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“Il “rutto del piovano”: attualità di una metafora!”, di Maurizio Tiriticco

Antonio Piromalli nella prefazione a Letteratura e cultura popolare (Firenze, 1982) scriveva tra l’altro: “Una storia della letteratura italiana deve tenere conto di tutte le particolari strutture inerenti anche alla sua complessa geografia, alle stratificazioni differenziate delle culture locali che spesso contrastano o contestano la cultura accademica, ufficiale, tradizionale; sono – comunque – agenti dell’attività culturale integrale. Le culture popolari di un luogo, di tutti i generi in cui esse si esprimono, hanno dignità pari alle forme della cultura egemone. Tale riconoscimento bandisce, però – avverte saggiamente Piromalli – ogni tentazione di microfilia, di campanilismo, di vanto di ‘rutto del piovano’, di associazione di una cultura chiusa con un tempo di oppressione sì da creare nostalgie e mitologie dell’oscurantismo. Non è raro che si scivoli in qualche mittel, nord, sud assaporando macerazioni, fermenti, esalazioni che non sono mai esistiti e che vivono solo per via di immaginazioni letterarie consolatorie o narcisistiche. La realtà è ben diversa dai vagheggiamenti di languori, di morte estenuata, dal revival di un ducato da operetta o da inferno, dalle ‘isole felici’. Ci riferiamo alle illusioni che i mondi culturali piccoli e lontani siano per se stessi più validi. La geografia storica italiana non è aderente alle regioni amministrative, come talvolta si considera, ma accanto a scomparti, angoli estremamente particolari ha collegamenti, prolungamenti extraregionali che dovrebbero essere diacronicamente descritti in modo da rendere presenze, trasformazioni, arresti, scomparse culturali”. Mi si scusi della lunga citazione, ma mi consente di sostenere che ciò che Piromalli avvertiva come un campanilismo pressoché superato dalla crescita della cultura di base della nostra popolazione appare, invece, oggi, come una preoccupante realtà.

Facciamo un passo indietro. La Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro è del 1963! Si apriva allora il primo non facile decennio della scuola obbligatoria ottonale e coltivavamo in molti, ricercatori come De Mauro, professori di lettere come me, il grande sogno che nel giro di alcuni anni l’analfabetismo sarebbe stato sconfitto e che i giovani italiani, usciti dalla scuola media unificata, dopo otto anni di bain linguistique – per dirla con Laurence Lentin – avrebbero finalmente costituito l’avanguardia dei nuovi parlanti e scriventi nella lingua nazionale! Però… si fa presto a dire lingua italiana! Quella delle grammatiche è una cosa, quella dei parlanti è un’altra cosa, e a ricercatori come De Mauro e Piromalli e ad attori come me questo era allora un dato più che acquisito. Usare una lingua nazionale in quanto lingua di tutti, di cui tutti si possano servire per riconoscersi, socializzare valori, solidarizzare e produrre nel mondo del lavoro, confrontarsi con parlanti “altri” – la Comunità europea cominciava a fare i primi passi – era considerato un obiettivo ed una sfida assolutamente non facile! Erano anche gli anni della Tivvù in bianco e nero, senza veline e grandi fratelli, in cui Lascia o raddoppia premiava memoria e intelligenza e il maestro Manzi recuperava alla nostra lingua anziani vogliosi di misurarsi con se stessi, consapevoli di essere nati con i loro dialetti, ma disposti a impadronirsi di una lingua che li rendesse capaci di intendersi con altri oltre la loro pieve.

