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Scuola, Bastico: “Dialetto? Una Boutade, trascurati problemi veri”

Dichiarazione di Mariangela Bastico, responsabile scuola del Pd e candidata segretario PD Emilia-Romagna.

Il solito repertorio ferragostano di Bossi colpisce due simboli dell’unità d’Italia: l’inno nazionale e la scuola pubblica, che ha insegnato a leggere e a scrivere a milioni di italiani analfabeti e che ha creato la lingua nazionale. Insomma che ha contribuito a fare l’Italia.
E’ un attacco grave che distoglie l’attenzione dai problemi veri del Paese e dalle promesse non mantenute della Lega.

Infatti, Bossi dovrebbe spiegare agli italiani perché il Governo non sta minimamente procedendo all’attuazione della legge sul federalismo fiscale, perché ha assunto solo provvedimenti centralistici, tagliando risorse agli enti locali, soprattutto a quelli virtuosi, e servizi fondamentali per i cittadini.
Con la boutade sul dialetto vuole far perdere di vista i problemi reali: i durissimi tagli subiti dalla scuola pubblica, il licenziamento di tanti precari, la sparizione degli insegnanti specialisti di inglese nella scuola elementare, la riduzione delle ore di lingue europee nella scuola media, la sparizione dell’insegnamento della seconda lingua europea (francese, spagnolo, tedesco) alle medie, salvata in extremis da una sentenza del Tar.

I ragazzi italiani sono e devono sentirsi sempre più cittadini europei e non solo. Il mondo è il palcoscenico in cui devono sapersi muovere e confrontare, non tanto e non solo le valli alpine. La scuola italiana deve rafforzare l’insegnamento e l’apprendimento delle lingue straniere. Questa è la priorità, non certo l’insegnamento del dialetto!

Peraltro Bossi ignora che varie scuole, utilizzando gli spazi dell’autonomia, hanno sviluppato percorsi di apprendimento della storia, delle tradizioni e della lingua locale, senza bisogno che Bossi glielo indichi dal palco di un comizio, anche qui dimostrando la sua poca fiducia nella professionalità dei docenti e nell’autonomia scolastica.

2 Commenti

  1. Eleonora dice

    Non sono una docente, ma condivido quello che scrive questo professore di Alessandria su La Stampa

    A scuola insegneremo confusione
    Edgardo Rossi

    Di fronte alla protervia e all’ignoranza di un movimento politico che vorrebbe imporre lo studio obbligatorio dei dialetti e la nascita dei cosiddetti inni regionali, voglio dire due cose. Punto primo. In Italia esistono: 13 gruppi linguistici gallo italici, 5 gruppi linguistici veneti, 1 gruppo definito varianti del dialetto toscano, 4 gruppi dei dialetti centrali, 5 gruppi dei dialetti meridionali intermedi, 6 gruppi linguistici siciliani, 2 gruppi linguistici corsi. A tali gruppi vanno aggiunte 13 minoranze linguistiche riconosciute con legge 482 del 1999. Già così la mappa risulta variegata, ma se si vuole essere ancora più precisi si scopre che i vari gruppi si dividono in sottogruppi spesso estesi solo in ambiti locali. Restando su un piano regionale basterebbe ricordare che in Piemonte sono riconosciuti: l’astigiano, il torinese, il cuneese, il vercellese, l’alessandrino, il monferrino, il langarolo, il valsesiano, il biellese, il canavesano. Si può affermare per difetto che nel nostro Paese esistono 261 parlate diverse. Verranno attivati tutti gli insegnamenti di tali parlate o ne verrà privilegiata qualcuna?
    Secondo. Viene proposto il coro Va’, pensiero come inno del nord. Tratto dal Nabucco di Verdi (1842), è cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia. I versi di Temistocle Solera sono ispirati al salmo 136 della Bibbia, noto come Super flumina Babylonis. Il testo fu, nel corso del Risorgimento, considerato un messaggio patriottico, facile riconoscere una similitudine tra gli Ebrei prigionieri dei Babilonesi e gli Italiani oppressi dagli Austriaci. Non capisco perché tale coro dovrebbe identificare meglio l’Italia o una parte di essa. Quando non si hanno sufficienti conoscenze si confondono i simboli e così Fetonte, fulminato da Zeus per la sua incompetenza nel guidare il carro solare e caduto nei pressi del Po (Eridano per i Greci), diventa un gigante dormiente simbolo dell’orgoglio padano.
    Questo inutile sfoggio di ignoranza in realtà nasconde ben altre intenzioni, e mi pare che di leggi pericolose e poco rispettose della dignità umana siano state licenziate in questi ultimi tempi, per cui ben più gravi sarebbero i motivi del contendere, ma non si può sempre tacere di fronte a dichiarazioni lanciate con tanta sicumera.
    Docente di filosofia, Alessandria

  2. “LA PAROLA NEL VILLAGGIO GLOBALE”, di Alberto Asor Rosa

    Risposta al ministro Zaia: i dialetti sono una straordinaria ricchezza minoritaria in tempi di integrazione e comunicazione universale

