Giorno: 29 aprile 2012

"Non un privilegio, ma un diritto", di Manuela Ghizzoni

Ieri ho partecipato alla bellissima manifestazione del Comitato Quota 96. Al ritorno ho riordinato gli appunti per del mio intervento e ora lo pubblico in calce, come nuova tappa del nostro percorso insieme. Grazie per la vostra partecipazione e per il vostro impegno. Credo sia giusto accogliere le richieste di alcuni di voi per trasferire in questo nuovo post la nostra discussione. A questo proposito ricordo le “puntate precedenti”: “Pd, importanti passi avanti su scuola e università” “Quota 96” “Quota 96. Dibattito sulle questioni aperte del comparto scuola” e il link del sito Comitato civico Quota 96. «E’ bello poterci ritrovare qui, insieme e dare un volto agli amici e alle amiche incontrare sulle pagine del mio sito. E’ per questo che voglio ringraziare il Comitato Civico Quota 96 che da solo, e nella diffidenza di alcuni, è riuscito a dare sbocco politico ad una protesta spontanea e a trascinarvi in piazza a manifestare per i propri diritti e per dare la massima visibilità alle vostre/nostre rivendicazioni. Il mio ringraziamento è collettivo, perché gli apporti …

«Andare in pensione è un diritto» In piazza i professori del 1952, di Fabrizio Peronaci

Manifestazione in piazza Santi Apostoli: tutti coetanei,contro lo «scalone». Presenti due parlamentari del Pd. Una protesta senza precedenti: tutti coetanei. Tutti insegnanti nati nel 1952, con i loro cartelli diretti al ministro Elsa Fornero («La scuola non finisce a dicembre», «La pensione è un diritto, non un privilegio», «Nonna, voglio stare con te»), le magliette con su scritto l’anno di nascita, vignette e disegni sul contestatissimo «scalone». Sono stati circa 300, da tutta Italia, i partecipanti alla manifestazione organizzata dal Comitato civico quota 96 in piazza Santi Apostoli, dalle 10 alle 14 di domenica 29 aprile. «SONO DISPERATA» – La quota 96, data dalla somma tra età anagrafici e requisiti contributivi troncata dalla riforma Fornero, è stata invocata da tutti i presenti. Molti gli insegnanti in preda allo sconforto. «Mi mancavano tre mesi, ora dovrò lavorare altri 4 anni. Tutti i miei progetti di vita sono stati stravolti», dice Maria Giovanna, da Gallarate, docente in una scuola d’infanzia. È stato il presidente del comitato, Giuseppe Grasso, insegnante di letteratura francese a Roma, a introdurre il …

"Il vero rischio? Il disinteresse", di Carlo Carboni

Con il nuovo collasso della politica, sempre inciampata su mancate decisioni che la riguardano, con le nuvole che si addensano sul futuro dell’economia e con la crisi morale che incombe da un ventennio, si torna a parlare di classi dirigenti. Però, qualche paletto andrebbe messo in questo dibattito. Primo: occorre distinguere l’élite, “ciò che si è” (un vertice), da classe dirigente, “ciò che si fa” con visione e competenza. L’avvento della democrazia ha reso le élites più numerose e plurali, ma le classi dirigenti sono diventate più rare, come i leader capaci di interpretare gli eventi, trasmettere nuove idee, aprire nuove vie. I caratteri dei leader dei tempi andati (decisori /moralizzatori) hanno esaurito la loro missione negli anni 60 quando l’Italia era un altro mondo. Il contesto è ora più complesso e non c’è più lo “scudo Atlantico”: è perciò più comodo crogiolarsi nell’”esserci” e pensare in segreto che riformare un grande paese sia una pia illusione. Secondo: ovunque nel vecchio mondo occidentale, siamo nel mezzo di una crisi della democrazia rappresentativa. Il malessere democratico …

"Contro la precarietà non bastano misure d'emergenza", di Luigi Mariucci

C’è molta confusione attorno al tema della «precarietà». Se ne parla infatti come se si trattasse di un universo omogeneo, e vi fosse una linea verticale di separazione tra i precari e gli stabili. Invece non è così. Il mondo dei lavori temporanei è molto variegato e diversi sono i motivi che stanno all’origine del diffondersi del fenomeno. Intanto occorre chiedersi quand’è che si diventa precari. Non quando si viene assunti con un contratto temporaneo in fase di primo inserimento nel mercato del lavoro. Queste sono anzi esperienze utili, specialmente per i giovani. Si diventa precari quando le assunzioni temporanee si succedono e la condizione di instabilità diventa uno stato permanente, un ghetto da cui non si riesce più ad uscire. Qui si determina una pericolosa frattura sociale: perché a questo punto il lavoro non è più uno strumento della cittadinanza, una forma di integrazione e sicurezza, ma il suo contrario, una fonte di incertezza, ansia, di impossibilità di programmare la propria vita. Poi bisogna chiedersi perché le imprese oggi chiedono soprattutto lavoro temporaneo. Le …

