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“Libertà di Stampa. Quando il potere teme il controllo”, di Stefano Rodotà

L´aggressione ai giornali sgraditi non riguarda solo i paesi totalitari, ma interroga la qualità delle democrazie.
Le tecniche per controllare e contrastare il sistema dell´informazione vanno dalla censura, la selezione dei giornalisti, il condizionamento economico fino alla violenza e l´uccisione.
A che vale l´offerta di infiniti canali televisivi se la produzione di contenuti è concentrata nelle mani di pochi monopolisti? È la varietà di opinioni a essere decisiva.

La guerra ingaggiata dai paesi totalitari contro la libertà di informazione su Internet costituisce la manifestazione ultima e spettacolare di un conflitto secolare, di una insofferenza di tutti i poteri costituiti nei confronti di chi agisce per rendere trasparente e controllabile il loro operato. È una vicenda lunga, accompagna la nascita dell´opinione pubblica moderna, che riesce a strutturarsi e a far crescere la sua influenza proprio grazie al ruolo della stampa. Qui è la radice di un processo che, insieme, dà senso alla democrazia e fa progressivamente emergere la stessa stampa come potere, il “quarto potere”, al quale ne seguirà un “quinto”, identificato nella televisione: poteri oggi unificati dal riferimento comune al sistema della comunicazione.
Non dimentichiamo che la democrazia è anche, e forse soprattutto, governo “in pubblico”. Una caratteristica istituzionale affidata per lungo tempo quasi esclusivamente al parlamento, la cui funzione “teatrale” significava appunto che la politica doveva svolgersi su una scena visibile al pubblico. Una funzione prima accompagnata, poi appannata, infine spesso cancellata dal trasferimento della politica sulla scena televisiva: non è un caso che una trasmissione come “Porta a porta” sia stata definita “una terza Camera”. Sono così cresciuti ruolo e responsabilità del sistema informativo. E la definizione della stampa come quarto potere significava proiettarsi al di là della tripartizione di Montesquieu, rafforzando proprio la funzione di garanzia che, nel dilatarsi del ruolo dello Stato e nell´ampliarsi della sfera pubblica, non poteva essere pienamente assicurata nell´ambito delle tradizionali strutture istituzionali. La stampa prima, e l´intero sistema della comunicazione poi, si presentavano così come luogo della libertà e di una nuova forma di rappresentanza della società.
Ma questa trasformazione portava con sé anche l´allargarsi dell´area del conflitto, e un ricorso diffuso a strumenti capaci di controllare il sistema dell´informazione. Si tratta di tecniche ben note, dalla censura al condizionamento economico, dal regime proprietario all´accurata selezione di giornalisti compiacenti, dalle minacce all´eliminazione fisica. Tecniche che continuano a convivere, caratterizzate tutte da un´intima carica di violenza. L´italiano Antonio Russo scompare in Cecenia; Anna Politkovskaja è divenuta il simbolo di una indomabile devozione alla libertà che può essere spenta solo con l´assassinio; Yahoo! si fa complice del governo cinese svelando il nome di un giornalista che aveva inviato alcune notizie negli Stati Uniti, Shi Tao, che così può essere arrestato e condannato a dieci anni di carcere. Sono soltanto tre esempi di uno stillicidio quasi quotidiano, di una irresistibile voglia di bavaglio di cui ci parlano vicende recenti in Cina, Birmania, Iran.
Ma non sono soltanto i regimi totalitari e autoritari a doverci inquietare. Nei paesi democratici il carattere pervasivo dei diversi strumenti di comunicazione, che strutturano la sfera pubblica, fa crescere le pretese di un potere politico che considera appunto il sistema della comunicazione come uno strumento essenziale per acquisire e mantenere il consenso. Si opera così un capovolgimento istituzionale. Il sistema dell´informazione vede alterata la propria natura e si trasforma in strumento servente di un potere che, insieme, si libera del controllo esterno e accentua il suo controllo sulla società.
Tutto questo avviene in forme che mantengono l´apparenza del pluralismo. A che vale, però, l´offerta di centinaia di canali televisivi se le centrali di produzione dei contenuti sono nelle mani di monopolisti, obbediscono alla stessa logica, hanno gli stessi “azionisti di riferimento”? Rendere possibile l´esposizione di ciascuno al massimo possibile di opinioni diverse è ormai la condizione fondamentale per il funzionamento dei sistemi democratici. Altrimenti la democrazia pluralista si trasforma in un guscio vuoto. Di questo è ben consapevole il nuovo “Zar dell´informazione”, Cass Sunstein, nominato da Obama proprio per affrontare i nuovi problemi del sistema della comunicazione, che ha proposto per i siti Web particolarmente influenti l´obbligo di indicare un collegamento con siti che manifestano opinioni diverse. E, proprio per allentare la presa dei vari centri di potere sull´informazione, in Francia si prepara un sistema di calcolo dei tempi televisivi che escluda privilegi per lo stesso Sarkozy, mentre in Gran Bretagna si guarda alle tv private in un´ottica che tenga conto della funzione pubblica che anch´esse rivestono.
Rispetto a tutto questo, la situazione italiana si configura non solo come eccezione, ma come profonda deviazione. Consideriamo un caso davvero esemplare per il rapporto potere, informazione, cittadini. Un recente rapporto Censis ha rilevato che il 69.3% degli elettori forma le proprie opinioni in base alle informazioni fornite dai telegiornali. Il controllo dei telegiornali, dunque, è un veicolo essenziale per l´acquisizione del consenso. E il fatto che si tratti di una informazione quasi monocorde, ridotta a un denominatore davvero minimo, che nega alla radice il pluralismo, altera i caratteri democratici del sistema e svela pure il carattere ormai ingannevole dei sondaggi, la cui attendibilità dipende dall´ampiezza del patrimonio informativo di cui dispone ciascuno degli interrogati.
Ma la normalizzazione del sistema televisivo evidentemente non basta. E così, con una mossa tipicamente autoritaria, si vuole normalizzare anche la stampa, spegnendone le voci dissenzienti. Non si commetta l´errore di ritenere che, in definitiva, siamo di fronte a casi isolati, di cui ci si può disinteressare. Le resistibili ascese sono sempre cominciate così – ci ammonisce la storia dei rapporti tra stampa e potere. Quando, poi, ci si accorge che quello era solo un primo passo, che si voleva colpirne uno per educarne cento, può essere troppo tardi.