    Ho l’impressione che il Ministro Zaia ed io non c’intendiamo: forse parliamo due lingue diverse. Non c’è alcun dubbio per me sul ruolo esercitato dai dialetti nella storia della cultura e dell’identità nazionale italiana. Mi spiace ripetermi, ma nella mia recente Storia europea della letteratura italiana questo gioco d’integrazioni e rimandi non solo fra dialetti e lingua italiana ma fra culture e identità locali e identità e cultura nazionale è tenuto continuamente presente ed è considerato non un limite ma una ricchezza, una peculiarità italiana in campo europeo. Questo gioco arriva fin quasi ai nostri giorni. Basti ricordare i deliziosi versi in friulano del giovane Pasolini, fondatore dell’«Accademia furlàn», o i suoi successivi (meno felici) esperimenti nel romanesco dei Ragazzi di vita; o l’uso sapientissimo di vari dialetti italiani da parte di un grande come Carlo Emilio Gadda (e fra i più recenti, come non citare un poeta eccezionalmente veneto come Zanzotto?).
    Questo gioco, e dialettica d’integrazioni e rimandi va però – sempre – considerato nella sua complessività. Non c’è mai stato in Italia un autore dialettale – da Ruzante a Goldoni a Porta a Belli a De Filippo a Tessa a Marin – che si sia considerato antagonistico alla contemporanea letteratura in lingua italiana, con la quale del resto le integrazioni e i rimandi sono stati sempre per ognuno di loro poderosi; e non c’è mai stata un’isola dialettale regionale, che abbia rivendicato per sè la dignità di lingua alternativa all’italiano, neanche il sardo, che pure, a differenza degli altri idiomi italiani, non è un dialetto ma una lingua (già, chi sa perché di questo nessuno parla).
    Oggi la situazione è ancora più chiara: perché la presenza dei dialetti si è, in ogni senso, drasticamente contratta, divenendo decisamente minoritaria; e perché, al contrario, le esigenze di una comunicazione larga ed universale sono enormemente aumentate. Per decine di milioni di italiani la famosa «lingua madre» è ab origine l’italiano: i miei nipoti parlano l’italiano, perché i loro genitori parlavano in casa l’italiano, perché i loro compagni di classe parlano l’italiano, perché i loro libri sono scritti in italiano, perché gli speakers televisivi si esprimono (più o meno) in italiano. Se mai, se proprio un Governo decidesse di occuparsi di questioni linguistiche, ci sarebbe un problema di filtraggio, irrobustimento ed arricchimento della lingua italiana comunemente parlata, spesso imbastardita dall’uso e poco corretta dalla scuola. In tempi d’immigrazione di massa – e dunque, come si dice, d’integrazione – sarebbe opportuno che qualcuno se ne occupasse; e invece nessuno ne parla.
    Voglio dire insomma che nella storia italiana le particolarità locali, anche quelle di natura linguistica, sono sempre state ricondotte nell’alveo di una possente spinta unitaria: le due cose non possono non stare insieme, pena la dissoluzione della compagine nazionale e un ritorno all’indietro verso una situazione ferina, tribale, che peraltro, ripeto, in Italia non c’è mai stata. A questo fine portare i dialetti nelle scuole come materia di insegnamento non si può e non si deve: non si può perché non esistono né il dialetto padano (figuriamoci) né quello lombardo né quello veneto, ecc. ecc., ma, per quel tanto che ne resta, il milanese, il varesotto, il pavese, il trevigiano, il padovano, il veneziano, fino alla infinita polverizzazione di ogni borgo e di ogni villaggio; non si deve perché il dialetto, ovviamente, è per sua natura mobile e incostante, sregolato e fiero di esserlo,e regolarlo significherebbe finire di ucciderlo. Altre potrebbero essere, se ci fossero interlocutori capaci di meditarle, le iniziative a sostegno della tradizionale creatività dialettale (senza scadere mai, neanche in questi casi, nel folklore).
    Come spesso capita di questi tempi (Berlusconi docet), il Ministro Zaia, partendo da una discussione sui massimi principi, approda alla fine a due proposte modeste, anzi minimali, sulle quali neanche sono d’accordo, e per onestà intellettuale voglio dire perché: 1) la segnaletica stradale è un esempio tipico di linguaggio universale, che serve a tutti, italiani di tutte le varietà regionali, turisti stranieri, immigrati, ecc. ecc.: si serve perciò della lingua più comune e universale a disposizione, nel caso nostro quella italiana.
    2) Sconsiglierei vivamente i produttori di «radicchio di Treviso» dall’accompagnare la denominazione italiana con quella dialettale: «radicio trevisan»: si rischierebbe la rapida dequalificazione del prodotto al di qua della linea dell’Adige e al di là della linea del Tagliamento, con effetti nefasti per quella economia.

    da L’Unità, 17 agosto 2009

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