e cosa vuoi che ti risponda: il mio pregio è che non mi arrendo, il mio difetto è che ho creduto che stesse cercando un’ impiegata mentre a voi serviva l’erede di Freud.
    Devi fare finta che non ti interessa sapere quanto prenderai, devi mostrarti motivato, devi essere disposto a lavorare più dei tuoi colleghi, devi essere presente sui social network perché altrimenti significa che sei un asociale, ti devi anche all’occasione de-qualificare.
    Mi fermo qui, ma potrei andare avanti.

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