La Repubblica, 1 settembre 2009

2 Commenti

  1. La redazione dice

    “Berlusconi lontano dalla realtà e ci va di mezzo l’economia (Times)”, di Elysa Fazzino

    Questa volta Silvio Berlusconi è andato troppo in là: ha sguinzagliato i suoi «pitbull cortigiani nel tentativo di imbavagliare i pochi rimanenti media di opposizione». E’ quanto si legge oggi sul Times di Londra in un commento intitolato «Il baratro tra Berlusconi e la realtà». James Walston, professore di relazioni internazionali all’American University di Roma, osserva che la Chiesa cattolica e una coalizione di giornali italiani e stranieri «sono troppo anche per l’ego gonfiato di Berlusconi».
    Il commento segue l’ondata di critiche suscitata dalle azioni annunciate dall’avvocato di Berlusconi Niccolò Ghedini contro vari giornali stranieri, tra cui proprio il Times, lo spagnolo El Pais e il francese Nouvel Observateur.

    Berlusconi – scrive il Times – «ora è un comico, ora è un megalomane, ma ciò non aiuterà l’economia malata dell’Italia». Walston sostiene che le ultime vicende hanno rivelato «le debolezze personali e politiche» del Primo ministro italiano: si arrabbia e perde il controllo. E intanto aumenta il divario tra la sua realtà e quella degli italiani.

