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"Moni Ovadia: io sono solidale col popolo palestinese, proprio perché sono ebreo", di Alberto Baldazzi

Moni Ovadia: anche oggi i telegiornali, forse di fronte alla gravità estrema di quello che è successo nei mari antistanti i territori palestinesi questa notte, hanno proprio difficoltà a rendere agli italiani l’assurdità di quello che è accaduto . Il problema di questa notte, di queste ore, ma in generale della questione medio – orientale. Ecco: tu come pensi che i nostri Media, e non soltanto quelli italiani, abbiano rappresentato questo dramma, e lo stiano rappresentando?
“No, non lo rappresentano, perché sono … con rarissime eccezioni … presi da se stessi, cioè: la prima preoccupazione che hanno è “ stiamo attenti a quello che diciamo”, non “ stiamo attenti a quello che dobbiamo dire”, e quindi “ diciamolo bene, in modo da mettere l’accento sulla gravità e sulla responsabilità”, ma “ stiamo attenti a come lo diciamo, che poi non ne dobbiamo subirne delle conseguenze …”. La pavidità, e l’auto-perpetuazione di un sistema che non è più di informazione , ma di auto comunicazione; è questo che domina.”

Sarebbe facile dire: stanotte è stato compiuto un atto di terrorismo internazionale in pieno Mediterraneo; però non lo dice nessuno.”
“Si , secondo me, tecnicamente; lo dico, per non lasciarmi andare alle mie emozioni: tecnicamente si tratta di un atto di terrorismo; è tecnicamente un atto di terrorismo e pirateria perché intanto è avvenuto in acque internazionali. Secondo: c’erano mille altri modi per evitare questa cosa; prendere degli accordi prima dicendo: “fateci vedere che trasportate merci umanitarie, dimostrateci che non trasportate materiale aggressivo … e noi vi lasceremo passare, per andare a portare soccorso alle popolazioni che ne anno bisogno”. Faccio un ipotesi, non era semplice fare così ? : “ Vogliamo che le popolazioni non soffrano, noi siamo favorevoli all’arrivo di aiuti: se questi aiuti, garantiteci che sono aiuti per la protezione civile, e noi vi lasceremo passare”. Oppure mettere in mezzo l’ONU, e dire “Fate voi la mediazione tra noi, i nostri problemi, e questo convoglio umanitario.” Ma, gli israeliani non hanno mai voluto interposizione di forze internazionali. Mai, tranne in Libano, perché il Libano, l’ultima avventura del Libano, secondo me, per gli israeliani è stata una vera e propria sconfitta.”

Essendo stati sconfitti sul campo … hanno chiamato i “nostri.”
“Sono stati sconfitti sul campo, per la prima volta, sai … gli Hezbollah continuavano a tirare i missili, mentre l’esercito israeliano distruggeva un quarto del Libano, ed anche la “mitica” intelligence dello stato di Israele, il Mossad, o lo Shin Bet, non era riuscito a capire cosa stava succedendo”

Per i nostri lettori, per i nostri ascoltatori : ti conoscono tutti, ma io ribadirei che tu non sei un “estremista palestinese”, vero? … le tue radici, la tua cultura …
Ma, naturalmente io sono solidale col popolo palestinese, proprio perché sono ebreo. È il mio dovere di ebreo essere solidale con tutte le persone che soffrono a causa di ingiustizie, e quindi lo sono come essere umano, prima di tutto, perché questa e la mia … prima, come dire, identità; quella di essere umano universale, perché se non avessi la dignità di essere umano, non potrei neanche essere ebreo. Poi la mia identità ebraica, che è una delle mie altre identità, alla quale io tengo molto, mi ha insegnato che bisogna praticare la giustizia nei confronti di tutti; che bisogna praticare il riconoscimento dell’altro e l’accoglienza dell’altro; quindi io non sono … pro-palestinese, o cose di questo genere: io semplicemente assumo atteggiamenti che ritengo giusti, in primo luogo seguendo l’etica umana, quella dei diritti universali, in secondo luogo, l’etica della Torah, che è un riferimento che per altro è in piena sintonia con i diritti fondamentali dell’uomo”

