attualità, memoria

“Napolitano: “Aspetto risposte sull’Unità d’Italia dal governo”, di Federico Geremicca

Il Presidente della Repubblica si dice preoccupato dai ritardi: «Se ho scritto una lettera è per avere chiarimenti»

Di certo avrebbe preferito trascorrere le sue brevissime vacanze leggendo altro – almeno sui quotidiani – piuttosto che lo stillicidio di polemiche distillate dall’estate leghista. I dialetti nelle scuole, i test agli insegnanti, le bandiere regionali affianco al tricolore, la zuffa intorno all’inno di Mameli… Nulla, insomma, che possa aver fatto particolarmente piacere a Giorgio Napolitano, nella sua doppia veste di simbolo e garante dell’unità nazionale e di meridionale e meridionalista convinto. Chi gli sta vicino o fa la spola tra i «palazzi» e la tenuta presidenziale di Castel Porziano giura che il Capo dello Stato si sia a ragion veduta astenuto dall’intervenire. «Non è questione che si possa affrontare con una battuta. Ci sto riflettendo… Del resto – dice il Presidente – il rovescio della medaglia in questione è la situazione del Mezzogiorno e lo stato di estremo disagio in cui versano le nostre regioni meridionali». Di questo parlerà certamente presto, magari anche prima della visita in Basilicata, prevista per i primi giorni di ottobre.

Ma che naturalmente non prenda parte alla discussione in corso non significa che il Presidente la sottovaluti. Fedele allo stile sobrio che ne sta caratterizzando il mandato, si è affidato ai due tradizionali capisaldi della sua azione. Da una parte, una sollecitazione discreta al governo affinché intervenisse, perché considerava impossibile che si tacesse di fronte a certe polemiche. Dall’altra, un’attenzione particolare alle cose concrete, ai fatti, alle azioni con le quali dimostrare – governo, Parlamento e forze politiche – che l’unità del Paese e i suoi simboli sono considerati tutt’oggi un valore da preservare. E c’è appunto una cosa concreta alla quale il Capo dello Stato dedica da settimane la sua attenzione: il programma per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.

Qualche settimana fa Giorgio Napolitano prese carta e penna e scrisse una lettera al governo per conoscere gli intendimenti e gli impegni dell’esecutivo per la celebrazione del centocinquantenario: è passato del tempo, e attende ancora una risposta. La lettera era riservata, naturalmente, ma il tenore è facile da immaginare, essendo invece nota un’altra missiva che il Presidente inviò negli stessi giorni al Comitato di Torino per le celebrazioni (era il tempo della polemica sollevata da Galli Della Loggia intorno al centocinquantenario dimenticato). Rallegrandosi per il lavoro di quel comitato, Giorgio Napolitano esprimeva rammarico «per altre iniziative delle istituzioni regionali, locali e soprattutto nazionali che, purtroppo, non si riesce ancora a veder definite». Il tempo è passato, siamo ancora a quello. Ora è previsto che nella prossima seduta di governo il ministro Bondi illustrerà il programma delle celebrazioni. «Magari interverrò allora – dice il Presidente – sulla base di quello che verrà o non verrà fuori».

L’attenzione era dunque già alta, e le forti e recenti polemiche non l’hanno certo abbassata. Saranno, magari, solo i soliti fuochi d’artificio estivi dei «lumbard», ma non si sa mai… Ed è per questo che il Presidente tiene a conoscere il programma di iniziative cui pensa il governo: un programma che, nelle aspettative del Capo dello Stato, dovrà rappresentare – per il suo spessore – la migliore risposta a certe recenti polemiche. Insomma, dire che il Capo dello Stato sia preoccupato, probabilmente è improprio: ma raccontarlo sereno forse sarebbe una bugia. «Se ho scritto una lettera è per avere una risposta – annota -. Ormai siamo a fine agosto, la scadenza comincia a non esser lontana e se in autunno non si stringe… A quel punto saremo arrivati alla fine del 2009, e quindi occorrerà fare tutto nel 2010 perché gli eventi possano regolarmente aver luogo l’anno dopo. I tempi sono molto stretti…». La conclusione? Semplice: il Presidente resta in attesa. «Attendo – dice – una risposta ormai improrogabile dal governo, affinché chiarisca i suoi intendimenti e i programmi in vista del nostro anniversario». Una risposta, certo, alle sue preoccupazioni intorno alle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia; ma anche una risposta ai timori di chi vede quell’unità attaccata e derisa ad ogni piè sospinto.

La Stampa, 20 agosto 2009

2 Commenti

  1. La redazione dice

    “Chiediamo un intento comune”, di Sergio Chiamparino e Enzo Ghigo

    Ha ragione il presidente Giorgio Napolitano nell’esprimere grande preoccupazione per i ritardi che, a livello nazionale, si stanno accumulando nel definire una programmazione di eventi celebrativi del 150° anniversario dell’Unità d’Italia nel 2011. Noi qui in Piemonte e a Torino abbiamo già dato prova – in occasione della campagna per ottenere, per organizzare le Olimpiadi invernali del 2006 e successivamente nella gestione dell’evento – di una notevole capacità bipartisan di fare sistema. Allora c’erano un governo e un presidente della Regione di centro destra, un sindaco e un presidente della Provincia di centro sinistra. La divisione politica, su alcuni punti anche intensa, non ha impedito una concordia istituzionale che spesso in Italia è stata valutata come un vero e proprio valore aggiunto di questo territorio.