    L’articolo cita una serie di episodi dai quali deduce che Berlusconi «reagisce oltremisura a ogni critica». Prima l’attacco alla Rai, ora la querela contro La Repubblica per le dieci domande poste dal quotidiano e le iniziative giudiziarie annunciate contro alcuni media stranieri. «All’estero, la reazione è stata di ilarità e indignazione: non è compito dei giornali fare domande?».

    Quanto all’attacco lanciato al direttore dell’Avvenire Dino Boffo dal Giornale di Vittorio Feltri, che ha mandato per aria settimane di paziente diplomazia per riavvicinare Berlusconi al Vaticano, ha evidenziato che Berlusconi ha bisogno della Chiesa più di quanto la Chiesa abbia bisogno di lui. E «ha dimostrato che la sua rabbia tradisce il suo giudizio politico».

    Tutto ciò dopo mesi di rivelazioni di scandali «e perfino possibili reati». «In un mondo semplice e diretto, si sarebbe dimesso molto tempo fa». Non in Italia. Da quando è tornato al potere, ricorda il Times, Berlusconi si è fatto votare l’immunità, ha legato l’opposizione, i tribunali e il Presidente «come capponi pronti da infornare». E ora «se qualcuno osa squittire, viene minacciato direttamente».

    Con una politica estera tra il comico e il megalomane, si legge ancora sul quotidiano, «la sua impazienza e il suo senso di onnipotenza negli affari» ha pervaso la sua vita politica e ciò gli permette «di ignorare la realtà e crearne una sua».

    Oggi Berlusconi «agisce come un uomo fuori controllo», continua Walston. Sembra «frustrato e deluso». Infatti, argomenta il politologo, nessuna ricchezza lo può fare giovane e bello, né può costringere il Vaticano ad accettarlo, né dargli l’influenza di un Brown, un Sarkozy, una Merkel, né dargli lo status di un Agnelli. Così «reagisce oltremisura a ogni critica».

    «Il divario tra la sua realtà e quella degli altri si sta allargando», osserva Walston. E non può più nascondere la rabbia che bolle sotto la superficie quando viene contraddetto». Minorenni e prostitute hanno incrinato la sua immagine, ma, se cade, sarà perché niente può nascondere «la sua cattiva gestione economica». La disoccupazione e le difficoltà che gli italiani affronteranno quest’autunno «di cui egli è largamente responsabile» – conclude il commento – saranno il «reality check» che conta.

    Alla diatriba tra Berlusconi e il Vaticano, già al centro di numerose cronache sui siti esteri del weekend, oggi dedica un titolo anche il Wall Street Journal. «Il Vaticano offende Berlusconi per attacco di giornale». Il premier italiano ha ricevuto «un raro affronto pubblico» da parte del Vaticano – spiega il quotidiano statunitense – dopo che il giornale di proprietà del fratello ha criticato il direttore di un giornale cattolico per avere messo in discussione la sua vita privata.

    Il polverone, nota il Wall Street Journal, viene sollevato in un momento «delicato» per Berlusconi, che quest’estate ha tenuto un «basso profilo» dopo essere stato per mesi nel mirino dei media. «Anche se il sostegno per Berlusconi rimane forte tra molti italiani, le sue relazioni con la Chiesa cattolica sono diventate sempre più tese». E la cena con il cardinale Tarcisio Bertone è stata annullata – scrive Il Wsj citando fonti vaticane – perché la Santa Sede non voleva far sembrare che desse la benedizione alle posizioni politiche e alla vita personale di Berlusconi.

    Sul litigio con il Vaticano punta l’attenzione oggi anche il quotidiano conservatore francese Le Figaro, pubblicando a corredo una foto di Berlusconi con un cardinal Bertone sorridente nell’incontro dello scorso febbraio. Niente indulgenza divina per Berlusconi, «l’incidente è rivelatore del clima di nervosismo che regna a Palazzo Chigi». Il premier è «esasperato» dagli attacchi della stampa, anche cattolica. E l’Avvenire «pungola Berlusconi per la maniera poco cattolica con cui conduce la sua vita privata».

