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"I tagli hanno distrutto le medie", di Alessandra Ricciardi e Giovanni Scancarello

É l’anello più delicato del sistema d’istruzione e che la politica ha trattato peggio negli ultimi decenni, la scuola media. Ed è da lì che si deve ripartire. Con buon tempismo rispetto all’insediamento del nuovo ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, la Fondazione Agnelli presenta oggi a Roma un nuovo rapporto sulla scuola 2011 tutto dedicato alla scuola media.

Vittima dei tagli, a risorse e personale, ma anche di mancate politiche di riordino. Il rapporto, elaborato in base ai dati Timss, evidenzia come l’Italia sia il paese con il calo degli apprendimenti più netto tra elementari e medie. Se in Norvegia c’è un tasso di crescita di 18 punti su 500 per la matematica, per esempio, l’Italia su ne perde 23. EW non va meglio in scienze, dove ne perde 21. É insomma in questo segmento che si creano quei deficit di apprendimento che poi diventeranno decisivi alle superiori, segnando il destino di molti ragazzi che sceglieranno prima i professionali e poi la dispersione scolastica. E gettando la scuola italiana in fondo alle classifiche internazionali. Di chi è la colpa? Mentre per la primaria e la secondaria si è intervenuti nel tempo, ragiona la Fondazione guidata da Andrea Gavosto, combinando le esigenze di riduzione delle piante organiche con maggiore disponibilità di professionalità a vantaggio della didattica, alle medie sono rimasti tutti alla finestra. E così, «poiché già nella seconda metà degli anni settanta i tassi di scolarità della media avevano raggiunto e superato il 100% al lordo delle ripetenze, gli andamenti demografici declinanti non hanno trovato una compensazione nella maggiore partecipazione scolastica, com’è avvenuto alle superiori». Dal 1985 a oggi, spiegano i ricercatori, la scuola media ha mantenuto fisso intorno a 9 il rapporto alunni-docenti, «a testimonianza di un’elevata capacità di adattamento tra domanda e offerta formativa, assolutamente inusuale per il nostro settore pubblico». Ma nel frattempo la classe docente della scuola media ha subito il processo di invecchiamento più forte.

Mentre l’andamento alle superiori la maggioranza degli insegnanti è compresa tra i 50 e i 60 anni, alle medie la media è tra i 58 e i 60 anni. Se a questo si aggiunge anche l’elemento retributivo, che vede gli insegnanti italiani fra i meno pagati al mondo, sia all’inizio della carriera sia nel suo proseguo, fino al massimo dell’anzianità di servizio, è difficile immaginare come una classe docente che arriva al ruolo tardi e malpagata possa anche coltivare l’entusiasmo dello stare in classe con studenti, i preadolescenti, che vivono tra l’altro i problemi maggiori della crescita. C’è poi un fattore che continua a incidere sulla vita del discente, che è l’elevatissima discontinuità didattica dovuta al cambiamento dei docenti in cattedra da un anno scolastico all’altro.

Nelle scuole medie solo due docenti su tre rimangono nella stessa scuola per un biennio, causa trasferimenti, di città o di scuola. L’effetto di questa discontinuità ha un peso maggiore soprattutto sugli studenti più deboli. A tutto questo va aggiunto che nelle scuole medie la quota di insegnanti precari è maggiore rispetto agli altri gradi di scuola: «Il 20% dei docenti ha un contratto a tempo determinato, contro il 17% alle superiori e il 13% alle elementari». Come dire, piove sempre sul bagnato.

da ItaliaOggi 29.11.11

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“La scuola media bocciata a tutti gli esami”, di Flavia Amabile

La scuola media esce a pezzi dall’analisi della Fondazione Agnelli. Il rapporto del 2011 è tutto dedicato al ciclo intermedio dell’istruzione: 160 pagine di numeri e analisi che descrivono un fallimento. Che altro si potrebbe dire di una scuola da cui 1 professore su 3, se può, scappa? O dove addirittura si trovano insegnanti (quasi uno su dieci) che non esitano a criticare il loro stesso mestiere? Persino un maestro (o una maestra) su 4 delle elementari la considerano un disastro, anche se si tratta di un ciclo superiore e quindi una specie di traguardo a cui aspirare. Nulla, bocciata anche da loro.

