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"Se la politica ha paura della Tivù", di Paolo Mastrolilli

L’Italia va alle urne fra meno di un mese e la televisione pubblica ha deciso di cancellare i programmi di informazione. Motivo: maggioranza e opposizione non si sono messe d’accordo sulle regole condivise per parlare con obiettività al Paese. E allora, invece di cercare una soluzione, il Consiglio di amministrazione ha deciso di tagliare la testa al toro, o ai conduttori, che non andranno più in onda. Lo ha fatto con i voti della maggioranza di centrodestra, quindi senza avere neanche il pudore, o l’ipocrisia, di nascondere che una parte politica ha imposto la propria volontà all’altra, nonostante la Rai sia finanziata con i soldi di tutti i contribuenti. Se un marziano atterrasse domani in Italia, non sarebbe facile spiegargli la logica di questa scelta.

Le settimane che precedono il voto, in teoria, sono quelle in cui si discutono i temi concreti che stanno più a cuore alla gente: le tasse, l’istruzione, la sanità, la difesa, la sicurezza, i trasporti, la cultura, le grandi questioni etiche che tormentano la società contemporanea. Quale momento nella vita di un popolo civile e democratico ha bisogno di più informazione, se non una campagna elettorale?

Noi invece vedremo film e altri programmi sicuramente bellissimi, in attesa che siano pronte le noiosissime tribune elettorali che faranno scappare anche gli spettatori più masochisti.

Intendiamoci: la televisione può essere usata come potente strumento di propaganda, in chiaro o subliminale, e quindi richiede il massimo equilibro da parte chi la manovra. Ogni storia, ogni tema, ogni idea, ha sempre almeno due facce: chiunque ambisca a fare un’informazione credibile, sa che deve rappresentarle entrambe con obiettività. Se per caso cominciasse a far pendere la bilancia da una parte sola, sacrificando l’onestà professionale per qualunque genere di tornaconto, perderebbe subito il bene più prezioso per ogni giornalista: la fiducia di chi lo legge o l’ascolta. Ma i veri professionisti dovrebbero avere queste regole incise nel loro Dna, senza bisogno di una legge che gliele ricordi o, peggio, gliele imponga.

In Italia non è così, per una serie di ragioni strutturali e culturali che ci costringerebbero a riportare i lettori indietro di almeno un secolo e mezzo. Vi eviteremo questa tortura, ricordando però che la colpa non è tutta dei giornalisti. La politica, in particolare alla Rai, domina la scena. Stavolta non ha trovato l’alchimia necessaria a soddisfare le pretese di tutti, e quindi la maggioranza ha scelto la scorciatoia del buio.

Thomas Jefferson, la cui statua troneggia davanti all’università che assegna i premi Pulitzer, diceva che allo Stato senza giornali preferiva i giornali senza lo Stato. Perché in una democrazia l’informazione, onesta e obiettiva, è più importante delle istituzioni che la governano: le crea, con la libera circolazione delle idee, e poi le controlla, se sa raccontare con equilibrio vizi e virtù del potere. Rinascendo oggi in Italia, Jefferson non crederebbe ai suoi occhi: ha trovato una popolazione che ai giornali senza lo Stato, preferisce lo Stato senza i giornali.
La Stampa 02.03.10