Erano gli anni in cui l’Unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo (Saverio Avveduto, Anna Lorenzetto), il Movimento di Collaborazione Civica (Ebe Flamini, Raffaele La Porta, Filippo De Sanctis) e tante altre iniziative anche di origine sindacale creavano in tanti paesini soprattutto del Sud quei centri di lettura e di aggregazione che promuovevano coscienza civile e crescita culturale. Nasceva così da tante esperienze diverse, ma unitarie nelle finalità, quella prima ipotesi che poi sarebbe assurta alla dignità dell’Educazione degli adulti e dell’Educazione permanente! E’ del ’72 quel rapporto Faure che permise una prima sistematizzazione teorica di quelle esperienze educative che interessavano ormai da molti anni non solo il nostro Paese (ricordiamo gli interventi educativi condotti da Bertrand Schwartz con i minatori di Nancy). Mi piace ricordare quel lancio – direi con linguaggio pubblicitario – proposto da Edgar Faure: “Ogni uomo è destinato ad essere un successo e il mondo è destinato ad accogliere tale successo”.
Ricordo tutte queste cose, che hanno fatto crescere milioni di persone impegnate nelle rivendicazioni economiche, le quali acquistavano forza maggiore perché sempre strettamente legate ad una crescita che grosso modo possiamo chiamare anche civica ed educativa. E le 150 ore costituirono un momento esaltante di questa crescita!

Purtroppo ciò che è accaduto dopo è un’altra storia! A poco a poco i Manzi cedettero il posto alla Tivvù deficiente, e l’aggressione di una nuova montante ignoranza – le cui cause sarebbe lungo enumerare e analizzare in questa nota – ha imposto quel progressivo impoverimento linguistico e culturale che tante ricerche anche internazionali denunciano! Ed è così che in Italia – e in quasi tutti i Paesi cosiddetti ad alto sviluppo – solo un terzo della popolazione è in grado di leggere e scrivere nel senso pieno della parola, funzionale, come dicono i linguisti. Ed è un dato più che preoccupante. Oggi, pertanto, è quanto mai necessario che i cittadini tutti posseggano una competenza piena della loro lingua nazionale e di almeno una seconda lingua comunitaria, tanto è forte la necessità di superare i confini del villaggio locale – lungi da noi l’idea di volerlo distruggere – se vogliamo accedere a quel vagheggiato villaggio globale. Se questa è la necessità, e non solo per il nostro Paese, certe assurde iniziative della maggioranza di questa destra nostrana – a cui non può certo attribuirsi l’aggettivo di ‘storica’ – vanno nella direzione opposta e vogliono ridar fiato ai rutti dei tanti piovani dei nostri borghi! I quali, a mio vedere, non sono affatto più disposti a ruttare!

Ritorno al De Mauro del ’63 e… anche del 2009! Caro Tullio! A fronte di tali assurdità, che cosa ti viene da pensare? Tu sei un linguista, hai sempre difeso i dialetti perché portatori di un loro forte spessore culturale che la cosiddetta cultura alta non ha mai capito – o mai voluto – capire! E ci hai sempre insegnato come e perché sia importante, ai fini dello sviluppo/crescita dei nostri cittadini, aiutarli a ritrovare tutti i nessi che corrono, e che si sono come stratificati nel corso del tempo, tra il dia-letto e il pan-letto. Che sarebbe un errore considerare il dialetto come un qualcosa da combattere opponendovi tout court la lingua nazionale. Che il vero insegnante, prima di essere insegnante di italiano o di lettere o di altra disciplina, deve proporsi come un educatore linguistico, per cui deve conoscere e utilizzare quegli strumenti di mediazione didattica (è un aggettivo blasfemo per gli attuali governanti) che gli permettano di far crescere il gruppo classe permettendogli di acquisire la lingua/cultura nazionale come uno sviluppo naturale, direi, del dialetto/cultura locale.