Moni, capita spesso che i media italiani ti chiamino per intervenire in questo senso? Per dire queste cose che stai dicendo a noi?”
“Si … mi chiamano, naturalmente … i media un po’ più coraggiosi; una volta ci capitava di scrivere sulla grande stampa, ma non accade più. Ma io … non me ne lamento, perché io sono quello di prima, io non sono cambiato. E ciò che domina in particolare la stampa , una certa stampa nazionale, è il pensiero: “ Tengo famiglia”. Io invece, proprio perché gli ebrei sono stati sterminati, perché … milioni di masse grigie, ed i loro governanti girarono la testa dall’altra parte. Non solo i carnefici: quelli fecero lo sporco lavoro, ma non avrebbero potuto farlo, se altri non avessero storto la testa. Io ho giurato a me stesso che nei confronti di nessuno girerò la testa dall’altra parte; la violenza, il sopruso, sopraffazione, ingiustizia, non hanno patria! Non hanno bandiere, non hanno appartenenze etniche!

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1 Commento

  1. La Redazione dice

    Da Repubblica di oggi 1° giugno

    “L’ossessione di un Paese”, di Bernardo Valli

    Il dramma al largo di Gaza è devastante per Israele e favorisce i suoi avversari. Tra chi ha segnato punti a proprio vantaggio, in queste ore, c’è anche l’Iran di Ahmadineja.
    Il sanguinoso arrembaggio alle navi dei pacifisti dirette a Gaza non può che avere conseguenze politiche devastanti per chi l’ha promosso, quindi per Israele. Commentatori israeliani avveduti avevano già definito “stupido”, alla vigilia del dramma, l’atteggiamento intransigente, minaccioso, insomma eccessivo, delle autorità politiche e militari di Gerusalemme nei confronti della “Flotta della pace”. Quasi fosse un’armada nelle acque del Mediterraneo pronta a sfidare lo Stato ebraico. E quasi fosse capace di comprometterne sia la sicurezza sia l’onore. Insomma come se fosse un convoglio di terroristi. Certo, la spedizione pacifista sfidava l’embargo imposto a Gaza e quindi si proponeva di infrangere i divieti israeliani. Ma non si affronta una manifestazione pacifista con un arrembaggio, armi alla mano, come se si trattasse appunto di sventare, prevenire un attacco di terroristi corsari. Terroristi corsari che, stando alle denunce di Gerusalemme, possedevano in tutto due rivoltelle (non mostrate), coltelli e sbarre di ferro, usate dai passeggeri quando sono stati sorpresi dal commando israeliano. Il convoglio della “Flotta della Pace” poteva essere bloccato in modo meno rischioso. Meno sanguinoso.

    La società israeliana rispetta al suo interno le regole democratiche, applica di solito, sempre entro i suoi confini, metodi civili per affrontare le proteste disarmate, ma quando agisce fuori dalle sue legittime frontiere il governo israeliano e le sue forze armate non ne tengono sempre conto. L’ossessione della sicurezza, in parte giustificata dalla storia dello Stato ebraico e dalla situazione in cui si trova, conduce a eccessi e abusi che l’opinione internazionale, compresa quella favorevole, rifiuta o stenta ad accettare. L’arrembaggio a navi disarmate nelle acque internazionali, che si è concluso con morti e feriti, è uno di questi eccessi. Lo è al di là dei dettagli che le invocate e più o meno attendibili inchieste accerteranno.

