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“Le scuole aprono, le incognite restano”, di Paola Fabi

Alla vigilia dell’apertura dell’anno scolastico restano irrisolti molti nodi e i sindacati annunciano un autunno caldo
Non sarà facile il prossimo anno scolastico. Lo hanno ben presente i presidi, alle prese con l’organizzazione delle classi e delle scuole stesse, e i sindacati che già annunciano un autunno caldo.
I tagli, voluti dal ministro Tremonti e accettati dalla Gelmini, porteranno un vero putiferio negli istituti scolastici: meno docenti nelle aule, accorpamento di queste ultime a fronte di un aumento della popolazione studentesca, meno personale non docente, chiusura di plessi scolastici soprattutto di quelli situati in territori marginali.
Una situazione difficile, come hanno evidenziato a più riprese anche le Regioni, e che rischia di mettere in discussione lo stesso diritto allo studio.

L’ultimo capitolo è stato scritto ieri: i tagli al personale non docente sono ormai legge dello stato e i tagli del 17 per cento degli assistenti amministrativi, assistenti tecnici e collaboratori scolastici sono interamente confermati.
Quindi, per tre anni consecutivi, a partire dal prossimo primo settembre, spariranno circa 14mila posti di personale Ata: in tutto 42mila unità.
Un piano attuativo che si abbatterà totalmente sul personale precario (come del resto anche quello che prevede 87mila insegnanti in meno): un lavoratore Ata della scuola su tre viene infatti annualmente richiamato in servizio a settembre, dopo la scadenza del suo contratto avvenuta al termine dell’anno scolastico precedente.
Un piccolo esercito di lavoratori precari, circa 80.000 persone su 250.000 totali, che si aggiunge ad almeno altri 120.000 docenti supplenti.
Senza considerare le altre decine di migliaia di lavoratori chiamati per le cosiddette supplenze brevi.

A lanciare l’allarme sono, ovviamente, i sindacati: le conseguenze saranno pesanti e le ripercussioni maggiori si avranno nelle amministrazioni scolastiche che si ritroveranno con uno-due unità di personale in meno per istituto.
I rischi sono evidenti: meno sorveglianza negli oltre 10.000 istituti italiani, ma addirittura sono a rischio l’apertura e la chiusura dei plessi scolastici più piccoli e decentrati.

Il regolamento pubblicato ieri sulla Gazzetta ufficiale, comunque, prevede anche una novità: il preside potrà utilizzare personale di ruolo per coprire i posti vacanti. Il risparmio sarebbe assicurato perché al personale spetterebbe al massimo la metà del compenso assegnabile al personale precario. Ai rappresentanti sindacali di ogni istituto spetterà quindi la definizione delle modalità di adozione di questo meccanismo. A farne le spese saranno, in ogni caso, i lavoratori inseriti nelle lunghe liste d’attesa per essere assunti. E difficilmente i sindacati di categoria saranno d’accordo.

Ma intanto le persone che si ritroveranno senza lavoro che faranno? Il 5 agosto scorso il ministero dell’istruzione ha firmato una convenzione con l’Inps che permetterà a circa 16.000 docenti e ad altre migliaia di lavoratori non di ruolo di percepire mensilmente una cifra vicina alla metà dello stipendio. Il provvedimento, però, è slittato a settembre e il rischio è che si inizi l’anno scolastico con una situazione ancora tutta da definire.
Inoltre, un nodo rimane ancora irrisolto: quello della partecipazione delle regioni attraverso il finanziamento di progetti di sostegno alla didattica che vedrebbero impegnati proprio i lavoratori rimasti senza impiego. Solo un terzo delle regioni avrebbe dato la disponibilità. Questi mini-stipendi potrebbero quindi venire erogati con entità economiche diverse, proprio per i contributi diversi forniti dai governatori.