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“Par condicio, stop ai talk show Rai giornalisti in rivolta, protesta in piazza”, di LEANDRO PALESTINI
Garimberti contrario: un danno. Santoro: comunque in onda Zavoli: il Cda ha sbagliato. Lerner minaccia le dimissioni da La7: dissento sul rinvio.
In questo mese di campagna elettorale l´abbonato Rai non potrà vedere Annozero, Ballarò, Porta a Porta e L´ultima parola. I talk show vengono sospesi per applicare il regolamento della Vigilanza: ieri, il Cda Rai ha deliberato a maggioranza che i programmi di approfondimento vengano sostituiti, «ove possibile», con tribune elettorali, in ossequio alla par condicio. Ma conduttori e giornalisti non ci stanno. Dalla Federazione nazionale della stampa è subito partita la risposta: Roberto Natale invita i cittadini a una “veglia” di protesta stasera alle 20 davanti gli studi Rai di via Teulada. Alla Fnsi, ieri hanno fatto sentire la loro voce Giovanni Floris, Michele Santoro, Riccardo Iacona, Andrea Vianello. In collegamento, Lucia Annunziata ha promesso che In 1/2 ora non andrà in onda (anche se non è tra i sospesi) e Gianluigi Paragone (L´ultima parola) ribadisce che «è mancato il buon senso». Critico Bruno Vespa, il primo dei “sospesi”: ieri Porta a porta ha fatto spazio al film Squadra speciale. E Santoro, da capo della rivolta dei conduttori, studia proteste “alternative” per andare in onda «ovunque». Lancia l´idea «di uno sciopero bianco alla maniera dei braccianti di De Vittorio».
La delibera spacca i vertici aziendali e il Cda Rai. Il presidente, Paolo Garimberti, parla di decisione che «danneggia gravemente l´immagine della Rai» e gli utenti. Poi ipotizza «un concreto rischio di danno erariale». Nei giorni scorsi il danno era stato quantificato: tre milioni di euro di mancata pubblicità per il mese senza talk. Mauro Masi, direttore generale, non replica, fa sapere che «era l´unica decisione possibile» per evitare sanzioni. Sergio Zavoli, presidente della Vigilanza, pensa invece che «la Rai poteva cercare un ragionevole compromesso» ed è stato provocato un danno agli utenti. Lo stop ai talk show fa registrare l´ennesima frattura nel Cda: la delibera è passata con cinque voti favorevoli e quattro contrari. Inutili le proteste dei consiglieri di opposizione Nino Rizzo Nervo («la decisione tradisce i doveri del servizio pubblico») e di Giorgio Van Straten: «è un regolamento che autorevoli giuristi hanno valutato come incostituzionale».
Alla manifestazione della Fnsi arriva la solidarietà da Mediaset attraverso Alessio Vinci (Matrix) e da La 7 (Luca Telese). Anche le tv commerciali temono la par condicio via Agcom. Gad Lerner è solidale, mentre divampano le polemiche sul blocco del suo L´Infedele (da parte della rete: la par condicio non c´entra) che ieri avrebbe trattato lo scandalo Fastweb Telecom. «Ritengo che la trasmissione da noi concordata secondo le procedure aziendali, e già pubblicizzata, non avrebbe turbato né le indagini né le decisioni che competono alla magistratura» si legge sul blog di Lerner, che avrebbe minacciato di lasciare l´azienda.
La politica si divide. Per il sottosegretario Paolo Bonaiuti (Pdl) il Cda «ha seguito puntualmente le indicazioni del Parlamento». Invece, Paolo Gentiloni, responsabile comunicazione Pd, pensa che la decisione del Cda Rai «svela quello che fin dall´inizio era l´obiettivo del regolamento-bavaglio, imposto dal centrodestra in Vigilanza». La segreteria del Pd fa sapere che il partito aderisce alla manifestazione indetta stasera in via Teulada da Fnsi e Usigrai. “Youdem” accoglie la proposta di Santoro di fare altrove i programmi chiusi: la tv del Pd è pronta a riprendere con le proprie telecamere la puntata di Annozero o di Ballarò. L´Italia dei Valori sarà alla «veglia per la libertà di informazione»: lo conferma Pancho Pardi, capogruppo dell´Idv in Vigilanza. Anche il Popolo Viola, insieme ai comitati BoBi (Boicotta il Biscione) e a Liberacittadinanza, invita i cittadini davanti agli studi di Ballarò (in via Teulada) che stasera non va in onda. «Questo stop non ha precedenti nelle realtà occidentali», dichiara Floris.
La Repubblica 02.03.10

1 Commento

  1. Andrea dice

    FORSE SAREBBE MEGLIO DIRE CHE UN POLITICO HA PAURA DELLA TV
    COME MEGLIO DI ME SA FARE MERLO NELL’ARTICOLO CHE ATTACCO SOTTO

