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“Allarme scuola. «A rischio l’apertura degli istituti»”, di Chiara Affronte

Palazzo d’Accursio lancia l’allarme per l’apertura delle scuole. «A un mese dall’inizio non sappiamo ancora in quali condizioni ci troveremo, come le apriremo», dichiara l’assessore alla Scuola del Comune Simona Lembi. L’attacco è diretto al governo Berlusconi e al «provveditore» Vincenzo Aiello, con il suo atteggiamento da «scimmietta, non vedo non sento non parlo». «Toni fuoriluogo e sgradevoli» quelli dell’assessore, secondo l’Ufficio scolastico regionale (Usr). Ad Aiello Lembi aveva chiesto un incontro urgente non appena insediata, senza ricevere risposte. Ieri mattina, poi, l’accusa a Ministero e provveditorato di non permettere al Comune di «fare programamzione». Ma una nota dell’Usr ieri sera ha chiarito che circostanze improvvise hanno impedito ad Aiello di incontrare il neo-assessore.

LE RICHIESTE INEVASE
Sul piatto almeno tre questioni: l’impossibilità per 300 babmbini di avere garantito il tempo pieno alle primarie, la statalizzazione di tre scuole (Dall’Olio, Dozza e Guidi) e l’apertura di un nuovo istituto (Buon Pastore, al Savena). La statalizzazione dei tre istituti, che il Comune chiede da anni, rientra nel progetto di completamento degli istituti comprensivi statali che in diversi casi non comprendono le scuole per l’infanzia. «Non abbiamo intenzione di sostituirci allo Stato», chiarisce Lembi. Una questione “morale”, visto che a Bologna solo il 17% degli istituti è statale (la media nazionale è del 58%). Una disparità inaccettabile per l’assessore Lembi, perché lontana dall’ «idea di scuola presente nella Costituzione». Sostanzioso poi l’aspetto economico: una sezione, infatti, con i suoi due insegnati, costa a Palazzo d’Accursio intorno ai 100mila euro, come riferisce la direttrice del settore Istruzione Miriam Pepo. Ma ieri, in serata, con una nota, l’Usr ha gelato l’assessore: «Non ci sono risorse per aprire nuove scuole, statalizzarne altre» e per salvare il tempo pieno.

IL SISTEMA «BOLOGNA»
Il fatto che 300 bambini saranno «senza banco e senza sedia» intacca profondamente il sistema scolastico bolognese, ma anche l’assetto culturale della città, visto che – sottolinea l’assessore – «a Bologna il 65% delle donne lavora e per questo il tempo pieno non è un optional». Inaccettabile quindi, che Ministero e provveditore rimandino la risoluzione dei problemi a settembre, per Lembi, mettendo il Comune nell’impossibilità di capire le cifre in gioco. Intanto Palazzo d’Accursio si cimenta con le «misure-tampone» studiando la possibilità di tariffe agevolate per i nidi a precari e cassintegrati e lavorando a progetti «urgenti» sostitutivi al tempo pieno per la tranche settembre-dicembre e «di qualità» per il periodo gennaio-fine anno.

L’Unità/Bologna, 4 agosto 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    “Parla il pedagogista: «Non si mortifica così il tempo pieno»”, di C. A.

    Quella della ministra Gelmini è una controriforma, non una riforma, per questo condivido e appoggio l’«urlo» di Munch dell’assessore Simona Lembi». Questa l’opinione di Franco Frabboni, pedagogista già preside del corso di laurea in scienze della Formazione, oggi a capo del Cire, Centro interdipartimentale di ricerche educative.
    «Mi pare che il settore scuola in Italia sia intimidito dalle operazioni della Gelmini, per questo saluto con piacere l’assessore Lembi che prende in mano il megafono ricordando che la scuola è un pezzo importante della città», aggiunge Frabboni. Che insiste nel definire «controriforma» il “disegno” della ministra Maristella Gelmini. Viste in quest’ottica, secondo Frabboni, le difficoltà di riapertura della scuola sono «coerenti con la controriforma».
    È evidente, infatti, per il pedagogista, che la Gelmini stia «gambizzando» la scuola pubblica adottando una visione molto «vicina a quella che era di Bush qualche anno fa e che Obama si è subito impegnato a smantellare».
    Di fatto, la «miniaturizzazione» della scuola pubblica per costruire un «sistema di scuola privata laica a pagamento dove il servizio risponde alla domanda individuale». Si tratta, in sostanza, di una «privatizzazione interna alla scuola pubblica». Va da sè che tutte queste operazioni si portano dietro un’incapacità di programmazione. Mentre, oggi, «è necessario rispondere alle domande delle famiglie. come ha sottolineato l’assessore Lembi. Sia per ciò che riguarda la scuola dell’infanzia, quella di fine 900 italiana, «medagliata in tutta Europa», sia per ciò che inerisce il tempo pieno. «Il modello bolognese, quello di Bruno Ciari, è guardato con stima in tutto il mondo, la sua fama è arrivata addirittura in Thailandia». Certo, «non è un modello di marmo: lo si può ridefinire e ridisegnare in linea con le richieste e le ricerche più recenti ma è ormai un’esigenza sociale». Il tempo pieno bolognese, aggiunge Frabboni, «è stato un apripista per altre realtà italiane, è una bandiera della nostra Università la cui conoscenza viene trasmessa agli studenti come un punto fondamentale da padroneggiare». Non può quindi essere così «mortificato».

    L’Unità/Bologna, 4 agosto 2009

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