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“Liberiamo il futuro. Franceschini alla festa PD”, di Marco Laudonio

Dario Franceschini debutta da segretario alla festa del partito Democratico nazionale, a Genova. Ma non è il comizio finale, a ottobre ci saranno le primarie e Franceschini si fa intervistare da Gianni Riotta, mentre in settimana sarà il turno di Bersani e Marino.

Ingresso in sala sulle note di “Pane e coraggio” di Ivano Fossati, canzone dell’artista genovese centrata sui migranti, e l’intervista parte proprio dal racconto della giornata in Liguria. Un incontro con i suoi comitati, ad Omegna, e poi una giornata scandita da simboli e memorie da non dimenticare: “Dobbiamo guardare la futuro e deciso dove vogliamo andare non possiamo perdere le nostre radici”. Per questo ha fatto tappa d Albenga, dove i nazisti hanno ammazzato 59 persone, poi a Villa Migone con il presidente dell’ANPI, dove i nazisti firmarono la resa nella mani di un comandante partigiano, e infine nel convento dove è stato composto e suonato per la prima volta l’inno di Mameli. E lancia il monito: “Non c’è nulla di più pericoloso per una democrazia che vedere messi in discussione i valori fondativi condivisi, mai attaccati in passato né da destra, né da sinistra. E quello si è smarrito, se non vigileremo per conservare la memoria noi non faremmo quello che ogni generazione deve fare: raccoglierla e trasmetterla ai figli”.

Affrontare la crisi
“Sono fermi nella loro arroganza, nella loro pretesa di autosufficienza”. La fotografia dell’operato del governo è sconsolante: “Nella crisi l’Italia deve investire sulle sue vocazioni, ma non lo stiamo facendo. Bisognerebbe farlo insieme, riguarda le forze politiche, sociali economiche. Ma è di stamattina l’analisi dell’FMI: contro la crisi il governo italiano è quello che ha investito di meno. Neanche l’1% del PIL! Dicono che la crisi nel 2010 passerà, ma chi pensa agli italiani che ora non arrivano a fine mese? Avevamo proposto l’assegno di disoccupazione per chi perde il lavoro e non ha ammortizzatori sociali. L’hanno bocciato, va bene, ma cosa hanno proposto? Niente! Perché dirci no allora? Noi siamo disponibili a collaborare, ma non gli interessa. Eppure noi non abbiamo paura di dire no, né timore di dire si. Serve attenzione perché c’è una forma di nuovo autoritarismo che sta entrando silenziosamente ma pervicacemente nel paese, e che cerca di soffocare ogni voce critica. Se istituzioni, centri di ricerca, università dicono che l’economia è in crisi li attaccano”.

Le primarie
Gianni Riotta fa la domanda che davvero si fanno tutti in queste settimane: “Chi vincerà il congresso?”. Ma Franceschini non fa pronostici: “Vince il PD”. Qui l’applauso è fragoroso. “Ci sarà un nuovo segretario che avrà vinto un confronto vero. Lo aspettavamo da anni perché le primari che hanno eletto Prodi e Veltroni avevano un risultato già scritto, ora l’esito non si conosce. Abbiamo guardato per 30 anni – ha affermato Franceschini – con interesse alle primarie americane dove i candidati si confrontano in modo aspro ma poi si accoglie il risultato. Ora il partito è veramente in mano a iscritti ed elettori e noi non dobbiamo temerlo”. Insomma il congresso è un punto di partenza per iniziare il lavoro di definizione dell’identità e la vittoria “darà al segretario la forza per svolgere il proprio mandato. Ci sarà un percorso di unità e il segretario che verrà scelto avrà il sostegno degli altri”. Si appella agli altri candidati: “Teniamo distinto il confronto congressuale dall’esigenza di avere la stessa voce all’esterno. In 5 mesi da segretario ho fatto quello che sembrava un tabù: discutere e votare per poi uscire con una voce sola, quella del partito – parole che portano a un coro di bravo-bravo e che fanno scattare la domanda successiva di Riotta: spiegare le differenze che caratterizzano Franceschini rispetto agli altri. Ma il leader democratico glissa: “Un punto di forza? Mi rifiuto di fare l’analista, è il tuo lavoro, mi rifiuto di fare differenze per distinguermi, sono il segretario. Proverò a fare quello che ho fatto finora, correggendo gli errori, che era condiviso da tutti. Saranno gli altri a dover dire perché si candidano”.
Il segretario democratico torna poi sull’annuncio di non candidarsi al Congresso. “Volevo lasciare il testimone alle nuove generazioni. Poi ho visto che non sarebbe successo ma soprattutto mi è rimasta sullo stomaco una battuta di Berlusconi: ‘Ecco l’ottavo leader, fra un pò ci sarà il nono. Ho pensato che non aveva torto, che tutti i nostri leader hanno subito il fuoco amico più che quello avversario e mi sono detto: ‘Non saranno 5-6 capi a decidere se io devo continuare ma gli iscritti e gli elettori”.

