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"Tagli alla spesa, piano del governo Difesa, Esteri e Interni frenano", di Antonella Baccaro

Manca una manciata di giorni alla presentazione della prima relazione sulla spending review, la revisione della spesa pubblica cui il governo Monti attribuisce nel Def (Documento economico e finanziario) «un ruolo fondamentale» per la riduzione dell’indebitamento. Ma quell’operazione di contenimento e riqualificazione della spesa, che il premier si propone di offrire quale segnale di forte cambiamento, fatica a venire alla luce.
Nel confronto serrato di un paio d’ore che il premier ha avuto venerdì scorso con il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, incaricato del risanamento, sarebbero emersi problemi di non poco conto, certuni legati alle fortissime resistenze opposte da alcuni ministeri, meno propensi a rivedere il costo dei loro apparati.
Tra le righe dei documenti illustrati da Giarda, sarebbe venuta a galla anche un’altra verità complessa, che attiene ai tagli varati nei passati tre anni e che dovrebbero produrre i loro effetti nel 2012 e 2013. Interventi che hanno riguardato il blocco degli stipendi pubblici e quello parziale delle assunzioni, la riduzione della spesa sanitaria, il taglio degli acquisti di beni e servizi e anche la cancellazione o la forte riduzione di programmi di finanziamento di enti e soggetti esterni alla Pubblica amministrazione. Tagli che, dal 2009 al 2013, attestano la spesa annuale a un livello costante: 727 miliardi di euro al netto degli interessi, un livello che lo stesso Giarda ha definito «senza precedenti nella storia della Repubblica».
Tali previsioni però, risultando in alcuni casi troppo ottimistiche, costringerebbero il governo a utilizzare la revisione della spesa per compensare i tagli previsti ma attuati solo in parte, per evitare nuovi scostamenti tra i saldi di bilancio effettivi e i saldi programmatici.
«La spending review è un’operazione complicata alla quale sto lavorando pressoché da solo e quasi a titolo personale» ha spiegato qualche giorno fa Giarda in un’intervista, tradendo preoccupazione e qualche insofferenza. Che nascerebbe anche dalla difficoltà di approccio con alcuni ministri, restii a mettere mano alle forbici, come richiesto. Al momento hanno inviato propri dati e analisi i dicasteri della Giustizia, degli Interni, dell’Istruzione, della Difesa e degli Esteri.
Questi ultimi, ad esempio, avrebbero opposto un netto rifiuto a operare una riduzione dei costi, argomentando che la contrazione delle risorse attuata fin qui è ormai giunta al limite. Al punto che gli stanziamenti previsti per la stipula di accordi sono diminuiti tanto da determinare spesso l’impossibilità di ratificare molti accordi internazionali, anche quando richiedono importi minimi.
Ma, come emerge dal «Rapporto sullo stato di attuazione della riforma della contabilità», il nucleo di analisi e valutazione della spesa del ministero guidato da Giulio Terzi di Sant’Agata, rileva che, a fronte di questa riduzione drastica di fondi, non si coglie il necessario sforzo di razionalizzazione delle spese inutili. Per fare un esempio, non si riesce ancora a evitare che i documenti contabili dalle sedi estere vengano inviati in forma materiale, onde per cui le spese relative continuano a aumentare.
Anche il ministero degli Interni, guidato da Annamaria Cancellieri, sarebbe apparso restio a ritoccare la propria struttura, ad esempio, riducendo il numero delle Prefetture o razionalizzando le spese per le carceri. Quanto al ministero della Difesa, il generale Giampaolo di Paola, sarebbe rimasto freddo rispetto alle richieste di comprimere alcune spese di apparato, come quelle di sorveglianza del territorio che in alcuni casi apparirebbero come una duplicazione del servizio svolto da altri corpi, o quelle delle caserme.
Tutte rigidità che irriterebbero Monti e che qualcuno tra i ministri arriva a definire «corporative», spiegandole con l’eccessiva identificazione di alcuni colleghi con il dicastero che guidano e alle cui dipendenze, in alcuni casi, hanno precedentemente operato.
Ma il vero problema della spending review, a parere di Monti e anche di altri ministri che mordono il freno, come quello dello Sviluppo economico, Corrado Passera, sarebbe più complessivo e riguarderebbe i traguardi da porsi con l’operazione, che dovrebbero essere molto più ambiziosi di quelli indicati da Giarda, e produrre qualcosa come 20-25 miliardi di risparmi strutturali.
Si tratterebbe di un totale cambio di filosofia che comporterebbe, ad esempio, il mettere mano alla sovrapposizione dei sistemi informatici diversi tra Ministeri, Regioni e Comuni, che servono solo a moltiplicare gli appalti e le relative spese. C’è anche l’incredibile costo degli affitti, dell’ordine di 10-12 miliardi, che si potrebbe tagliare se solo si andassero a occupare i tanti immobili pubblici attualmente sfitti, o se si accorpassero le sedi di alcune amministrazioni. C’è chi sostiene che un’operazione simile potrebbe fruttare risparmi nell’ordine di 3 ma anche 5 miliardi.
E poi ci sarebbero altri 4-5 miliardi recuperabili se, invece che puntare esclusivamente alla soppressione delle Province, ormai diventata una battaglia di bandiera, si mettesse mano alla miriade di soggetti di spesa come le Comunità montane, le Autorità di bacino, i Consorzi vari che, oltre a incidere sui conti pubblici, si inseriscono nei procedimenti amministrativi, producendone l’infinito allungamento.
Ancora, c’è il capitolo intonso delle spese della Sanità, dove bisognerebbe agire attraverso accordi-quadro in modo da uniformare i costi sul territorio di tutti i beni che vengono acquisiti: da quelli meno costosi, come una siringa, a quelli più complessi, come gli apparecchi medici.
In tutto questo non vi è chi non comprenda che un ruolo dovrebbe giocarlo prima di tutto il ministero dell’Economia, attraverso il contenimento della spesa per acquisti di beni e servizi che nel 2011 ha ammontato a 136 miliardi, rimanendo sostanzialmente in linea con i costi del 2010, solo grazie agli effetti di contenimenti varati nell’ultimo biennio. Ma l’obiettivo cui Monti punta è molto più consistente: si tratterebbe di allargare il raggio di azione della Consip, centralizzando il più possibile gli acquisti e riducendo gli sprechi. Un obiettivo considerato possibile se la struttura del Tesoro intendesse metterlo davvero a fuoco.

Il Corriere della Sera 22.04.12

1 Commento

  1. silvana 52 dice

    Se i cittadini stanno imparando a” tirare la cinghia” , necessariamente anche i vari Ministeri dovranno imparare a farlo!
    Altrimenti non c’è “Equità e Rigore”.. E :” LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI”!

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