    Il Cavaliere, scrive Le Figaro, «ha fatto finta di dissociarsi dal Il Giornale… senza convincere veramente. La riconciliazione con la Chiesa prenderà tempo».

    Lo spagnolo El Pais, che ieri parlava dell’«artiglieria pesante» messa in campo da Berlusconi, oggi pubblica un’intervista con il governatore della Puglia, Niki Vendola, «Berlusconi intossica la sinistra».

    Il Sole 24Ore, 31 agosto 2009

  2. La redazione dice

    L’officina dei veleni”, di Giuseppe D’Avanzo

    Dunque la «nota informativa», pubblicata dal Brighella che dirige il Giornale del capo del governo, non è né una «nota» né un’«informativa» né tanto meno un atto giudiziario. È una “velina”. Ora è ufficiale: nel fascicolo del Tribunale di Terni non c’è alcun riferimento a Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, come a «un noto omosessuale». Lo dice il giudice di Terni: negli atti «non c’è assolutamente nessuna nota che riguardi le inclinazioni sessuali».

    DA QUI – dalla menzogna del Giornale di Berlusconi – bisogna ripartire per comprendere il metodo e le minacce di un dispositivo politico che troverà – per ordine del potere che ci governa – nuovi bersagli contro cui esercitarsi, altri indiscutibili falsi da agitare per punire gli avversari politici o chi dissente. La storia è nota. Boffo osa criticare, con molta prudenza, lo stile di vita di Berlusconi e si ritrova nella lista dei cattivi. Dirige un giornale cattolico e non può permettersi di censurare l’Egoarca. Deve avere una lezione. Non c’è bisogno di olio di ricino, genere merceologico antiquato. Una bastonatura mediatica è ben più funesta di un lassativo. Può essere definitiva come un colpo di pistola. È quel che tocca al direttore dell’Avvenire: un colpo di pistola che lo tramortisce. Finisce in prima pagina del Giornale di Berlusconi descritto così: «Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi e impegnato nell’accesa campagna di stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell’uomo con il quale aveva una relazione».

    C’è stata finora una regola accettata e condivisa nel pur rissoso giornalismo del nostro Paese diviso: spara duro, se vuoi, ma è legittimo farlo soltanto con notizie attendibili e fondate, confermate da testimonianze o documenti che reggano una verifica, pena il discredito pubblico, la squalifica di ogni reputazione professionale. Il collasso di questa regola di decenza può inaugurare una stagione critica. Per descriverla torna utile Brighella, antica maschera della commedia dell’arte che nasce nella Bergamo alta. Attaccabrighe, briccone, bugiardo, Brighella viene da briga, intrigo: «se il padrone promette di ricompensarlo bene, dirige gli imbrogli compiuti in scena». Il potere che ci governa immagina che i giornalisti debbano trasformarsi tutti in Brighella. Un Brighella in giro già c’è. Dirige il Giornale di Berlusconi. Si mette al lavoro e cucina l’aggressione punitiva per il dissidente. Gli hanno messo in mano un pezzo di carta anonimo, redatto nel gergo degli spioni e delle polizie. Chi glielo ha dato? Dov’è l’officina dei miasmi, dei falsi, dei dossier melmosi che il potere che ci governa promette di usare contro i non-conformi alla sua narrazione del Paese? Il foglietto che Brighella si ritrova sullo scrittoio è di quei frutti avvelenati. Non vale niente. È una diceria poliziesca. Il direttore del Giornale di Berlusconi la presenta ai lettori come una «nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore dell’Avvenire, disposto dal gip del Tribunale di Terni». Quella “velina” diventa, nell’imbroglio di Brighella, un documento che gli consente di scrivere, lasciando credere al lettore di star leggendo un atto giudiziario: «Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconcie e offensive e di pedinamenti volti ad intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione».

