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“Pluralismo e ora di religione”, di Giancarlo Bosetti

L´attuale «ora di religione» in Italia è un insegnamento, facoltativo, della religione cattolica, ed è il prodotto della revisione del Concordato del 1984. Non so se la futura «ora di religione» sarà obbligatoria, come qualcuno propone, ma so per certo che sarà plurale, dovrà necessariamente essere aperta a diverse fedi, non solo alla cattolica, e concretamente organizzata. La sfida del pluralismo è onerosa per tutti, non è una recente invenzione anticlericale, e nelle dimensioni poderose che ha oggi, è una conseguenza dei fatti (l´immigrazione), ma i laici non credenti facciano attenzione, è onerosa anche per loro, perché li mette in gioco alla pari: la cultura dell´eguale rispetto non accetta che qualcuno si autonomini «standard» liberale per conto di tutti, etsi Deus et ecclesiae non darentur. La situazione si complica, rompe le inerzie in ogni direzione, per i cattolici perché devono convivere con le altre confessioni in ristretto vicinato, e parlar di dialogo oltre che di missione evangelica. E per i laici missionari perché la neutralità dello stato liberale non è atea – e neppure atea di ateismo metodologico –, ma assegna la stessa dignità alla non credenza tra le altre credenze. È una sfida difficile – da noi finora molto ignorata – perché impone un cambio di paradigma e annuncia l´avvento del pluralismo liberale delle culture in senso forte. Si tratta di quella pluralità sconcertante di versioni del bene che Isaiah Berlin amava agitare, con un po´ di sadismo, nei confronti degli schematismi, non solo quelli bigotti, anche quelli illuministici.
La pluralità dell´insegnamento si potrà realizzare almeno in due modi: o con una «ora delle religioni» in chiave storico-antropologica o con opzioni differenziate per fede. Nel primo caso occorre introdurre subito nelle università un corso di laurea di teologia multi-confessionale (e avremo così insegnanti pronti tra una decina d´anni). Nel secondo bisogna mettere mano all´organizzazione concreta delle alternative. Il cambiamento sarà comunque inevitabile: l´immigrazione ha portato già ora in Italia cinque milioni (cinque, ripeto) di persone di varia provenienza, cultura e religione – Asia, Africa, Europa dell´Est, Medio Oriente –; al Nord superano il 15% della popolazione e la tendenza ne prevede un aumento nei prossimi anni: gli arrivi andranno a colmare il vuoto che si allarga a causa del pensionamento della generazione post-bellica. E con loro ci sono, e sempre più ci saranno, i bambini.
L´Italia sta cambiando, anche se gli italiani ne parlano solo quando qualche leghista propone di introdurre la segregazione nei trasporti pubblici o ai giardinetti. La situazione la conosce bene quella realistica categoria che sono gli insegnanti. E come potrebbero altrimenti, visto che nelle scuole del Nord-Est i piccoli forestieri sono il 9%, il 13% a Piacenza, Reggio e Modena, il 14% a Mantova, l´11% a Vercelli e Alessandria? (tutti i dati in Nuovi Italiani, di Dalla Zuanna, Farina, Strozza, Il Mulino ed. 2009) Un quinto o poco più di tutta l´immigrazione è di origine musulmana. Lasciando da parte i genitori, ci sono in Italia, residenti, 117mila ragazzi albanesi (maggioranza musulmana), più di 100mila marocchini (maggioranza musulmana), 35mila cinesi (non credenti, taoisti, buddisti), 25mila tunisini (maggioranza musulmana), 19mila serbi (maggioranza ortodossa), 17mila macedoni (due terzi ortodossi, un terzo musulmani), 11mila egiziani (maggioranza musulmana), 17mila indiani (induisti, musulmani). Di quale Italia, di quale religione, di quale scuola stiamo dunque parlando?