da Europa

1 Commento

  1. dal Corriere della Sera, pagine di Roma “Al via la nuova organizzazione delle cattedre”, di Flavia Fiorentino
    Nemmeno l’immobile caldo di questi giorni scoraggia insegnanti e precari della scuola ansiosi di conoscere le destinazioni del prossimo anno, l’esito dei ricorsi, le assegnazioni di cattedre o i trasferimenti. In via Pianciani, all’ex provvedirato dove gli uffici sono deserti, è un via vai di persone che puntano direttamente alle bacheche dove è appeso, tra centinaia di fogli, anche il loro destino.
    I tagli, si sa, faranno sentire il loro effetto proprio da quest’anno sia sulla didattica che in termini di posti di lavoro. E le conseguenze sono impensabili. Dopo anni di supplenze, nel 2006 Marina è finalmente entrata in ruolo per insegnare tecnologia negli istituti professionali ma adesso il ministero, per evitare assunzioni in altri comuni della provincia, l’ha trasferita a Guidonia: le sue ore «romane» le hanno divise tra gli altri docenti più anziani rimasti nella scuola. Lei, madre di due bambini, ha fatto ricorso per tornare a Roma ma l’alternativa, per cumulare le 18 ore settimanali da contratto, è farne 6 in tre istituti diversi. Una manovra che, a cascata, andrà a penalizzare, fino ad estrometterli dal sistema scolastico, gli insegnanti precari che si nutrivano proprio di quegli spezzoni di ore, da quest’anno assegnati a docenti di ruolo. L’ unica speranza è che alcuni colleghi rifiutino di lavorare di più così da reimmettere sul «mercato» un monte ore a quel punto amministrato direttamente dai presidi per chiamate individuali (sotto le sei ore spetta alla scuola che ne fa richiesta ndr ).
    Ma la riorganizzazione del settore decretata dai ministri Gelmini e Tremonti porterà a un calo di docenti anche in altri ambiti. «A parte i pensionamenti – spiega Mimmo Rossi, segretario della Cgil Scuola di Roma e Lazio – nella nostra regione saranno 300 gli insegnanti in meno alla primaria, 1100 alle medie e 1200 alle superiori. Mentre il cosiddetto personale Ata (amministrativi e bidelli) vedrà una contrazione di 1.300 unità». Se nemmeno chi è in ruolo è riuscito a conservare la sua cattedra, poco resterà per i supplenti e i precari che ogni anno venivano sistemati con incarichi annuali.
    In pratica molti di loro usciranno dal precariato non in direzione dell’assunzione ma della definitiva disoccupazione. E si parla di gente – sottolinea Rossi – che non ha cassa integrazione o ammortizzatori sociali. In più, soltanto a Roma 300 famiglie resteranno senza il tempo pieno che avevano richiesto e verrà quasi azzerata la compresenza di due maestre che consentiva un certo modello didattico. Infine le classi risulteranno più numerose e non saranno attivati molti indirizzi alle superiori con aumento del pendolarismo studentesco ». «I tagli sono un dato oggettivo – conferma il direttore dell’Ufficio scolastico regionale Maddalena Novelli – ma quest’anno siamo comunque riusciti a immettere in ruolo, quindi ad assumere a tempo indeterminato, 873 insegnanti: tra il 25 e il 28 agosto sono previste le convocazioni. Per quanto riguarda l’aumento delle cattedre a 24 ore, si tratta soltanto di alcune materie e per i docenti c’è comunque il vantaggio di un aumento netto di circa 350 euro mensili. Per quelli che invece vengono trasferiti, c’è perfino la possibilità di chiedere il ricongiungimento familiare da quartiere a quartiere».

    Sempre dal Corriere della Sera, pagine di Roma: “Meno benzina nel motore delle classi”
    Si scaldano i motori del nuovo anno scolastico: il percorso avrà sempre la stessa durata, da settembre a giugno, ma ci sarà meno carburante dentro il serbatoio. Nella nostra regione duemilaseicento insegnanti, sommando quelli di scuole elementari, medie e superiori, non saliranno più in cattedra. Chi farà il lavoro che prima svolgevano loro?
    Di maestri, o maestre, non ce ne saranno più due, ma uno solo, come ai vecchi tempi. Tante famiglie (trecento soltanto nella capitale) non avranno più, in un modo o nell’altro, la possibilità di accedere al tempo pieno. Molti professori ordinari, specie quelli degli istituti professionali, invece delle diciotto ore settimanali, se vorranno, ne potranno fare ventiquattro. Cosa significa in concreto? La prima conseguenza, secondo noi più grave, sarà lo scadimento della qualità didattica: ma ciò non pare suscitare alcuna preoccupazione. I precari perderanno l’opportunità di essere chiamati: stiamo parlando in numerosi casi di giovani, spesso usciti dalle scuole di specializzazione, quindi pronti a intercettare le nuove energie adolescenti; ma anche questo, a giudicare dalla scarsa attenzione generale, sembra riguardare solo i diretti interessati.
    Allora facciamo un altro esempio, più pratico. In caso di assenza per malattia del titolare, diminuirà drasticamente la possibilità da parte del preside di provvedere alla supplenza, quindi la classe o farà vacanza o resterà scoperta, vale a dire che i ragazzi saranno privi di sorveglianza e, come sanno tutti quelli che hanno un minimo di esperienza specifica, a rischio di farsi male.
    La ragione di tutto ciò, inutile girarci intorno, è di tipo economico. Purtroppo si discute sempre meno di didattica e sempre più di conti in rosso, da risanare. Molti la chiamano ottimizzazione. O razionalizzazione. Altri preferiscono la parola risparmio, se non proprio tagli. Ma la scuola pubblica, a nostro avviso, non ha le caratteristiche di una semplice azienda. Si tratta, lo diciamo con una punta d’imbarazzo visto che dovrebbe essere scontato, del luogo in cui si forma la coscienza di un Paese

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