Non manca un passaggio sulle accuse di un programma sbilanciato a Genova in favore della sua mozione: “Penso e so che non è vero. Ma se c’era qualcosa che nel programma della Festa non andava, il mio numero di telefono lo conoscono tutti. Basta usare ogni argomento per farci del male sui giornali. Non è vero e stamattina ho parlato con l’organizzazione che mi ha spiegato i criteri, cioè tre interviste uguali ai candidati e gli altri sono nei dibattiti con gli altri ospiti. Io ho anche rinunciato al comizio finale perché sono candidato”.

Leader & valori. Le differenze tra PD e PDL“Nel centrosinistra c’è stata la tentazione, magari non dichiarata – ammette Franceschini – di immaginare che la via per sconfiggere Berlusconi fosse una persona, cioè costruire nel centrosinistra un modello analogo al centrodestra. Non è così, l’anomalia è di là dove c’è uno schieramento costruito intorno ad una sola persona. La risposta non è nelle persone ma nella politica che facciamo e qui siamo siamo deficitari e non parlo della breve stagione del Pd ma del nostro campo politico negli ultimi 15 anni”. La strategia del segretario del Partito democratico per battere la destra è quella di puntare sui valori: “La destra ha avuto stabilità – ha proseguito Franceschini, intervistato dal direttore del Sole24Ore Gianni Riotta – ha avuto un leader, pochi messaggi al Paese che a noi non piacciono ma sono stati capiti dalla gente. Di qui abbiamo avuto instabilità nei leader, nell’assetto, instabilità quando eravamo al governo, instabilità nei partiti e non abbiamo trasmesso al Paese un’idea alternativa. Uno che vota a destra – ha sottolineato il segretario del Pd – sa che cosa vota mentre uno che vota centrosinistra non lo sa. Abbiamo vissuto delle eredità di gloriose tradizioni politiche ma ci siamo limitati troppo a lavorare sull’agenda della destra e questo non è solo un limite italiano ma è un limite europeo. Dobbiamo ricostruire un’identità – ha concluso Franceschini – riportare il confronto politico non soltanto sulla tutela degli interessi ma anche sui valori, mettere in campo una gerarchia di valori rovesciata rispetto alla destra. O riporteremo il confronto sui valori o non riusciremo a vincere. È quello che ha fatto Obama, ed è per questo che engli USA e in India d fronte alla crisi ci si affida ai democratici e in Europa, dove inseguiamo la destra sul suo terreno, solo correggendo le loro proposte, la gente sceglie la destra”.

Il rapporto con l’UDC e le alleanze
“Può darsi che in qualche regione ci alleeremo con l’Udc ma non decideremo a Roma. La scelta delle alleanze sarà fatta dalle forze politiche locali e dai candidati alla presidenza della Regione”. Franceschini attacca il dibattito interno alla maggioranza sulle alleanze. “Si riempiono la bocca di federalismo e poi Berlusconi si chiude in una stanza a Roma per decidere. Dire ‘ti do il Piemonte, mi dai la Puglia è l’esatto opposto del federalismo. Basta col prendere in giro gli italiani!”. Il Pd seguirà invece un modello diverso. “Può darsi che ci saranno alleanze diverse nelle varie regioni ma questo non sarà deciso a Roma e avverrà sulla base di programmi condivisi senza scambi e sempre nel campo dell’opposizione al governo”. Franceschini spiega inoltre di voler rispettare la scelta dell’Udc che “deciderà le alleanze caso per caso anche se noi abbiamo una opinione diversa. Noi vogliamo vincere e quindi costruiremo le alleanze ma non torneremo mai più nelle coalizioni del “tutti contro, da Pecoraro a Dini, da Mastella a Diliberto. Faremo alleanze per vincere ma anche per governare”.
Quanto al rapporto con il leader Idv, Antonio Di Pietro, né rotture né riconferme: “Sono all’opposizione con noi e nostri potenziali alleati come altri. Il tempo ci aiuterà a capire se ci sono le condizioni per un’alleanza che vinca e governi”. Ma in ogni caso, aggiunge il segretario del Pd, “non dobbiamo mai dimenticare che il nostro avversario è Berlusconi e non Di Pietro”.