Insomma qualcosa non va nelle scuole medie italiane. L’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini probabilmente la considererà per sempre la sua riforma mancata, l’ultima, quella che avrebbe completato la sua opera. Non è detto che gliel’avrebbero permesso nemmeno se il governo Berlusconi fosse rimasto in carica l’intera legislatura ma per non perdere tempo stava preparando una riforma dell’esame di terza media. E comunque alla fine i ragazzi e le famiglie italiane dovranno convivere con la secondaria inferiore ancora per un po’.

Non è un bel vivere a giudicare da quel che si legge nel Rapporto 2011 della Fondazione Agnelli. I professori potrebbero essere i nonni dei loro alunni. Se i docenti italiani sono già i più anziani all’interno dell’Ocse, quelli delle scuole medie detengono il primato assoluto: sono più vecchi persino di quelli delle scuole elementari e superiori italiane, età media dei prof di ruolo di oltre 52 anni, e una loro concentrazione soprattutto nella fascia fra i 58 e i 60 anni. Nessun insegnante di ruolo ha meno di 35 anni. E comunque trovarne è una vera rarità: oggi si diventa di ruolo a oltre 40 anni, il doppio rispetto a quello che avveniva all’inizio degli Anni Settanta.

Quel che più lascia sbigottiti è che i meno soddisfatti della propria formazione sono proprio loro, i prof. Le tecnologie? Il 46% ritiene inadeguata, o poco adeguata, la propria preparazione contro il 39% degli insegnanti delle elementari e il 43% di quelli delle superiori. La multiculturalità? Non ne parliamo: il 44% dei prof delle medie si ritiene non all’altezza rispetto al 27% delle elementari e il 43% delle superiori. Persino per comunicare con i genitori il 47% ritiene di non avere gli strumenti necessari invece del 30% delle elementari e del 45% delle superiori. Stesso discorso per la gestione della classe: il 39% non si ritiene preparato a sufficienza contro il 21% delle elementari e il 36% delle superiori. Come sintetizza il Rapporto, sono «poco attrezzati per affrontare i profondi cambiamenti che interessano gli studenti preadolescenti e l’organizzazione scolastica».

Una simile catastrofe non può non fare vittime. Innanzitutto i preadolescenti italiani vanno a scuola meno volentieri dei loro coetanei stranieri. Solo il 17% dei maschi e il 26% delle femmine di undici anni è contento di stare in classe, un gradimento quasi tre volte inferiore rispetto a quello di Germania e Inghilterra e comunque molto più basso della media europea del 33 e 44%. Ma il gradimento cala ancora se si considerano i ragazzi dopo tre anni di medie. A 13 anni a dirsi contenti di andare a scuola sono solo il 7% dei ragazzi e l’11% delle ragazze italiane. In tutti gli altri Paesi invece, il gradimento aumenta.

Come sempre a rimetterci davvero sono i deboli. «La famiglia continua ad avere un ruolo decisivo e crescente nel tempo – sottolinea l’analisi. Chi ha genitori con al massimo la licenza media ha una probabilità tre volte più elevata di essere in ritardo in prima media e quattro volte più alta in terza media. Chi viene da una famiglia povera ha il 60% di probabilità di essere in ritardo rispetto a chi ha un benessere economico elevato.

E gli immigrati figli di stranieri – nati però in Italia – che iniziano le medie in condizioni di parità rispetto agli italiani possono perdere terreno anche di 3,5 volte entro la terza media. «La scuola media fallisce proprio dove la scuola primaria riesce: contenere l’influenza delle differenze sociali nei livelli di apprendimento», conclude senza sconti il Rapporto.

La Stampa 29.11.11

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