    Disinformazione e “falso indiscutibile”, in questa manovra, fanno un matrimonio d’amore. Il documento è un falso indiscutibile. È utile però a un lavoro di disinformazione. La disinformazione, metodo maestro della Russia sovietica, contrariamente alla menzogna, contiene una parte di verità (anche in questo caso: Boffo ha accettato una condanna per molestie), ma questa viene deliberatamente manipolata con abilità. A Brighella non importa nulla delle molestie. Vuole gridare al mondo: il direttore del giornale della Conferenza episcopale è un frocio! Chi ha sensibilità per i diritti civili, i movimenti gay afflitti dall’Italia omofoba di oggi discuteranno dell’uso dell’omosessualità come colpa, difetto, vergogna, addirittura come reato. Qui interessa l’uso del falso nel dispositivo politico che minaccia. Colto con le mani nel sacco dei rifiuti, quando diventa evidente che quella «nota informativa» è soltanto una «velina» di spione diventata lettera anonima ai vescovi e riesumata per la bastonatura, Brighella dice: «Non ho mai parlato di informative giudiziarie. Abbiamo un documento (ma è la sentenza di condanna per molestie). Il resto non conta. Non conta da chi l’abbiamo avuto, non conta se ci sono degli errori». Sincer come l’acqua dei fasoi dicono a Bergamo per dire falso, bugiardo. È quella schifezza presentata come «nota informativa»? Come documento? Addirittura come atto giudiziario? Non ne parliamo più? Non è accaduto nulla? È stupefacente che la menzogna di Brighella venga presa sul serio proprio da quell’autorevole giornalismo italiano che finora ha accettato e condiviso la regola che sia legittima anche la durezza, pure la brutalità se in presenza di fatti, notizie, documenti, testimonianze affidabili. È sorprendente che si legga sul Corriere della sera di Ferruccio de Bortoli: «(Il direttore del Giornale) non retrocede di un passo» e su la Stampa di Mario Calabresi: «Nessuna retromarcia (del direttore del Giornale) sulla vicenda, dunque». Nessuna retromarcia?

    Fingere di non capire, non valutare con severa attenzione quanto è accaduto oggi a Dino Boffo (domani a chi?), accettare di chiudere gli occhi dinanzi al metodo sovietico inaugurato dal potere che ci governa, con il lavoro di Brighella, ci rende tutti corresponsabili perché se chi diffonde una disinformazione è colpevole e chi le crede è uno sciocco, chi la tollera è un complice. Quella lucida aggressione, che trasforma il giornalismo in una pratica calunniosa senza regole, non può essere accettata con un’alzata di spalle né dall’informazione ancora indipendente né dalle istituzioni di controllo come il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). Perché due cose ormai sono chiare in un affare che sempre più assume i contorni di una questione di libertà. Berlusconi pretende che l’industria delle notizie si trasformi o in organizzazione del silenzio (a questo pensa il Tg1 di Augusto Minzolini) o in macchina della calunnia (è il caso di Brighella). La macchina della calunnia si sta alimentando, in queste ore, con “veline” e dossier che servitori infedeli delle burocrazie della sicurezza le offrono. Per sollecitazione del potere o per desiderio di servire un padrone, non importa. È rilevante il loro uso politico. A questo proposito, dice Francesco Rutelli, presidente del Copasir: «Non ho ricevuto finora nessuna segnalazione su coinvolgimenti diretti o indiretti di persone legate ai servizi di informazione». Ieri Rutelli ha incontrato Gianni De Gennaro, direttore del Dipartimento per l’informazione e la sicurezza (Dis). Chi sa se ha avuto qualche “segnalazione”. Comunque, pare opportuno concludere con un messaggio agli spioni al lavoro nella bottega dei miasmi: per favore, dopo aver cucinato le vostre schifezze, mandate un sms a Francesco Rutelli. Grazie.

    La Repubblica, 1 settembre 2009

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