    Oggi è con questo spirito che vogliamo lanciare un appello. Riteniamo che ogni Paese abbia bisogno di date fondanti da celebrare, riteniamo che l’unità di un popolo passi anche attraverso la conoscenza e la condivisione della storia dello Stato nazione in cui si vive. Ogni nazione ha date simbolo che ne cementano nell’oggi reciproci riconoscimenti, universali valori. Vale per il Piemonte e per Torino – terra di risolutivi e fattivi ardori risorgimentali – vale per tutto il Paese. Per questo noi – senza pretendere di impartire lezioni o di sconfinare in campi non nostri – ma forti della presenza di un comitato bipartisan che molto lavoro ha già fatto, come riconosciuto ieri dal Capo dello Stato nel colloquio con la Stampa, ci permettiamo di proporre che questo modello sia replicato a livello nazionale. Certamente adattandolo e allargandolo ad altre esperienze. Ma ci sembra che identico debba essere l’obiettivo: poche cose che siano in grado di fare cultura, diffondere conoscenze e identità. I nostri progetti sono noti: oltre al restauro dei monumenti risorgimentali ci sarà la mostra Fare gli italiani alle Ogr e una mostra sull’arte alla Venaria. Su questo schema altre iniziative si possono aggiungere in altri luoghi del paese e naturalmente a Roma e Firenze.

    Ci rendiamo conto che ormai non ci sono né le risorse economiche né forse neppure il tempo per realizzare grandi opere, anche perché nessuno aveva mai pensato a celebrazioni elefantiache. Ma tutto il resto – come sollecita anche il presidente della Repubblica – si può e si deve fare. E tanto maggior valore assumeranno queste iniziative volte «a fare gli italiani» in un momento, come questo, in cui lo Stato sta mutando le sue forme e da centralista si va articolando in vari gradi di federalità.

    Per poter sopportare il costo delle varie attività che si svolgeranno a Torino noi chiediamo che siano destinati a questo fine i fondi di un «Gratta e vinci» appositamente destinato alle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia. Ma sappiamo che il vero nodo non sono i fondi: occorre, come ci sprona Giorgio Napolitano – rinverdire l’unità di intenti e definire in fretta un programma nazionale. Occorre farlo e farlo subito, senza distinzioni politiche e con uno spirito davvero olimpico.

    Sindaco di Torino
    Coordinatore regionale del Pdl

    La Stampa, 20 agosto 2009

  2. La redazione dice

    “I pericoli che teme Napolitano”, di Luigi Spina

    Lo «spirito del tempo» sembra concentrare sulle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia un’attenzione politica in apparenza sproporzionata. Sul piano emotivo, le ricorrenze possono suscitare, del tutto legittimamente, sentimenti di fervore o di perplessa freddezza. Anche sul piano più concreto, quello delle opere previste per questo appuntamento, pur riguardando interventi significativi in varie città italiane, il programma dei lavori non sembra tale da provocare un determinante scontro di interessi economici.

    Eppure, il crescendo di polemiche su questo evento, culminato ieri con il colloquio concesso alla Stampa dal presidente della Repubblica nel quale si sollecita il governo a rispettare gli impegni assunti, dimostra come un complesso di circostanze abbia contribuito a trasformare una scadenza cerimoniale in un segnale illuminante, sia per gli equilibri della nostra politica sia per il futuro del nostro Stato.

    Non è stata la campagna d’estate della Lega contro alcuni simboli dell’unità italiana, dalla lingua nazionale all’inno di Mameli, ad allarmare Napolitano. Il partito di Bossi conduce da sempre una lotta ai confini tra il separatismo e il regionalismo, che raccoglie, nel Nord, un favore popolare cospicuo ma largamente minoritario, comunque, tra i cittadini della penisola. Possono piacere o meno i toni provocatori e qualche volta folcloristici con cui i vari leader della Lega conducono la loro battaglia, ma, se non violano le regole del codice, la Costituzione garantisce a tutti una libertà di espressione che deve essere rispettata.

    Il problema è un altro. E’ quello dell’atteggiamento ufficiale di un governo che invece è sostenuto da un’ampia maggioranza in Parlamento e nel Paese. Il presidente della Repubblica, a cui, ricordiamolo, è affidato il ruolo di garante dell’unità nazionale, pretende, non tanto con le solite rassicurazioni verbali quanto con la verifica puntuale del programma e dell’avvenuto stanziamento finanziario per attuarlo, un chiarimento sulla questione. Non si tratta di sapere se la politica governativa sostenga la resurrezione del dialetto o si schieri per l’inno di Mameli o per il «Va’ pensiero». Si tratta di sapere se, nella sua responsabilità collegiale, il quarto ministero Berlusconi intenda contrastare quel clima di disgregazione nazionale che, in futuro, potrebbe davvero mettere a rischio il nostro Stato unitario.

    Il vero pericolo, a questo proposito, non è costituito dalle proposte di implicito separatismo avanzate della Lega con intermittente sapienza comunicativa. E’ costituito dagli effetti sul bilancio dello Stato, potenzialmente esplosivi e comunque a tutt’oggi sconosciuti, che saranno determinati dall’applicazione della legge sul federalismo approvata nella primavera scorsa. Se i costi della riforma, come alcuni sospettano, non ridurranno le spese dello Stato, ma, almeno nei primi anni, li aumenteranno, proprio questo clima di insufficiente unità nazionale potrebbe alimentare una corsa all’egoismo regionalistico. Con un tale coro popolare di proteste comparative tra le varie parti d’Italia, cavalcato sicuramente dalle classi dirigenti locali per scopi elettoralistici, da minare qualsiasi resistenza a una effettiva divisione della nostra Repubblica. Ecco perché la celebrazione di un semplice anniversario è diventata la cartina di tornasole sia del «peso» effettivo della Lega nella politica del governo sia dei destini di una nazione troppo giovane e fragile per essere sicura di arrivare all’età adulta.

    La Stampa, 20 agosto 2009

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