Le schermaglie giuridiche tra Tar, Consiglio di Stato, ministero, intorno all´ordinanza del ministro ulivista Fioroni (era il 2007) continueranno perché siamo in una situazione ambigua e inevitabilmente transitoria. E non si potrà non mettere mano a una diversa regolazione dell´insegnamento della religione, soprattutto dando attuazione (e risorse, dunque) agli insegnamenti alternativi. È vero che questo concretamente non è semplice, perché l´immigrazione in Italia non ha elevate concentrazioni omogenee, come accade per i turchi in Germania, ma la «polverizzazione» sta assumendo dimensioni di massa e già ora dunque le minoranze sparse per l´Italia potrebbero far ricorso alle vecchie intese, come quelle già esistenti con ebrei, valdesi, luterani e altri, e alla stessa legge del ´29 sui «culti ammessi», per ottenere dallo Stato insegnamenti diversificati in alternativa al cattolico. Quella legge prevedeva che «quando il numero degli scolari lo giustifichi e quando non possa esservi adibito il tempio, i padri di famiglia possono ottenere che sia messo a loro disposizione un locale scolastico per l´insegnamento religioso dei loro figli». Con i musulmani, che non hanno un´organizzazione centralizzata del culto, occorre promuovere una rappresentanza italiana con la quale realizzare quell´intesa che ancora non c´è. I lavori erano in corso, ma poi il governo Prodi cadde. E ora la Lega ne sta cancellando anche le tracce.
Sorprende la sordità e la cortezza di visione della politica italiana: la destra al governo è o leghista (ovvero del partito che organizza il maiale day in onore della sua visione del mondo, diciamo così, non pluralista) o berlusconiana (e perciò priva di autorità e credibilità nei confronti della Chiesa). Le due componenti hanno elevato inni in campagna elettorale contro la «multietnicità», che è peraltro un dato di fatto. La sinistra è divisa e non riesce a manifestare una visione chiara e coerente di quel che l´Italia è diventata anche in campo religioso, culturale, etnico. Si capisce perché in questa occasione si stia manifestando quella path-dependence lamentata da Giuliano Amato sul Sole-24Ore, ovvero quel riflesso condizionato che assegna ruoli fissi, integralisti clericali contro laicisti, oscurantisti contro biechi illuministi, ripetendo sempre le stesse parti nella stessa commedia. Un surrogato di politica, perché il cammino nuovo è faticoso e la svolta di cui la politica dovrebbe essere capace non è alle viste. Eppure un´intera nuova agenda è da aprire. La discussione sull´ora di religione ne è parte. Andrebbe assunta come una sfida positiva e bene accolta da tutti. C´è da temere che su entrambi i versanti prevalga il peggio, ma non è detto. Dipende.
Si tratta di vedere se da parte laica si è disposti a rinunciare a una linea di sistematica diffidenza verso la religione: nell´epoca del pluralismo forzato dalla globalizzazione capiterà sempre più spesso che i principi liberali si affermino insieme alle religioni, anziché in contrasto con esse. Strano, vero? Sempre più nel mondo, dall´India all´Europa, si manifesta il contrasto tra un polo progressista, liberale e pluralista (da Sonia Gandhi a Obama) e un polo cultore della purezza delle origini, anti-immigrati, conservatore (dalla destra induista del Bharatiya Janata Party alla Lega di Bossi). E da parte della Chiesa vedremo se la sfida di un mondo interdipendente e plurale, al quale la Caritas in veritate apre le braccia offrendo il suo capitale di solidarietà, sarà accolta come una benedizione del cielo o se prevarrà il riflesso difensivo della minoranza assediata che si rifugia nella sua dottrina esclusiva e dichiara il dialogo impossibile. Come Papa Ratzinger ha fatto.

