lavoro

Epifani: “È stata una bella pagina di lotta chi criticava si deve ricredere” , di Roberto Petrini

E’ stata una protesta assolutamente pacifica, anzi i rischi li hanno corsi i lavoratori. Non siamo in Francia. Il leader della Cgil: molte aziende resistono, ma c´è chi approfitta della crisi per tagliare.
L´Innse, un´azienda sostanzialmente sana rischia di chiudere i battenti lasciando sul lastrico i suoi dipendenti. Così un sindacalista della Fiom e alcuni operai, si asserragliano su una gru, dopo otto giorni la spuntano, arriva un compratore e il posto di lavoro è salvo. Come giudica questa vicenda il segretario generale della Cgil? Una vittoria? Un campanello d´allarme?
«E´ una vittoria di questi lavoratori – risponde Guglielmo Epifani – perché hanno creduto nella propria lotta e hanno avuto argomenti forti da spendere. Sono stati costretti ad una forma di protesta dura e pericolosa ma alla fine hanno avuto ragione. Molti li hanno derisi e hanno avuto torto: Innse era un´azienda che aveva un futuro. Bisognerebbe dare atto a questi lavoratori del loro comportamento, come pure all´azione della Fiom, che spesso viene dipinta come un sindacato radicale, e che invece ha dimostrato che si può esser fermi nei principi e al tempo stesso fare un accordo che salva l´azienda e l´occupazione. Mi piacerebbe che questa circostanza ora fosse riconosciuta dagli autorevoli commentatori che hanno irriso al sindacato “vecchia maniera”. Invece è stata una bella pagina di lotta operaia».
Ora c´è la Cim di Marcellina, pochi chilometri da Roma, dove in sette sono su un ballatoio a 40 metri d´altezza. C´è chi teme che si arrivi ai sequestri dei manager come in Francia. Si rischia una escalation?
«Al contrario. Si temeva che in Italia accadesse quello che è accaduto in Francia, invece questa forma di lotta è assolutamente pacifica, semmai il rischio lo corrono solo i lavoratori. Certo ci può essere la tentazione ad emulare e quando vedo lavoratori esposti ad un rischio non si può che essere in grande apprensione. Ma gli imprenditori devono avere un maggior senso di responsabilità, non bisogna costringere i lavoratori a queste forme estreme. Non bisogna fare speculazioni sulle aree, bisogna avere un senso alto del dovere dell´imprenditore e della sua responsabilità sociale».
Le atmosfere che emergono da questa vicenda ricordano un film di Ken Loach, dalla protesta esemplare, alla desertificazione industriale, al declino della classe operaia. Da più parti negli ultimi anni si è data per scontata la fine del modello fordista e l´avvento dell´economia immateriale. Pensa che sia necessario un ripensamento?
«Si è scambiata la trasformazione di fare fabbrica e azienda con la fine della classe operaia e della sua centralità. Si è data una lettura ideologica di queste trasformazioni da parte di quella sbornia liberista che spero, con la crisi, sia stata definitivamente messa alle spalle. Anche per questo è importante la lezione Innse».
Dalla vicenda sembrano scorgersi altri aspetti, ad esempio c´è il rischio che la crisi internazionale sia l´occasione per ristrutturazioni ingiustificate o azioni speculative da parte delle imprese. Il capitalismo italiano come sta reagendo alla crisi, gioca bene o male?
«Devo dare atto a molti imprenditori di avere gestito la crisi con grande responsabilità. Molti stanno facendo di tutto per non chiudere, ma ci sono anche imprenditori che approfittano della crisi per tagliare. Tutte e due la facce, c´è imprenditore e imprenditore, banca e banca. Quello che conta è che in queste ore ci sono tanti segnali negativi, dall´indotto Fiat di Melfi, ai casi delle Marche, al futuro di Porto Torres, di Termini Imerese e delle altre aziende a rischio».
La Lega cavalca senza mezzi termini la difesa del potere d´acquisto del Nord, la sinistra estrema chiede il ritorno della scala mobile, la base operaia sceglie forme di lotta eclatanti ed autonome. Scorge un pericolo per il sindacato?
«Naturalmente una fase di crisi espone anche il sindacato a tanti rischi, però l´importante è tenere una rotta. La Lega non ha detto un parola per difendere l´occupazione a Milano: divide il paese e non è così che si difendono i più deboli e si danno risposte giuste ai più forti».
Il governo ha fatto poco anche in questa crisi della Innse, dove il ruolo principale è stato del Prefetto. L´autunno sarà piuttosto duro: quali sono le urgenze?
«Sull´Innse non esce bene la Regione, e sono stati assenti anche gli altri enti locali. E´ vero che il governo ha fatto poco per questa crisi del paese. C´è un rallentamento della domanda internazionale che va sostituita con la domanda interna di consumi e di investimenti. Se questo non avviene il paese uscirà dalla crisi molto più lentamente di quello che è necessario».
La Repubblica 13.08.09

