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“Chi gioca coi salari”, di Chiara Saraceno

Piuttosto che trastullarsi con l´idea delle gabbie salariali il governo dovrebbe intervenire sulla indegnità di “gabbie territoriali di beni pubblici”, di cui è non marginale responsabile anche il ceto politico locale, presente e passato, spesso con l´uso improprio (clientelare) della Cassa per il Mezzogiorno. Lo stesso ceto che, in barba non solo alle gabbie salariali, ma anche ad ogni criterio di produttività, si assegna lauti compensi per il proprio malgoverno senza che nessuno pensi autorevolmente di intervenire. Dopo i sindacati, anche Confindustria ha osservato che già ora i salari ufficiali sono differenziati per ambito territoriale, anche dopo l´abolizione delle gabbie salariali: perché le aziende più grandi, dove i salari sono in media più alti, sono più diffuse al Nord e perché qui è anche più diffusa la contrattazione aziendale.
Viceversa, aggiungo io, al Sud è più diffusa, soprattutto nelle piccole aziende, la pratica di distinguere tra busta paga ufficiale e salario effettivo, con il secondo più o meno sostanziosamente più basso del primo. Fosse solo per questi motivi, non si capisce la ragione per cui il presidente del Consiglio si accoda a Bossi nell´auspicare la reintroduzione delle gabbie salariali, proprio nel momento in cui si autonomina a capo della riedizione della Cassa per il mezzogiorno.
Ma ci sono altri motivi, oltre a quelli di uno stato davvero liberale che non fissa per legge i limiti salariali e i loro confini geografici, che devono indurre a respingere ogni velleità di re-introduzione di salari territoriali. Il primo motivo è che le differenze del costo della vita non riguardano solo le grandi ripartizioni territoriali. Altrettanto grandi sono le differenze tra aree metropolitane, grandi città e piccoli comuni. Ad esempio, secondo i calcoli dell´Istat, lo stesso paniere di beni essenziali costa circa 195 euro in più al mese in un´area metropolitana del Nord rispetto a una del Sud e isole, ma anche 76 euro in più rispetto a un piccolo comune sempre del Nord. Per motivi di coerenza, occorrerebbe quindi differenziare i salari anche all´interno di ciascuna area territoriale. Il secondo motivo, più importante, è che non basta tenere conto del costo della vita misurato sui consumi quotidiani e abitativi per comparare il valore dei salari nelle varie zone del paese. Occorre tenere conto di almeno due altri elementi. Il primo è la quantità e la qualità dei beni pubblici disponibili nei vari territori: scuola, sanità, infrastrutture, trasporti, sicurezza, efficienza della pubblica amministrazione e così via. Anche questi, infatti, entrano nella valutazione del benessere dei singoli e delle famiglie, integrando le economie famigliari o viceversa, quando sono assenti o di cattiva qualità, rappresentando un costo aggiuntivo. Il secondo motivo è che il valore del salario non va rapportato solo al costo della vita, ma anche al numero di persone che di esso deve vivere. È noto che nel Mezzogiorno non solo i salari sono mediamente più bassi che nel Centro-Nord (e lo stesso vale per le pensioni), ma devono bastare per famiglie mediamente più grandi, tanto più che, vista la situazione del mercato del lavoro, nel Mezzogiorno sono meno diffuse le famiglie con due o più percettori.
Secondo i dati dell´indagine europea sulla condizioni socio-economiche delle famiglie, tra le famiglie il cui reddito principale è da lavoro dipendente, quelle del mezzogiorno hanno un reddito medio netto, tenuto conto anche del possesso dell´abitazione, del 20,4% inferiore a quelle del Nord. Uno scarto superiore al 16% complessivo di differenziale nel costo della vita rilevato da Istat e Banca d´Italia che ha scatenato la polemica di questi giorni. Gli scarti sono particolarmente accentuati per alcuni tipi di famiglia, per altro più diffusi nel Mezzogiorno rispetto ad altre aree del paese. Una famiglia di quattro persone ha un reddito netto pari al 67,4% di una famiglia analoga del Nord e al 69% di una del Centro. Se ci sono due figli minori, il reddito famigliare è pari al 65% di quelle analoghe del Nord. Non stupisce che l´incidenza della povertà assoluta, misurata tenendo conto del costo della vita, sia più che doppia nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.
Ma è soprattutto la diversa quantità e qualità dei beni pubblici a fare la differenza. Sappiamo come la scuola abbia sia infrastrutture che prestazioni più basse nel Mezzogiorno. I servizi per l´infanzia sono scarsi e spesso a metà tempo, così come la scuola elementare. Di conseguenza, anche a fronte dell´esistenza di forti rischi ambientali, molte famiglie a reddito modesto preferiscono mandare i figli ad imparare un mestiere anche a scapito di un impegno scolastico di cui non vedono i benefici. Sappiamo anche che, nonostante alcune eccellenze, il servizio sanitario è spesso così scadente da costituire un rischio per la vita e da incoraggiare, in chi può, un turismo sanitario interregionale, con i costi aggiuntivi che questo comporta. A sud di Roma, i trasporti ferroviari e le autostrade assomigliano spesso a quelli di un paese del Terzo mondo. E l´efficienza della pubblica amministrazione è molto inferiore alla media, pur non eccelsa, nazionale.
Piuttosto che trastullarsi con l´idea delle gabbie salariali il governo dovrebbe intervenire sulla indegnità di “gabbie territoriali di beni pubblici”, di cui è non marginale responsabile anche il ceto politico locale, presente e passato, spesso con l´uso improprio (clientelare) della Cassa per il Mezzogiorno. Lo stesso ceto che, in barba non solo alle gabbie salariali, ma anche ad ogni criterio di produttività, si assegna lauti compensi per il proprio malgoverno senza che nessuno pensi autorevolmente di intervenire.

