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"Ma i numeri non raccontano tutta la storia", di Francesca Guerrera

Sembra la trama di un film di fantascienza. Un supereroe dato per morto nel 2008 ritorna in vita sei anni dopo grazie alle cure miracolose di uno scienziato burbero e barbuto. Ma troppo tempo è passato e il supereroe fatica a trovare un ruolo in un mondo che non riconosce più. Riuscirà il nostro eroe a ritrovare la forza del passato o sarà condannato a rimanere anonimo per il resto dei suoi giorni?

Purtroppo Hollywood un film di science fiction sull’economia non lo farà mai, ma il dilemma della crescita americana è di proporzioni sovrumane. I numeri sulla disoccupazione farebbero pensare a un momento d’oro per gli Usa, il ritorno trionfale del supereroe dell’economia mondiale e lo stimolo mastodontico amministrato dal burbero ex capo della Federal Reserve Ben Bernanke.

Le cifre di venerdì hanno persino dato ai secchioni delle statistiche un numero da gustare, commentare e twittare: dopo la crescita di maggio, il numero di americani impiegati è a un nuovo record. Ha infatti sorpassato il precedente primato del gennaio 2008, prima del fallimento di Lehman Brothers, della Grande Recessione e della distruzione di milioni di posti di lavoro.

Allora tutto a posto? L’America di nuovo in sella dopo la caduta del 2008? Come non dicono a Hollywood: not so fast, non andare troppo veloce. Dietro ai numeri, ai titoloni e all’ottimismo degli investitori si nasconde una realtà tortuosa, complicata e sgradevole.

La crisi e la recessione che la seguì non hanno solo rallentato l’economia americana, l’hanno cambiata in maniera profonda e forse permanente. I patiti dei fumetti lo sanno benissimo: quasi tutti i supereroi diventano tali dopo un mutamento genetico o qualche altra indelebile trasformazione.

Nel nostro caso, il cambiamento è sia quantitativo sia qualitativo. Se guardiamo ai numeri, il record di ieri non è granché. E’ vero che circa 138 milioni di americani e americane ora hanno un lavoro – più di qualsiasi altro periodo nella storia degli Usa. Ma è anche vero che la crescita nei posti di lavoro non ha tenuto il passo con l’aumento nella popolazione. L’economia americana dovrebbe impiegare altri 7 milioni di persone per chiudere quel gap, secondo l’Economy Policy Institute, un centro di ricerca di Washington.

Il «record» è effimero quanto inutile a prendere la temperatura del mercato del lavoro statunitense. Un dato molto più importante è la percentuale di americani che ha un lavoro o dichiara di essere in cerca di lavoro, la cosiddetta «participation rate». Quel numero è al livello più basso negli ultimi 30 anni. Un record anche quello, ma negativo.

Paul Ashworth di Capital Economics lo attribuisce all’effetto-crisi che ha convinto molti americani a smettere di cercare lavoro e di accontentarsi di contratti part-time e impieghi occasionali. Il corollario è che la recessione ha spinto milioni di persone ai margini dell’economia e della società. Le conseguenze e i costi di quest’opera di rottamazione umana, che mai si era vista nel dopoguerra, potrebbero essere enormi.

Ma non è solo la quantità di lavoro che è diminuita negli anni bui del dopo-crisi. Anche la qualità ne ha sofferto. Il numero di americani che lavora nelle industrie manifatturiere, edilizie e governative – i tre settori che hanno tradizionalmente pagato i migliori salari – è calata dal 2008 e la crescita nell’occupazione è stata guidata dai servizi – dagli hotel, ai ristoranti, agli ospedali – che pagano molto meno.

E’ un cambio radicale: da un’economia industriale (e governativa) a un’economia dei servizi che cresce ma non retribuisce come nel passato chi vi partecipa – un altro motivo per cui molti americani non vogliono più far parte della forza lavoro.

Non è un caso che i salari medi, a maggio, siano saliti solo del 2,1%, praticamente in linea con il tasso d’inflazione.

La buona notizia, in tutto ciò, è che l’economia Usa continua a crescere senza creare pressioni inflazionistiche grazie, in gran parte, agli esigui aumenti nei salari. Il consenso degli economisti di Wall Street ieri era che la Federal Reserve continuerà a mantenere i tassi d’interesse bassi proprio perché il mercato del lavoro non è ancora in buona salute.

L’altro aspetto positivo è che le aziende sono in una posizione ideale: hanno soldi risparmiati durante gli anni di crescita-zero e la possibilità di assumere senza il pericolo di aumentare i salari. Nel tira e molla storico tra capitale e forza-lavoro, gli ultimi sei anni negli Usa hanno favorito il capitale – un risultato che dovrebbe alimentare la crescita economica nei prossimi anni.

Il problema, però, è a lungo termine. Ormai conosciamo l’America che è uscita dalla recessione, ma che America uscirà da questo periodo di crescita lenta e diversa dal solito?

Ogni supereroe ha la sua nemesi. Per il benessere dell’economia mondiale, bisogna sperare che la crisi del 2008 non si riveli la kriptonite degli Usa.

Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal

La Stampa 07.06.14