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“Noi, il congresso, l’Italia”, di Manuela Ghizzoni

Il congresso che ci attende sarà l’occasione per rilanciare il progetto originario del Partito Democratico. Quella che ci apprestiamo a fare, dovrà essere una discussione serena ma franca, senza ipocrisie, sul partito, sulla sua organizzazione interna e sul suo rapporto con gli iscritti e gli elettori, ma soprattutto sulla nostra identità politica, sulla nostra idea d’Italia, sulle soluzioni che noi proponiamo per i problemi del Paese. Un Paese che sta vivendo una acutissima crisi economica, sociale, dell’etica pubblica.

Tutto, nel primo anno di Governo della destra – anche al netto della crisi – porta il segno meno: meno benessere, meno lavoro, meno opportunità, meno sicurezza, meno investimenti nel sapere, meno risorse per il welfare e gli enti locali. Tra settembre e ottobre la crisi economica morderà ancora più forte, molte piccole e medie imprese sono destinate a chiudere anche per mancanza di liquidità, il tasso di disoccupazione è destinato a salire, così come il debito pubblico, e l’ennesima manovrina anticrisi mostrerà la propria inefficacia, mentre a 120.000 lavoratori pubblici a tempo determinato scadrà il contratto di lavoro e almeno 40.000 precari della scuola, nella scuola non metteranno più piede. Licenziati, e si tratta prevalentemente di donne. In questo scenario difficile si svolgerà il nostro congresso, dal quale dovranno uscire le proposte del PD per il Paese. Riconquisteremo la fiducia degli italiani quanto più saremo credibili nelle proposte e uniti nell’avanzarle. Ecco la mia parola chiave: unità, unità, unità. La stessa che Dario Franceschini è riuscito a dare in questi mesi di segreteria, durante i quali abbiamo finalmente rialzato la testa dal nostro ombelico per guardare in faccia i problemi degli italiani e ci siamo rimessi a parlare come una voce sola di lavoro, di impresa, di costi della politica, di diritti, di povertà, di scuola e università, di sicurezza, di etica della politica. Il segretario in questo ci ha messo coraggio, orgoglio, determinazione e senso di responsabilità nell’assumere decisioni e da queste non derogare, come sulla laicità dello Stato e del partito, su cui da tempo ha pronunciato parole inequivocabili, o sulla collocazione del PD nell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici in Europa.

La guida del partito di Dario Franceschini ha consentito di affrontare una tornata elettorale difficilissima, che noi abbiamo perso, è vero e nessuno lo nega, ma il lavoro del segretario nazionale in questi mesi ha permesso di bloccare l’emorragia di consensi e ci consente ora di ripartire per riconquistare la fiducia degli italiani. Ascoltando l’intervento con il quale Dario Franceschini ha presentato, a Roma, la sua mozione congressuale mi sono sentita a casa; mano a mano che il segretario ci proponeva le sue cinque parole chiave per il PD e per l’Italia – “fiducia, regole, uguaglianza, merito e qualità” – ho provato una sensazione di piena sintonia. Mi sono sentita a casa mentre Franceschini parlava di un patto fra generazioni e generi, della fiducia nei nostri talenti, della ricostruzione dell’identità del nostro campo, dell’opposizione netta e determinata per contrastare le scelte scellerate del Governo, delle nostre proposte per fronteggiare la crisi. Mi sono sentita a casa mentre parlava di partito plurale, aperto a quanti desiderano spendersi in un’esperienza di partecipazione politica e civica perché credono al progetto del partito democratico; un partito insediato nei territori, che ne intercetta gli umori, che ne ascolta e interpreta le istanze.

Questo è il PD del Segretario Dario Franceschini, questo è il PD che serve all’Italia, questo è il Pd che io sostengo perché è il naturale proseguimento della mia storia politica, delle nostre storie politiche, questo è il PD che guarda in faccia il futuro.

Newsletter di agosto www.manuelaghizzoni.it

1 Commento

  1. Adduso dice

    Speriamo.

    Conosco il PD indirettamente, per tramite una persona che da anni è in prima fila in trincea sul territorio.

    Ma troppo spesso le sento dire che non riesce più a “tapparsi il naso” con “certe persone delle zona”.

    Eloquente della situazione è una frase che mi ha raccontato essersi sentita rispondere una volta durante la campagna elettorale per il PD da una persona (tradotta dal dialetto): “quando devo votare per il mezzadrio, voto per il padrone”.

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