C’è spazio anche per un passaggio sulle nomine Rai prima di chiudere. “Sono rimasto allucinato dal dibattito in base al quale noi avremmo chiesto di aspettare il Congresso per le nomine a Raitre e al Tg3. È una cosa completamente inventata e anche offensiva”. Smentisce così dal palco della Festa di Genova, le ricostruzioni sulle nomine nella terza rete di viale Mazzini. “Ogni scelta è affidata al cda e io non ho fatto nè farò alcuna telefonata per sostenere tizio o caio nè per chiedere di aspettare il Congresso del Pd. Sono stupito, si è dato grande spazio alla vicenda di Raitre mentre tutto il resto, che va dai criteri di nomina in Rai agli episodi di censura passa inosservato”.

La chiusura è tutta sui temi al centro della sua mozione a partire dall’uguaglianza e dal merito, perché all’Italia “servono riforme che non siano gattopardesche. Bisogna scuotere questo Paese, che si è chiuso, ha paura dei cambiamenti. Oggi le destre parlano solo di tutela e protezione dello status quo. Quando ero capogruppo ero curioso di vedere il lobbismo. Ti cercano imprese , aziend,e ma al quinto incontro ero esterefatto: nessuno chiedeva di approvare proposte o emendamenti ma solo di bloccare ogni riforma, di non far passare neanche un emendamento. E’ scioccante, così uno bravo non potrà mai emergere, non può esserci uguaglianza tra il figlio dell’operaio e quello del notaio se chi ha un talento formidabile ha sempre qualcuno che gli passa davanti non perché sia bravo ma perché ha una rete di protezione. E il merito serve anche nel PD, dove dovrà passare davanti chi è più bravo e non chi ha un protettore”. La volonta è quella di attuare lo slogan della sua mozione, che campeggia sul palco per tutta l’intervista nel giorno del suo battesimo: liberiamo il futuro.

www.partitodemocratico.it, 25agosto 2009

2 Commenti

  1. La redazione dice

    “Franceschini: «L’autoritarismo della destra soffoca il Paese»”, di Maria Zegarelli

    «È in atto una forma di nuovo autoritarismo che sta entrando silenziosamente ma pervicacemente nel paese e che cerca di soffocare ogni voce critica». Dario Franceschini l’aveva detto solo un attimo prima: «Dobbiamo trovare il coraggio di alzare la voce quando è necessario». Ed ora è necessario con un governo con cui è impossibile dialogare perché, dice il segretario del Pd intervistato alla festa democratica di Genova da Gianni Riotta, «noi non avremmo alcun problema a collaborare per le misure necessarie ad affrontare la crisi, ma loro da questo orecchio non ci sentono. Sono fermi nella loro arroganza, nella loro pretesa di autosufficienza».