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Favola di Ferragosto di Massimo Gramellini

    Letta con gli occhiali un po’ scontati con cui di solito si guardano queste cose, la vicenda della Innse – ultimo residuo della storica Innocenti – sembra l’anticipo di un autunno bollente.

    La storia di un gruppo di operai che piega il «padrone» con un’azione clamorosa, indicando a sindacati e «compagni» dell’Italia intera la lotta radicale come unica arma di difesa contro lo tsunami di chiusure e licenziamenti che potrebbe abbattersi sul nostro sistema industriale a ottobre. Se invece si prova a illuminare la scena con la lanterna della curiosità, gli eventi di Milano assumono un significato ben diverso e fanno emergere, nel bel mezzo di una crisi globale che ha incattivito tutti, le figure tradizionali e in fondo rassicuranti del presepe italiano.

    Anzitutto l’Operaio Buono, il Cipputi che dopo un lungo declino anche mediatico torna alla ribalta nei panni dell’eroe positivo. I quattro dipendenti non più giovanissimi che salgono su una gru per impedire fisicamente lo smontaggio delle macchine, e quindi lo sbaraccamento dell’azienda, hanno scelto una protesta d’impatto ma non una strategia luddista. A differenza dei colleghi belgi, inglesi e francesi, non hanno picchiato manager né distrutto attrezzature: semmai si sono battuti per preservarle.

    Poi c’è il Sindacalista Amico, che sale sulla gru con i ribelli, condividendo i disagi e i rischi della protesta, anziché restarsene in cortile a tramare qualche compromesso al ribasso dietro le loro spalle. Al presepe va aggiunta l’immaginetta della Negoziatrice, una sindacalista che non tratta per svendere la resa in cambio di soldi, ma gestisce le trattative per il cambio di proprietà. Anche il Nuovo Padrone è una figura dell’Italia migliore: l’ex operaio diventato industriale, con la pancetta e il capello bianco ma con le mani callose che non dimenticano il passato. Il quadro si completa coi personaggi di contorno: dall’operaia in pensione che torna in fabbrica per preparare i panini ai rivoltosi, fino ai proprietari dei terreni e ai residenti della zona che si accontentano di un centro commerciale più piccolo pur di non allargarlo a scapito di quella fabbrica che dà il pane a cinquanta famiglie e lustro al quartiere intero.

    La morale della favola di ferragosto è che esiste un modo tutto italiano (sarei tentato di dire democristiano) per affrontare lo tsunami in arrivo: quel misto di temerarietà temperata dal buon senso, slanci di umanità e predisposizione naturale al compromesso che nei momenti difficili questo strambo Paese altrimenti autodistruttivo riesce ancora a esprimere, quasi sorprendendosi di se stesso.
    La Stampa 13.08.09

I commenti sono chiusi.