"Nel censimento l'esodo di un milione di immigrati. Il demografo: effetto-crisi, la maggior parte è tornata al Paese d'origine", di Fabrizio Caccia

Che fine hanno fatto? «I conti non tornano, in effetti», osserva preoccupato il professor Gian Carlo Blangiardo, demografo della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) e professore all’università Milano-Bicocca. Sul suo tavolo i dati provvisori dell’ultimo censimento generale della popolazione — ottobre 2011 — secondo cui gli stranieri residenti in Italia sarebbero 3 milioni e 800 mila. Un bel numero, sicuramente, anzi un vero e proprio boom dell’immigrazione rispetto al dato del censimento 2001: un milione e 300 mila persone. Già, ma il professor Blangiardo ha davanti agli occhi anche la statistica del settembre 2011, appena un mese prima cioè della rilevazione dell’ottobre scorso. Una ricerca intitolata «La popolazione straniera residente in Italia», sempre dell’Istat, secondo cui però gli stranieri iscritti all’anagrafe ammonterebbero a 4 milioni e 570 mila. A cui poi andrebbero aggiunti i 397 mila regolari ma non residenti (fonte Caritas/Migrantes), cioè quelli muniti solo di un visto per motivi di lavoro, famiglia, studio. Totale: 4 milioni 968 mila. Rispetto ai 3 milioni e 800 mila appena censiti, dunque, ne manca più …

"Come il patrimonio può diventare fattore di crescita", di Antonio Montante*

Mentre l’economia sembra sull’orlo della crisi totale, i beni confiscati alla mafia non vengono sfruttati nel modo giusto. Questo a causa di meccanismi amministrativi frenanti o, ancora peggio, di strumenti giuridici non abbastanza efficaci. Un «polmone» come quello dei beni sottratti alle cosche – forse 20 miliardi di euro nell’insieme – potrebbe rappresentare, invece, un potenziale strumento di crescita raggiungibile, prima di tutto, con una semplificazione amministrativa che velocizzi e renda più snelli gli iter di vendita e messa a reddito dei patrimoni confiscati. Sembra incredibile che non si faccia subito qualcosa. Bisognerebbe pensare a uno strumento giuridico nuovo, che normalizzi tutti gli aspetti e permetta anche un cospicuo sgravio dello Stato facendo entrare più soldi nelle casse pubbliche. Si eviterebbe così che gli stessi immobili, rimasti invenduti e bloccati, perdano valore e di conseguenza interesse all’acquisto. Perché da un settore così importante, anche sotto il punto di vista etico e sociale, non si riesce a recuperare niente di vantaggioso per tutto il sistema collegato con le imprese sane e con le istituzioni? Lo strumento …

Contro il femminicidio migliaia di firme «È una strage, ora basta», di Daniela Amenta

All’appello delle donne risponde il web compatto. E moltissimi uomini ai quali si chiede di non essere complici della mattanza. Aderiscono, tra gli altri, Camusso, Bersani, Finocchiaro, Saviano e il direttore dell’Unità Sardo. Telefono Rosa. «Il volontariato non può sostenere da solo questa battaglia». Cinquantaquattro con Vanessa dall’inizio dell’anno. Una media aberrante, tragica. Un mattatoio. Il mattatoio delle donne in Italia. Cinquantaquattro in quattro mesi. Massacrate, stuprate, violate, uccise. Uccise da uomini che conoscevano. L’Orco difficilmente è lo sconosciuto incontrato per strada o in Rete. E’ in casa l’Orco, il Barbablù, l’assassino. È l’ex che non ci sta, è il fidanzato geloso, è il marito violento. Sempre lo stesso rituale. Sempre le stesse vittime. Cambiano nomi, luoghi, situazioni, ma le vittime sono sempre le stesse. Hanno gli occhi scuri di Vanessa, 21 anni di Enna, i capelli chiari di Edyta massacrata il giorno di San Valentino a Modena, il sorriso di Stefania ammazzata dal fidanzato che «l’ amava più della sua stessa vita». Le donne hanno detto basta mille volte, un milione di volte. Sono …