La Repubblica 11.08.09

1 Commento

  1. La Redazione dice

    “Redditi e lavoro: nel Sud le donne sono già in gabbia”, di Jolanda Bufalini

    L’occupazione è ai minimi perchè senza servizi sociali sono loro a «reggere» il welfare familiare. E questo depotenzia la capacità di produrre di un’intero settore del Paese . In gabbia nel Mezzogiorno ci sono le donne. In questo caso, però, la gabbia non è quella salariale ma quella delle mura domestiche: se nel Centro Nord infatti le donne che lavorano sono il 56%, nel Sud sono il 31,4. Non solo, nel periodo che va dal 2000 al 2008 l’incremento dell’occupazione femminile è stata di tre punti mentre nel resto del paese si è passati dal 49,7 al 56. Non lo sapevamo ma nel sud dello Stivale vige ancora la società patriarcale raccontata da Pietro Germi in Divorzio all’italiana nel 1961?
    Non sembra che sia così, intanto perché le ragazze del Sud sono brave a scuola: raggiungono il diploma e non abbandonano i banchi come fanno i loro coetanei maschi. E poi perché il lavoro lo trovano. Magari è un co.co.co. (sono molte di più le ragazze dei ragazzi ad accettare il lavoro atipico e sono il 22% in più al Sud rispetto al Nord i contratti flessibili). Poi perché le differenze ci sono anche nel Mezzogiorno, in Sardegna per esempio, così come in Abruzzo o in Molise, le percentuali di occupazione femminile vanno dal 40 al 50%. Ma in Sicilia non si supera la soglia del 30 e in Campania siamo intorno al 20%.
    Il problema è che lasciano il lavoro o smettono di cercarlo dopo i 25 anni, nell’età in cui per continuare avrebbero bisogno di un aiuto per allevare i bambini. Ma non si facciano illusioni i fautori di una società tradizionale, quelle che oggi si chiamano «aree sottoutilizzate» sono anche le aree più vecchie: molti anziani, pochi nuovi nati, molti giovani (quelli che hanno un titolo di studio) – come ha mostrato il rapporto Svimez – che emigrano. Ecco il cocktail venefico che le gabbie salariali rischiano non di risolvere ma d aggravare. Ieri la Cgia di Mestre sosteneva «dato che i lavoratori del Nord guadagnano mediamente il 30% rispetto a quelli del Sud e Bankitalia ha affermato che il costo della vita è del 16% circa superiore al Nord rispetto al Sud. L’introduzione delle gabbie salariali dovrebbe far recuperare al Mezzogiorno circa 14 punti». Ma sono i redditi familiari quelli che abbassano il potere d’acquisto delle famiglie palermitane o napoletane. Se il reddito medio annuo di una famiglia italiana è di circa 27mila euro, nel centro-nord supera i 30mila nel sud si attesta sui 22.500.
    E le difficoltà sono aggravate dalle inefficienze pubbliche: nel Sud il 20% delle famiglie si trova in difficoltà per le spese mediche contro il 5% delle famiglie che hanno difficoltà analoga nel Nord e una percentuale simile riguarda le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese.
    Qual è il differenziale salariale che potrebbe favorire lo sviluppo? Forse Bossi vuole il Terzo mondo in casa? In realtà, spiega il rapporto annuale 2008 del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica «la qualità della vita dei cittadini e la propensione delle imprese a investire sono strettamente correlate».
    Asili nido, anziani, istruzione, lotta alla dispersione scolastica, efficacia dell’assistenza sanitaria, oltreché smaltimento dei rifiuti e approvvigionamento idrico senza spreco di’acqua. Sono tutte indicazioni del trattato di Lisbona. E sono anche cose nelle quali l’Italia non è all’anno zero . Gli asili nido sono molto aumentati in Italia nell’ultimo decennio ma nel Nord i bambini che ne usufruiscono sono il 15% mentre al Sud sono il 4,2. Eppure in Basilicata e in Molise nel 2007 era stato raggiunto il 100% dell’obiettivo di Lisbona per la cura dei bambini. In Calabria raggiunto l’obiettivo dell’85% nelle politiche sui rifiuti e in Sardegna si era molto investito nell’istruzione superiore.

    L’Unità 11.08.09

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