Ne consegue che una valorizzazione del dialetto non costituisce un ostacolo, ma un’occasione, per una graduale e convinta acquisizione dell’italiano. Il che è un’operazione non facile da realizzarsi, perché implica la progettazione di un curricolo linguistico decennale (tale è la durata dell’obbligo di istruzione) da realizzarsi da un team di docenti fortemente coesi nell’azione e nella continuità; tuttavia, gli avvicendamenti indotti dal fenomeno del precariato costituisce un pesante limite all’ipotesi rappresentata. L’assurdo delle operazioni che vengono suggerite dalle dichiarazioni di questi giorni da parte di politici responsabili (si fa per dire) consiste essenzialmente nel fatto che si va ipotizzando un insegnamento del dialetto e della cultura locale in antitesi con l’italiano e la cultura nazionale, che sono viste come limitative allo sviluppo della persona e della comunità in cui cresce, vive ed opera, come strumenti di oppressione di una naturalità che dovrebbe perpetuarsi immune nel tempo. Insomma, invece di una valorizzazione e appropriazione intelligente e propulsiva della cultura della pieve viene proposto il primato della pieve, e da difendere anche con l’erezione di tutti quegli steccati che invece non hanno più ragione di esistere!

Chi avanza tali proposte non conosce la realtà della nostra scuola. Qual è quell’insegnante della scuola dell’obbligo che dal ’63 ad oggi non ha considerato come e perché sia necessario partire dalla coordinate spazio/temporali dell’hic et nunc per sollecitare l’alunno nella progressiva conquista del sé? Quante ricerche sono state effettuate sulla chiesa del quartiere, sulla piazza del paese, ed anche sul fiume che lo bagna, ma anche sui ponti e sulle strade che lo legano al resto del mondo! Ciò è necessario, lo abbiamo fatto e lo facciamo, anche se i leghisti non lo sanno, ma non può diventare esclusivo! Non possiamo riprodurre quell’Italia dei campanili per far sì che guelfi e ghibellini giungano ancora una volta a quello strazio e grande scempio che fece l’Arbia colorata il rosso! Già abbiamo le battaglie sulle spalti degli stadi che non sappiamo come scongiurare! Ed ecco la saccente proposta: dagli all’untore dell’insegnante del Sud che nella sua valigia porta soppressata e caciocavallo e non sa quant’è buona la polenta con gli uzei! E i nostri insegnanti dovranno rispondere ai quesiti di un test lombardo o veneto che sia! La cosa in sé sarebbe risibile se il nostro ministro del Miur non avesse detto: “Discutiamone”.

Insomma, i nuovi untori della scuola non sono solo i didatti e i pedagoghi, ma anche i linguisti! Forse, caro Tullio, ti salvi da questa ostracismo perché la tua Storia linguistica è del ’63! Come sai, e come tutti sappiamo, gli anni dell’oscurantismo partono dal 1968! Ed oggi siamo felicemente all’alba di una nuova era… anno primo dell’era leghista!

Roma, 31 luglio 2009

1 Commento

  1. Tiziana dice

    Ho trovato molto interessante questa lettera aperta di Magris al Ministro Gelmini che vorrei segnalarla a questo sito e ai suoi lettori

    Dante e Verga? Basta. Mi son de Trieste. Ministro, cambiamo i programmi: «El moroso de la Nona» al posto della Divina Commedia.

    Signor ministro,
    mi permetto di scriverLe per suggerirLe l’opportunità di ispirare pure la politica del Ministero da Lei diretto, ovvero l’Istruzione — a ogni livello, dalla scuola elementare all’università — e la cultura del nostro Paese, ai criteri che ispirano la proposta della Lega di rivedere l’art. 12 della Costituzione, ridimensionando il Tricolore quale simbolo dell’unità del Paese, affiancandogli bandiere e inni regionali. Programma peraltro moderato, visto che già l’unità regionale assomiglia troppo a quella dell’Italia che si vuole disgregare.

    Ci sono le province, i comuni, le città, con i loro gonfaloni e le loro incontaminate identità; ci sono anche i rioni, con le loro osterie e le loro canzonacce, scurrili ma espressione di un’identità ancor più compatta e pura. Penso ad esempio che a Trieste l’Inno di Mameli dovrebbe venir sostituito, anche e soprattutto in occasione di visite ufficiali (ad esempio del presidente del Consiglio o del ministro per la Semplificazione) dall’Inno «No go le ciave del portòn», triestino doc.