    DEMOCRAZIA IN PERICOLO
    Parla da segretario e da candidato ed è chiaro che qui a Genova si apre un altro capitolo della storia pre-congressuale. Si guarda al congresso, certo, ma gli interlocutori sono già gli elettori delle primarie, quella fetta di paese che va ben oltre gli iscritti e Franceschini, come raccontano i sondaggi, sa che è proprio sull’elettorato di opinione che raccoglie più consensi. «Liberiamo il futuro», il suo slogan coniato insieme all’agenzia «Washing machine» affonda nelle radici della storia, perché – dice nella sala Guido Rossa stracolma , dove siedono anche il sindaco Vincenzi, il governatore Burlando, Cofferati con la compagna – «per capire il paese che vogliamo non possiamo non guardare alle nostre radici», ai «valori fondanti» insidiati dalla Lega e dal presidente del Consiglio che quando ha vinto le elezioni «ha pensato di essere diventato il padrone del Paese». Da Roma tuonano le reazioni di Paolo Bonaiuti e di Brunetta, a Genova piovono applausi. La democrazia, insiste, va difesa, c’è il rischio «assuefazione», tanto che «anche la cosa più inqualificabile scivola via, liquidata come una battuta di Bossi o di Berlusconi». Abbattuto il tabù dell’antiberlusconismo? Essere un partito «riformista non vuole dire stare zitti. L’opposizione si fa così, opponendosi». In un clima fra maggioranza e opposizione così teso, dove la stessa democrazia subisce attacchi, «Napolitano sta esercitando il suo ruolo nel pieno rispetto delle sue funzioni di garanzia. Avrà sempre il nostro pieno sostegno anche quando dirà cose sgradite per la nostra parte politica». Ma dalle tentazioni berlusconiane è stato colto anche il centrosinistra, sedotto dal leaderismo. «Abbiamo pensato di battere Berlusconi con una persona», più che con un partito e una proposta politica. «Abbiamo sbagliato, perché l’anomalia è di là e dopo Berlusconi la destra italiana cambierà». Anche se finora c’è stata una «trasposizione di Fi nel Pdl». La sua decisione di candidarsi la deve proprio al premier: «Mi ha salutato come l’ottavo leader, poi arriverà il nono, ha detto. Aveva ragione. Così ho deciso che mi sarei presentato al congresso, per continuare il mio lavoro». Unità del partito, valori «fondanti», coraggio di scegliere: la sua linea è questa, dice. «Non sono io a dover spiegare in cosa mi differenzio dagli altri concorrenti, sono loro a dover spiegare in cosa differiscono da me». E fino al 25 ottobre che sia competizione, «questa sì vera, non come quella di Prodi e Veltroni che pur avendo coinvolto milioni di persone, aveva un risultato già scritto». Dal 26 ottobre giro di boa. «Il Pd avrà un segretario e allora il partito parlerà con una voce quando si tratterà di contrastare il governo. Per parlare fra di noi, ci sono i telefoni, le email… Chi vincerà dovrà avere il sostegno di tutto il partito che dovrà essere unito». La stoccata a Nicola Latorre, dalemiano doc che si è lamentato di una festa tutta pro-Franceschini non si fa attendere: «Non ho ricevuto alcuna telefonata di lamentela, eppure il mio numero lo conoscono tutti. Basta con questo parlarci addosso attraverso i giornali». Ancora applausi e una mosca che non molla, «l’ha portata Paganelli», è la stessa di Obama e Berlusconi.

    LE ALLEANZE
    Tornare al governo, certo, ma con chi? Di sicuro non con coalizioni che vanno «da Pecoraro a Dini, da Mastella a Diliberto». L’applauso liberatorio la dice lunga sulle sofferenze passate. Stavolta saranno alleanze «per vincere ma anche per governare». Antonio Di Pietro è all’opposizione «è tra i potenziali alleati come altri, il tempo aiuterà a capire», ma – il riferimento implicito è a Bersani – «il nostro avversario è Berlusconi e non Di Pietro». Quanto alle alleanze locali, «noi il federalismo lo facciamo per davvero». Decideranno gli amministratori locali se allearsi con l’Udc, con l’Idv o con la sinistra, «non sarà Roma a calare dall’alto le decisioni». La mezz’ora di autografi è la risposta di Genova, la rossa.

    L’Unità, 25 agosto 2009

  2. La redazione dice

    Franceschini: “Fermiano il nuovo autoritarismo”

    «Smettiamola di deprimerci». Alle 16 e trenta Dario Franceschini entra in una panetteria all’angolo con via San Fruttoso e acquistando un trancio di focaccia di Genova e mezza minerale naturale – «il necessario per sopravvivere» – dà il senso di quella che sarà la sua battaglia congressuale. Il Pd c’è e, nato da 18 mesi, non ha nulla da imparare per quanto riguarda organizzazione e radicamento territoriale da altri partiti, ma deve tornare a parlare di merito e di contenuti. E il senso di questa sua giornata in Liguria è questo: legare il futuro – il tema del suo slogan elettorale – con le radici «della nostra democrazia».