    Il silenzio fazioso Francesco Merlo da Repubblica del 2 marzo

    Non è vero che il silenzio diminuisce la faziosità. Al contrario la aumenta e la degrada a rancore e a irresponsabilità. E non solo perché la faziosità, nell´orchestra della democrazia, va diretta e mai zittita. Ma anche perché questo silenzio è l´ultima odiosa trovata della più antica ossessione di Berlusconi, quella di prosciugare la Rai, una volta contro Biagi, sempre contro Santoro, e adesso anche contro Vespa e Floris che, però, diciamo la verità, sono stati messi lì per depistare. E difatti favoriti e cortigiani che gli stanno al capezzale ci descrivono un Berlusconi super ossessionato da Santoro.
    Santoro che è da sempre il suo vero bersaglio, la sua mania, il suo tic. Convinto che la televisione sia uno strumento di evangelizzazione che, utilizzato dall´avversario, diventa il flagello dell´umanità, Berlusconi non tollera la faziosità degli altri, la definisce ‘criminogena´ e dunque da quindici anni tenta di spegnerla.
    E però bisogna aggiungere che questo silenzio, imposto dal centrodestra all´informazione della Rai, è anche l´ultimo atto, grottesco illiberale e censorio, di quella par condicio voluta dal centrosinistra che non è solo il catechismo della demagogia ma è anche un commedia all´italiana. Significa infatti far seguire, ad ogni scemenza di destra, una scemenza di sinistra di uguale peso e misura, con il risultato dell´elisione della destra e della sinistra e dell´occupazione a tutto campo della scemenza. Al fondo c´è l´ipocrisia di volere abolire la faziosità per legge in un paese dove sono faziosi anche i sondaggi che all´inizio solo i berlusconiani mascheravano da Pitia e tutti ormai presentano come la Gazzetta Ufficiale del Destino.
    E invece gli italiani hanno imparato che la faziosità, sia essa ben esibita alla Santoro o malcelata alla Vespa,è comunque una risorsa, è il capitale vivo dei fatti risuscitati all´informazione, vale a dire delle notizie. Faziosi erano Brecht e Pirandello, faziose le canzoni di Yves Montand e le pistole di John Wayne. Fazioso è sempre stato il nostro miglior giornalismo, da Fortebraccio a Montanelli, da Longanesi a Pintor. La faziosità consapevole, quella che non scade in isteria e non diventa veleno è un farmaco, una pozione, una ricchezza da conservare e da sapere maneggiare perché accende la critica, turba e frastorna, suscita sentimenti e passioni, mobilita altre faziosità e alimenta la polemica che è il sale dell´intelligenza, la molla dell´informazione, la forza della democrazia.
    Tutti dunque capiscono che nell´Italia dei faziosi l´imposizione del silenzio ai Santoro è, come dicevamo all´inizio, la peggiore delle faziosità, perché è vile, è arrogante, è il potere più stupido, punitivo, è la mordacchia mafiosa, è il sasso in bocca, anche perché sanziona solo i cosiddetti programmi di approfondimento che sono è vero l´accademia della rissa, ma si fondano su un articolato codice di creanze che quanto più viene violato tanto più stuzzica la mente degli italiani, che a volte si indignano e a volte si divertono ma non si lasciano convincere dall´urlo sguaiato e dall´imbonimento. In fondo solo nei talk show ogni tanto il dibattito lascia intravedere la religione dell´ intelligenza e persino una passione per le libertà.
    Noi non sappiamo quanti voti sposta la televisione e in particolare quanti ne sposterà questa violenta mania di volerci muti ciechi e sordi. Sappiamo però che le elezioni passano e l´odio e l´illiberalità rimangono. E la mutazione antropologica che sta subendo l´informazione in Italia rischia di diventare irreversibile. I telegiornali della Rai hanno perso quella maniera diciamo così dorotea di essere illiberali. Oggi l´illiberalità è diventata militare. Non esistono più le notizie ma solo i servizi a favore o contro. Il direttore del Tg1 non è più, come prima, un sottosegretario all´informazione che, scelto dal presidente del Consiglio di turno, si preoccupava comunque di salvare le forme che nell´informazione sono sostanza. Al contrario questo è un dignitario, un camerlengo che si compiace della propria maliziosa intelligenza berlusconiana; la scaltrezza gli guizza negli occhi. E l´Italia che racconta è grottesca e improbabile: i magistrati sono inquisitori medievali e chissà cosa combinano con i pentiti, la stampa di opposizione infanga l´Italia all´estero, viviamo in un paese assediato dagli eredi dei comunisti, gli industriali sono poteri forti che complottano, i migliori stanno a Sanremo o dalla De Filippi. Accostamenti di immagini antiche e recenti dimostrano che Berlusconi, operoso e leale, ha sempre ragione, all´Aquila come in tribunale e nel lettone di Putin,
    Mediaset è stata completamente smidollata. Cacciato via Mentana, che faceva giornalismo, sono rimasti solo i soldati. Sembrano addormentati anche gli Arlecchino, che è il paradosso del cameriere, il servo hegeliano che rende servo il suo padrone e si prende la libertà che vuole: penso a ‘Striscia la notizia´ e alle Jene… Troppe redazioni in Italia stanno diventando caserme o sacrestie.
    Ebbene, in questo contesto di degradazione, il direttore generale della Rai Mauro Masi, con la aria da gagà impomatato, da ‘utilizzato finale´ dell´informazione politica, dovrebbe vergognarsi di avere proposto e imposto un´autosconfessione del proprio ruolo di manager, un atto di imperio che colpisce gli interessi economici della Rai oltre che gli ascolti, tradisce l´azienda che gli dà lo stipendio, riduce al silenzio il dissenso, l´intelligenza critica, la sola faziosità che Berlusconi non controlla. Più che dirigere un´azienda questo Masi è messo lì per tenerla al guinzaglio, lo stesso che anche lui porta al collo.

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