    Il dramma al largo di Gaza è devastante per Israele e favorisce i suoi avversari. Né il ministro della difesa Ehud Barak, un laburista, che ha certamente studiato e approvato l’operazione, né il primo ministro Benjamin Netanyahu, un falco che quando vuole sa essere pragmatico, avevano previsto le conseguenze di un’azione tanto carica di rischi. Entrambi hanno offerto un’occasione insperata al principale nemico di Israele, in campo palestinese. Hamas in queste ore trionfa. Le piazze arabe si riempiono per manifestare in suo favore e contro Israele. Non solo. Nella Cisgiordania occupata, dove da tempo l’Olp collabora con gli israeliani nel dare la caccia alla gente di Hamas, sono stati decretati tre giorni di lutto e si manifesta in favore di Gaza. Gli integralisti esultano. In quanto ai negoziati indiretti tra l’Olp e Israele ci vorrà del tempo prima di riparlarne. Dopo il dramma al largo di Gaza, Mahmud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, e il suo primo ministro, Salam Fayed, non sono certo disponibili per un dialogo. In queste ore è come se il loro avversario, Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza, avesse vinto una battaglia.

    La prima nave ad essere attaccata dai commandos israeliani esponeva sulle fiancate un’enorme bandiera turca accanto a quella palestinese. E gli uccisi durante l’arrembaggio erano quasi tutti turchi. Questo non fa che peggiorare i già cattivi rapporti tra Istanbul e Gerusalemme. Da due anni ormai l’alleanza strategica, politica e militare, tra i due Paesi è entrata in crisi. Israele e Turchia sono le due potenze mediorientali più legate agli Stati Uniti. Nel ’96 hanno firmato un accordo di cooperazione militare con grande soddisfazione degli americani. Il vincolo tra la Turchia, vecchio pilastro della Nato, e Israele, alleato irrinunciabile, appariva ai loro occhi prezioso. E lo era. Ma dopo l’operazione israeliana a Gaza, alla fine del 2008, l’amicizia israelo – turca si è trasformata in un’ostilità (finora verbale) sempre più aspra. Istanbul ha condannato l’intervento israeliano e le dichiarazioni critiche di Recep Tayyip Erdogan, alla testa di un governo islamo – conservatore, si sono moltiplicate, fino ad affermare che lo Stato ebraico è “la principale minaccia per la pace” in Medio Oriente. La tensione si è poi accentuata, quando la Turchia (insieme al Brasile) ha concluso con l’Iran un accordo sul problema nucleare. Erdogan è cosi diventato il paladino dei palestinesi e un interlocutore privilegiato dell’Iran. Insomma, un amico degli avversari di Israele. I turchi uccisi dagli israeliani al largo di Gaza potrebbero condurre, col tempo, anche a un rottura dei rapporti diplomatici.

    Per Barak Obama è un disastro assistere al divorzio politico e militare dei suoi due (sia pur difficili) alleati in Medio Oriente. Come è un disastro in queste ore assistere alla vampata anti-israeliana nelle capitali arabe. Si era quasi creata obiettivamente un’intesa tra i Paesi sunniti (in particolare l’Arabia Saudita e l’Egitto) e Israele in funzione anti iraniana. Un’intesa tacita, non confessabile, ma implicita, perché basata su un comun denominatore: l’ostilità nei confronti di Teheran. Gli arabi sunniti sono ossessionati dall’influenza dell’Iran sciita; gli israeliani dalla minaccia nucleare iraniana. Nel tentativo di disinnescare quest’ultima, vale a dire la minaccia nucleare iraniana, la diplomazia americana si aggirava nel labirinto mediorientale con fatica. Un accordo israelo – palestinese, o perlomeno la ripresa di un vero dialogo, poteva rappresentare un avvenimento propiziatorio. La ventata anti-israeliana, provocata nella regione dal sanguinoso arrembaggio al largo di Gaza, rende le cose più difficili. Quel che è anti-israeliano in Medio Oriente assume spesso, per riflesso condizionato, accenti anti-americani. Tra chi ha segnato punti a proprio vantaggio in queste ore, c’è anche l’Iran di Ahmadinejad, protettore di Gaza e nemico di Israele.

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