    E così prima di farsi intervistare alla Festa Democratica dal direttore del Sole-24 Ore, Gianni Riotta, Franceschini sceglie di fare un viaggio nella memoria. Parte da Albenga dove ricorda le 59 vittime della strage nazifascita, poi arriva a Villa Migone a Genova dove il 25 aprile del 1945 il comando tedesco si è arreso – caso unico in Europa – al capo dei partigiani, l’operaio Raimondo Ricci. Infine eccolo al santuario di Nostra Signora di Loreto dove il 10 dicembre 1847 venne cantato, per la prima volta, l’inno di Mameli. Il filo conduttore di questo pellegrinaggio è uno: «Il Pd ha il dovere di alzare la voce, dobbiamo fare in modo che l’Italia sia come tutte le altre democrazie del mondo, dove tutti gli avversari politici si scontrano ma hanno un terreno comune da difendere e per noi sono i valori di Resistenza e Costituzione».

    Un tema che riprenderà e illustrerà meglio rispondendo alle sollecitazioni di Riotta. Il suo obiettivo è di avere un Pd che parli, su questo e su altri temi, con un’unica voce «perché è prioritario fare opposizione» anche se alle prese con una battaglia politica interna «aperta» dove per la prima volta «si gioca una partita vera perché nelle altre primarie si conosceva già l’esito finale». Dopo il congresso il Pd sarà «più forte con una segreteria autorevole» e inizierà un percorso di «unità dove chi vincerà avrà il sostegno degli altri». E a Riotta che gli chiede chi vincerà tra lui e Bersani risponde: «Il Pd».

    Tutto vero anche se resta da capire se i competitor interni siano intenzionati in questa battaglia di opposizione – «abbiamo il dovere di fare critiche senza per questo essere accusati di anti-berlusconismo» – dove la priorità è la difesa della Costituzione e della «qualità della democrazia» perché se c’è «una cosa che mi preoccupa del futuro del nostro Paese è il rischio dell’assuefazione, di un Paese dove anche la cosa più inqualificabile scivola via». Secondo Franceschini ci sono «segnali preoccupanti» e il Pd deve «avere il coraggio di dire le cose come stanno» perché «la storia non abbia a ripetersi».

    Il compito del Pd è alzare la voce per difendere la Costituzione «perché non c’è nulla di più sbagliato di liquidare ogni volta come stupidaggini propagandistiche le affermazioni della Lega Nord o di una parte della maggioranza». Franceschini è preoccupato degli atteggiamenti del governo «perché quando si affida la sicurezza alle ronde colorate invece che alla polizia o si snatura il ruolo del Parlamento e si arriva a fare delle intimidazioni nei confronti degli organi di informazione» allora dobbiamo batterci per fermare il «nuovo autoritarismo che sta entrando silenziosamente ma in modo insidioso nel nostro Paese». E spiega: «Stanno smontando sistematicamente il tessuto dei valori condivisi su cui è stato costruito il nostro Paese». E aggiunge: «Io non voglio farmi dire dalle generazioni del futuro: voi dove eravate?».

    Franceschini vorrebbe che tutto il Pd lo seguisse in questa sua battaglia d’opposizione e si dice pronto al «dialogo con la maggioranza, pur nel rispetto dei ruoli, per cercare di adottare misure per affrontare la crisi perché nel prossimo autunno ci saranno tanti italiani e tante piccole e medie imprese che non ce la fanno ad aspettare la fine della crisi». Certo, c’è un congresso da vincere e allora Franceschini si toglie qualche sassolino dalle scarpe. E racconta che la colpa della sua discesa in campo è stata di una battuta di Berlusconi: «Ecco l’ottavo segretario, fra un po’ ci sarà il nono». Spiega: «Aveva ragione, peccato che quelli precedenti siano stati danneggiati più dal fuoco amico che da quello nemico e allora io mi sono detto che il prossimo segretario lo avrebbero scelto iscritti ed elettori del Pd e non cinque o sei grandi capi nel chiuso di una stanza».

    MAURIZIO TROPEANO
    INVIATO A GENOVA

    La Stampa, 25 agosto 2009

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