La Repubblica, 24 agosto 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    “Un’ora di religione inadeguata ai tempi”, di Franco Buccino

    La sentenza del Tar del Lazio che mette in discussione la presenza e il ruolo degli insegnanti di religione negli scrutini non è una buona notizia per la scuola italiana. Almeno per due motivi. Il primo. All´avvio dell´anno scolastico si sposterà su questa sentenza l´attenzione dei cittadini dai problemi gravissimi che vivranno le scuole per i tagli di personale e per la riduzione di risorse. Il secondo. Si rovesceranno sulle scuole questioni politiche, giuridiche, ideologiche, che poco le riguardano, che le turberanno e le danneggeranno.
    Le scuole sono delle comunità aperte, discrete e tolleranti: verso i ragazzi spesso, verso quelli che vi lavorano quasi sempre. Accolgono i nuovi docenti allo stesso modo, sia che si tratti di plurisanati senza neanche il titolo di studio richiesto, sia che si tratti di reduci da dottorati di ricerca e da periodi di studio all´estero. Poi, sul campo, si stilano graduatorie non scritte in base a impegno, disponibilità, competenze, e si realizzano spontanee compensazioni. Ne sono ben consapevoli scolari e dirigenti, insieme.
    In questo estemporaneo ed efficace sistema di valutazione gli insegnanti di religione sono messi abbastanza bene. Dopo il passaggio un po´ traumatico di parecchi anni fa dagli insegnanti preti a quelli laici, oggi gli insegnanti di religione hanno mediamente una cultura di livello universitario, partecipano di norma attivamente alla vita scolastica, ricoprono spesso incarichi di responsabilità all´interno dei collegi, sono abbastanza autonomi e non danno l´idea di lasciarsi condizionare dalle gerarchie ecclesiastiche. Chi si appresta a dare battaglia a loro e al loro insegnamento, non ne sottovaluti la popolarità.
    L´insegnamento della religione è importante come gli altri, non corona un bel niente ma non è neanche aggiuntivo. La titolarità di questo insegnamento, come di tutte le attività didattiche, è in capo alla scuola, e come tutte le attività anche per questa materia di studio gli alunni vengono sottoposti a una valutazione, che è sempre collegiale. Dire che gli insegnanti di religione non partecipano a pieno titolo agli scrutini, dal punto di vista della organizzazione didattica, è una sciocchezza. In parecchi potremmo testimoniare il loro contributo a una conoscenza più approfondita del singolo alunno in sede di valutazione intermedia o finale.
    I problemi non vengono dalle scuole. La verità è che per l´insegnamento della religione il sistema scolastico nel nostro Paese non si è adeguato ai tempi. Avrebbe dovuto fare i conti, tra l´altro, con la diffusione e il ruolo di altre confessioni religiose e di uno spirito sanamente laico che porta a scelte più consapevoli e meno meccaniche. Ma, come ben sappiamo, sono state tradite tante intuizioni e scelte del Concilio ecumenico Vaticano II e si è fatto anacronisticamente ricorso ancora al sistema “concordatario”. Per decisioni assunte fuori dalla scuola l´insegnamento della religione è divenuto Irc, insegnamento della religione cattolica. Di conseguenza è facoltativo, e in alternativa bisogna garantire attività alternative, appunto. Senza altre specificazioni e fondi. E qualcuno si è meravigliato che tali attività non abbiano potuto competere con l´ora di religione. Ulteriore alternativa è il non far niente. Le scuole sono rimaste ostili e diffidenti, per motivi didattici e organizzativi, alle “alternative” a un insegnamento strutturato e parte integrante del piano di studi. Perfino tanti genitori di “non avvalentisi” ritengono più serio far partecipare i figli all´ora di religione. La qualifica di insegnanti di religione è divenuta meramente aggiuntiva a quella di idonei a insegnare religione cattolica da parte dell´ordinario diocesano. Partendo da questo pedaggio dell´idoneità, per loro si è realizzata un´ibrida immissione in ruolo senza neanche tutti i diritti sindacali degli altri lavoratori.
    Non invidio, e non biasimo, giudici amministrativi che sono chiamati a districarsi in un groviglio di leggi, norme e ordinanze contraddittorie. A livello politico, siamo solo agli inizi delle discussioni. Da una parte si dice che non si può rimanere nell´ambiguità, che bisogna salvaguardare i diritti costituzionali, riconoscere pari dignità a tutte le confessioni religiose, togliere il Crocifisso dalle aule, dall´altra che occorre perseguire l´educazione integrale del fanciullo, salvaguardare l´identità culturale, riportare il culto nelle scuole. Tutte discussioni legittime, se fatte fuori delle scuole.
    Approfittando della chiusura delle scuole, dico anche la mia. Io penso che debba esserci l´ora di religione nel piano di studi per tutti; religione che, in gran parte, non può essere che religione cattolica; gli insegnanti di religione vanno reclutati, come gli altri, dallo Stato; magari possono avere una seconda idoneità del vescovo o di altra autorità religiosa; in ogni caso devono avere lo stesso contratto di tutti gli altri lavoratori della scuola. E poi, lasciatemelo dire, sogno che la Chiesa rinunci a concordare nel nostro Paese posizioni di sicurezza e di privilegio e si affidi ai poveri cristiani come me per portare anche nelle scuole la buona notizia. Oltre l´ora di religione.

    Repubblica/Napoli, 25 agosto 2009

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