    Ma bandiere e inni sono soltanto simbo­li, sia pur importanti, validi solo se esprimo­no un’autentica realtà culturale del Paese. È dunque opportuno che il Ministero da Lei diretto si adoperi per promuovere un’istru­zione e una cultura capaci di creare una ve­ra, compatta, pura, identità locale.

    La letteratura dovrebbe ad esempio esse­re insegnata soltanto su base regionale: nel Veneto, Dante, Leopardi, Manzoni, Svevo, Verga devono essere assolutamente sostitui­ti dalla conoscenza approfondita del Moro­so de la nona di Giacinto Gallina e questo vale per ogni regione, provincia, comune, frazione e rione. Anche la scienza deve esse­re insegnata secondo questo criterio; l’ope­ra di Galileo, doverosamente obbligatoria nei programmi in vigore in Toscana, deve essere esclusa da quelli vigenti in Lombar­dia e in Sicilia. Tutt’al più la sua fisica po­trebbe costituire materia di studio anche in altre regioni, ma debitamente tradotta; ad esempio, a Udine, nel friulano dei miei avi. Le ronde, costituite notoriamente da pro­fondi studiosi di storia locale, potrebbero essere adibite al controllo e alla requisizio­ne dei libri indebitamente presenti in una provincia, ad esempio eventuali esemplari del Cantico delle creature di San Francesco illecitamente infiltrati in una biblioteca sco­lastica di Alessandria o di Caserta.

    Per quel che riguarda la Storia dell’Arte, che Michelangelo e Leonardo se lo tengano i maledetti toscani, noi di Trieste cosa c’en­triamo con il Giudizio Universale? E per la musica, massimo rispetto per Verdi, Mozart o Wagner, che come gli immigrati vanno be­ne a casa loro, ma noi ci riconosciamo di più nella Mula de Parenzo, che «ga messo su botega / de tuto la vendeva / fora che bacalà».

    Come ho già detto, non solo l’Italia, ma già la regione, la provincia e il comune rap­presentano una unità coatta e prevaricatri­ce, un brutto retaggio dei giacobini e di quei mazziniani, garibaldini e liberali che hanno fatto l’Italia. Bisogna rivalutare il rio­ne, cellula dell’identità. Io, per esempio, so­no cresciuto nel rione triestino di Via del Ronco e nel quartiere che lo comprende; perché dovrei leggere Saba, che andava inve­ce sempre in Viale XX Settembre o in Via San Nicolò e oltretutto scriveva in italiano? Neanche Giotti e Marin vanno bene, perché è vero che scrivono in dialetto, ma pretendo­no di parlare a tutti; cantano l’amore, la fra­ternità, la luce della sera, l’ombra della mor­te e non «quel buso in mia contrada»; si ri­volgono a tutti — non solo agli italiani, che sarebbe già troppo, ma a tutti. Insomma, so­no rinnegati.

    Ma non occorre che indichi a Lei, Signor Ministro, esempi concreti di come meglio distruggere quello che resta dell’unità d’Ita­lia. Finora abbiamo creduto che il senso pro­fondo di quell’unità non fosse in alcuna con­traddizione con l’amore altrettanto profon­do che ognuno di noi porta alla propria cit­tà, al proprio dialetto, parlato ogni giorno ma spontaneamente e senza alcuna posa ideologica che lo falsifica. Proprio chi è pro­fondamente legato alla propria terra natale, alla propria casa, a quel paesaggio in cui da bambino ha scoperto il mondo, si sente pro­fondamente offeso da queste falsificazioni ideologiche che mutilano non solo e non tanto l’Italia, quanto soprattutto i suoi innu­merevoli, diversi e incantevoli volti che con­corrono a formare la sua realtà. Ci riconosce­vamo in quella frase di Dante in cui egli dice che, a furia di bere l’acqua dell’Arno, aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ag­giungendo però che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare. Sbagliava? Oggi certo sembrano più attuali altri suoi versi: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!».

    Con osservanza

    Claudio Magris
    Corriere della sera 07.08.09

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