attualità, cultura, pari opportunità | diritti, politica italiana

"I Comuni siano liberi di investire sui centri antiviolenza», di An. T.

Il 30 ottobre del 2013 più di centomila donne con minori al seguito, nel mondo, sono state accolte in un centro antiviolenza. Nello stesso giorno più di dodicimila non hanno trovato rifugio, mentre sono 767 (tra donne e bambini) quelle assistite nei 45 centri italiani. Sono percentuali elevatissime quelle sulla violenza di genere e le cronache contano casi ormai ogni giorno. Così l’Anci e l’associazione nazionale Di.Re (Donne in rete contro la violenza) il 16 maggio scorso hanno firmato un protocollo per istituire un Centro in ogni comune d’Italia. E ieri hanno presentato le linee guida del progetto per creare una collaborazione tra associazioni, comuni e servizi sociali.

«Il primo vero ostacolo – denuncia Alessandro Cosimi, vicepresidente dell’Anci e sindaco di Livorno – sono i finanziamenti. Gli enti locali non devono giustificarsi, come invece avviene, se intendono investire su questo aspetto dell’assistenza. E bisogna spingere con l’Anci perché venga creata una norma che dica che è normale spendere per avere sul proprio territorio un Centro antiviolenza. L’attenzione dell’Anci è totale. Gli eventi cui si assiste ogni giorno sono troppi e troppo brutti, tan- to che si ha l’impressione di non vivere in un Paese civile». Lo dicono anche i dati. Nel 2013 sono state 16517 le don- ne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza Di.Re. Il 20 per cento in più rispetto al 2012. Le donne ospitate nelle Case rifugio sono state invece 563, con un aumento del 14 per cento rispetto all’anno precedente. Sono dati che di- cono anche come l’attenzione al fenomeno ha agevolato l’emersione di richieste d’aiuto che altrimenti sarebbero rimaste nel silenzio.

Il fenomeno ovviamente non riguarda solo l’Italia come si evince dalle rilevazioni del «Global data count», un censimento che viene fatto sui dati raccolti da tutti i Centri antiviolenza del mondo. Percentuali alte anche in Europa come ha registrato la ricerca dell’European Union Agency fatta nel 2014: una donna su tre subisce violenza nel corso della propria vita, il 33% delle donne europee ha subito violenza fisica o sessuale, il 22% ha subito solo violenza sessuale. Secondo l’Istat invece, in Italia una donna su tre subisce violenza, il 32% ha subito violenze fisiche o sessuali, il 24% solo violenza sessuale. Allora che fare. «Fondamentale è il lavoro di Rete – dice Titti Carrano, presidente Di. Re – Le linee guida servono a migliorare la conoscenza degli aspetti culturali e sociali legati al fenomeno». Nelle linee guida sono indicati comportamenti e prassi da seguire per gli operatori come la valutazione del rischio di allontanare subito da casa una donna che subisce violenza, l’attenzione verso i bambini che non devono essere staccati dalle madri vittime di maltrattamenti, lavorare insieme alla donna per un progetto che la allontani dalle violenze domestiche nel rispetto dell’autodeterminazione. Poi c’è il senso del protocollo stipulato tra Anci e Associazione: che è quello di promuovere l’inserimento nei piani sociali di zona di un Centro in ogni ambito territoriale e di una Casa di accoglienza in funzione del numero di abitanti prevedendo finanziamenti congrui, come del resto aveva sollecitato la Comunità europea.

L’Unità 21.03.14

Condividi